Corriere dello Spettacolo

“Ciao”. Due mondi a confronto, due vite senza punti di incontro

Al Teatro Franco Parenti di Milano, fino al 30 aprile 2017

Un incidente d’auto. Una trasfusione probabilmente sbagliata durante il ricovero in ospedale. La leucemia fulminante che troncò a soli 37 anni la brillante vita di Vittorio Veltroni, già ricca di successi, segnò in maniera indelebile l’esistenza del figlio Walter.

Un padre mai conosciuto, dunque, inimmaginabile anche con la fantasia, per la mancanza di qualsiasi ricordo reale.

Compiuti i 60 anni (“ma non mi sento per nulla vecchio, eh?”) Veltroni figlio sente la necessità di chiamare a sé con la fantasia la presenza del padre. Il punto di arrivo della sua vita è ormai molto più vicino di quello di partenza e troppo forte è la sensazione di sentirsi estranei al proprio tempo.

Questo è dunque “il momento giusto” per l’incontro con il padre, per tutta la vita rincorso negli innumerevoli documenti della sua brillante carriera di radiocronista prima e di direttore di telegiornale in seguito.

La casa di Walter è la stessa in cui abitava il padre, anche se l’appartamento è qualche piano più sotto.

Qui, in un ampia stanza interamente tappezzata di libri e con grandi finestre sul parco, due generazioni e due epoche si incontrano.

E’ il filo conduttore del romanzo Ciao, edito da Rizzoli alla fine del 2015, da cui è stata tratta la omonima piece teatrale, in scena al Teatro Franco Parenti di Milano dal 19 al 30 aprile.

All’inizio l’incontro non è tra due affetti, tra due mondi di emozioni, tra due persone ansiose di ritrovarsi.

Chissà, forse è la tendenza maschile a privilegiare i successi, le avventure, le azioni (un analogo incontro madre figlia, chissà, sarebbe forse stato differente, più “caldo” e sentimentale). Fatto è che la prima parte si snoda in una sequenza parecchio agiografica di racconti di imprese mirabolanti e di celebrità incontrate (“dimmi quanto sei stato bravo, papà”), corredati da riprese d’epoca. Il figlio semplicemente non esiste; il padre inanella una serie di “io, io, io”. Si inebria dei trionfi della sua breve e brillantissima vita professionale, iniziata a soli 18 anni come cronista sportivo del Tour de France che si snoda quindi per quasi vent’anni.

Due mondi completamente diversi si confrontano. Diversi certamente per il vissuto esistenziale: il figlio è avanti con gli anni, appesantito e provato dai disincanti e dalle delusioni di una vita pubblica già molto vissuta. Il padre è al contrario nel cuore di una gioventù attiva, nel pieno del successo personale, vulcanico promotore di iniziative innovative. Ma sono soprattutto profondamente differenti gli scenari sociali, gli sfondi su cui le loro vite si proiettano.

Alla vitale, straripante e gioiosa energia degli anni ’50, alla rinascita impetuosa con ancora ben vive le tremende sofferenze di guerra, si contrappone l’incertezza, la mancanza di riferimenti e, soprattutto di prospettive e di speranze, di questi nostri anni confusi. Il padre Vittorio illustra, magnifica, si compiace, trionfa. Si interroga, si angustia, si autocritica invece il figlio Walter.

Due binari paralleli. Due vite che sembrano non comunicare.

Il registro emotivo dell’incontro tra le due generazioni finalmente cambia quando insieme assistono ai filmati del funerale del padre. Le emozioni irrompono insieme con i ricordi. Finalmente si apre una via di comunicazione profonda e personale: tutto il frastuono dei mirabolanti successi sbiadisce sullo sfondo.

Il rammarico di non aver avuto un padre eroico antifascista (non lo fu in effetti per nulla. Fu al contrario sua la storica radiocronaca della visita di Hitler in Italia) trova una risposta: la banale realtà di una vita iniziata nella “normalità” del fascismo e quindi senza alternative conosciute, non era discutibile.

Finalmente si apre un canale di comunicazione emotiva. Il padre vede il figlio nella sua dimensione affettiva.  “Hai cercato di essere ciò che hai immaginato di me”. “Ora me ne vado per rimanerti accanto”. Dopo un imbarazzato abbraccio tra il figlio vecchio e il padre giovane, quest’ultimo torna nel mondo della fantasia e dei ricordi da cui era venuto.

Ed il ciao del titolo è a lui, con il rinnovato amore e rimpianto del figlio.

Beneficiando della profonda e pluriennale conoscenza personale con Walter Veltroni, Massimo Ghini ne restituisce sapientemente la gestualità di un carattere pacato, ma di tormentata riflessività. Francesco Bonomo incarna con energia un padre di comunicativa vitalità e autostima iperattiva, per nulla incline alla autocommiserazione. Un’autocentratura così marcata da suscitare un dubbio: quanto, con un percorso di vita più lungo, Vittorio avrebbe regalato al figlio Walter una reale presenza paterna affettiva?

Guido Buttarelli

 

di Walter Veltroni
con Massimo Ghini e Francesco Bonomo   regia Piero Maccarinelli
scene e costumi Maurizio Balò    
luci Umile Vainieri
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