Intervista a Emanuele Ferrari. Non solo un concertista, ma un vero performer

Emanuele Ferrari non è un semplice musicista, è uno show-man, un performer che nei suoi spettacoli mette insieme esperienza pianistica, filosofica, attoriale, didattica, portando al pubblico un prodotto completo, che allo stesso tempo piace e insegna. Egli si siede sul palcoscenico davanti al pianoforte e suona a memoria pezzi anche di grande difficoltà tecnica, per poi spiegarli al pubblico in modo divulgativo e didattico. Questa forma di spettacolo sta portando molti consensi all’artista, che nell’intervista ci parla di questo e anche di altro…

Per iniziare Emanuele, puoi descrivermi brevemente la tua formazione?

Innanzitutto c’è l’esperienza professionale della musica, sono infatti pianista diplomato al conservatorio. Ho fatto anche dei corsi di perfezionamento e ho studiato composizione, non per comporre, ma semplicemente per approfondire maggiormente la disciplina. L’ altra esperienza fondamentale è certamente quella filosofica. Sono laureato in filosofia e continuo a studiarla anche indipendentemente dall’ambiente accademico, perché credo che sia un bacino d’idee incredibilmente utile da applicare nei contesti più vari. Un’ altra esperienza importante è certamente anche quella della musicologia – scrivo articoli in questo senso su varie riviste specifiche. In quanto ricercatore insegno inoltre all’Università Bicocca, e anche questa conoscenza didattica è di certo fondamentale per quello che faccio sul palco. A parte questo, non c’è da sottovalute il “tutto il resto”, quella interdisciplinarietà che comprende la passione per le diverse forme d’arte, che mi aiuta a completarmi.

Ferrari_Corriere_dello_Spettacolo

Hai parlato di musica e filosofia, allora mi chiedo: quanto secondo te queste tue discipline possono essere messe insieme? Quanto la musica può essere considerata un linguaggio?

Non le metterei nella stessa categoria, non direi che la musica è un linguaggio, almeno nel senso generico del termine. Questo tema l’ho trattato anche in uno dei miei libri, “Estetica del linguaggio musicale”, dove ho dedicato cento pagine proprio al rapporto tra musica e linguaggio. Non si può dire che la musica lo sia nel senso pratico, perché risulta impossibile creare con questa una lingua di comprensione quotidiana – tramite la musica, non potrò mai ordinare sei bottiglie di Barbera o descrivere un triangolo isoscele per esempio. Detto questo, da una parte possiamo comunque definirla un linguaggio, perché è formata da una sintassi precisa, da veri e propri “periodi” e “frasi”, e, in molte fasi della sua lunga storia, ha seguito delle regole fisse. Inoltre la musica, sebbene non possa esprimersi con precisione nel quotidiano, può per certi aspetti giungere a dei gradi di profondità più elevati del gergo comune: può scavare nel profondo dell’anima, nel senso del mondo… Schopenhauer diceva che, se potessimo tradurre davvero la musica in parole, otterremmo la vera filosofia.

Passiamo ai tuoi spettacoli. Vedendoli vi ho trovato delle somiglianze con le celebri lezioni di Bernstein.

Per la verità ho maturato questa idea in totale autonomia, poi molti anni dopo mi sono reso conto che Bernstein aveva fatto cose simili, anche se vi ravviso una radicale differenza: in quelle lezioni l’obiettivo era quello di spiegare al pubblico concetti musicali elementari; il mio obiettivo invece è spiegare agli spettatori in forma semplice concetti molto complessi e specifici. I miei spettacoli sono per tutti e cerco di rendere accessibile a chiunque dei contenuti che altrimenti sarebbero comprensibili solo agli operatori del settore.

Perché secondo te, soprattutto in Italia, le persone non vanno più a teatro?

La risposta credo sia unanime presso tutti quelli che si occupano del problema, manca il ruolo della scuola. Manca la possibilità per il bambino di fare esperienza in questo senso. Fuori dalla scuola invece si possono trovare altri modi per stimolare la curiosità e uno di questi potrebbe essere quello che propongo io.

Quando hai iniziato con i tuoi spettacoli? Nel 2015 è arrivato il trampolino di lancio più importante, quando Sky Classica ha deciso di trasmetterli.

La prima forma è nata nel 2000, per poi perfezionarsi nel tempo. Prima davo i miei spettacoli dal vivo, anche all’estero, poi, sì, fortunatamente Sky Classica ha deciso di fare questo investimento culturale, trasmettendoli con regolarità. Sono in onda dal gennaio 2015 e lo saranno fino a luglio 2017, ogni terzo giovedì del mese alle 22:00, con in più sei repliche mensili per ogni nuova puntata.

Il tuo lato più istrionico e teatrale invece da dove viene? Hai studiato recitazione?

No, non l’ho studiata, anche se molti lo credono. In realtà, per quanto sia strano dirlo, la mia attitudine alla presenza scenica viene anche dalla mia esperienza come direttore di cori, non solo a livello professionistico, ma anche amatoriale. Per lunghi anni ho diretto infatti il Coro del Club Alpino di Milano, ruolo che mi è servito tantissimo per imparare a come attirare su di me l’attenzione di chi hai davanti. In quel contesto devi saperlo fare grazie a semplici gesti e all’inizio non è semplice, ma poi impari a incanalare bene le energie e così come per magia senti su di te gli sguardi attenti degli astanti. A proposito della presenza scenica, una gentile spettatrice una volta mi ha detto che quando parlo ho lo stesso atteggiamento di quando suono, è come se stessi suonando. Riguardando i filmati mi sono reso conto che ha proprio ragione e forse questo è un altro elemento che attira il pubblico.

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Ci sono persone che credono che la buona musica sia solo quella colta, tu che ne pensi?

Non credo questo, la vera differenza è tra buona musica e cattiva musica, io non ho in antipatia una canzonetta, ma una canzonetta fatta male. Non è il genere insomma che fa la differenza, ma come la musica è composta… Battisti non mi stanco di ascoltarlo.

Progetti per il futuro?

A oggi i miei spettacoli mi fanno sentire soddisfatto, perché esprimono i lati più variegati di me. Spero di riuscire ad andare sempre più in profondità nella conoscenza e nell’interpretazione dei brani e di essere sempre più chiaro ed efficace nel mio rapporto col pubblico. Al presente continuo così, in futuro si vedrà.

Stefano Duranti Poccetti

A seguire un intero spettacolo pianistico e narrativo di Emanuele Ferrari sui Tre Preludi di Gershwin, filmato e trasmesso da Classica HD (Sky 138). Fa parte di una serie di 22 puntate, in onda tra gennaio 2015 e luglio 2017. Buon ascolto e buona visione:

 

Emanuele Ferrari non è un semplice musicista, è uno show-man, un performer che nei suoi spettacoli mette insieme esperienza pianistica, filosofica, attoriale, didattica, portando al pubblico un prodotto completo, che allo stesso tempo piace e insegna. Egli si siede sul palcoscenico davanti al pianoforte e suona a memoria pezzi anche di grande difficoltà tecnica, per poi spiegarli al pubblico in modo divulgativo e didattico. Questa forma di spettacolo sta portando molti consensi all’artista, che nell’intervista ci parla di questo e anche di altro… Per iniziare Emanuele, puoi descrivermi brevemente la tua formazione? Innanzitutto c’è l’esperienza professionale della musica, sono infatti…

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