Corriere dello Spettacolo

Alessandro Preziosi è Vincent van Gogh in “L’odore assordante del bianco” di Stefano Massini

 

Trieste, Politeama Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia, Sala Assicurazioni Generali. Dal 31 gennaio al 4 febbraio 2018

«È stato ammesso oggi in ospedale il signor Vincent W. Van Gogh, trentasei anni. Egli è colpito da manie acute, con allucinazioni della vista e dell’udito: si reputa incapace di vivere e gestirsi in libertà. Necessita sottomettere il soggetto a prolungata osservazione psichiatrica». Registro degli internati Manicomio di Saint-Paul-de-Manson 8 maggio 1889.

Con rara abilità Stefano Massini crea, a partire da questa breve nota, un piccolo universo ben congegnato e la regia di Alessandro Maggi, unita alla supervisione artistica di Alessandro Preziosi che interpreta il protagonista, ne dà un’interpretazione vivace che esprime con coerenza quello stare sospesi fra realtà e sogno già presente nel testo drammaturgico.

Cosa possiamo trovare nella stanza di un ospedale psichiatrico di fine Ottocento?

Quale colore può esserci? Bianco, solo bianco. Anche dalla piccola pianta, fatta crescere con devozione da Vincent nella speranza di poter vedere finalmente un po’ di colore, spunta beffardamente  una quantità di fiori…bianchi.

Ma il segno, il tratto di van Gogh, anche assordato da un colore privo di tonalità non può non emergere. Il Campo di grano con volo di corvi, una delle sue ultime opere, sta lì, nascosto tono su tono sopra le tre pareti immacolate della scenografia di Marta Crisolini Malatesta che imprigionano Vincent e soltanto il sapiente gioco di luci di Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta lo fa emergere di tanto in tanto.

Vincent: così, soltanto con il nome, iniziò a firmare i suoi quadri a un certo punto della sua esistenza tormentata, separandosi così anche in questo dal consesso umano che dà più importanza al gruppo che all’individuo.

La scena mostra la camera della Maison de Santé di Saint Paul de Mausole, l’ospedale psichiatrico in cui si fece internare, nel momento in cui come in un sogno giunge da Parigi il fratello Theo (Massimo Nicolini).

Contenere il vero genio, l’energia eterna che a volte si inserisce in un essere umano, è impossibile anche per lo stesso artista, perdente nel confronto quotidiano con la massa dei mediocri: uscire dagli standard da essi stabiliti porta a essere considerati pericolosi, da tenere a distanza.

La frustrazione provata da questo allontanamento provoca una rabbia che si trasforma in ulteriore potenza capace di aumentare ancor di più quella che già c’è e che permette di realizzare in questo caso il quadro, dal titolo “natura morta senza colore”, che ritrae il più ottuso tra gli operatori interni, il vanesio dottor Vernon Lazàre (Roberto Manzi) che da nullità qual è vuole insegnare al più grande “le cinque regole del buon pittore”, la prima delle quali opportunamente recita: “Un bravo artista cancella sempre i propri errori. Li distrugge, Vincent. Fa in modo che non ne resti traccia.”

È incapace, com’è ovvio di comprendere quanta umana sofferenza sia necessaria per far uscire allo scoperto la bellezza contenuta in un’anima tormentata, incapace di adeguarsi a un mondo “normale” a causa di un’intensità percettiva esageratamente interconnessa, abituato a sentire l’odore assordante del bianco.

Com’è possibile infatti conciliare un’esistenza grigia con la forza esagerata dei colori che violentemente urlavano dentro e che con rabbia si scaricavano sulle tele per dar vita alle opere immortali che oggi ammiriamo con deferenza e allora erano da molti considerate “sbagliate”? Vitalità ribollente, schegge di verità che in lui si realizzavano attraverso l’uso esagerato dei colori, densi e decisi in modo quasi imbarazzante, al punto da volerne la distruzione.

È questa l’origine della furia iconoclasta che si scatena nel caricaturale e perverso Vernon Lazàre, coadiuvato in ciò dagli infermieri Gustave (Alessio Genchi) e Roland (Vincenzo Zampa), mentre tutto ciò affascina il ben più intelligente dottor Peyron (Francesco Biscione), il direttore della clinica che ha bisogno anch’egli di fuggire di tanto in tanto da quella gabbia per fare il medico di bordo. Nella finzione scenica praticherà l’ipnosi sul difficile paziente nel tentativo di cogliere il momento in cui fu distrutto ciò che manteneva distinte realtà e interiorità fantastica. Il dubbio angosciante e terribile di non sapere più da che parte del muro ci si trovi devasta ogni momento della sua breve vita facendo emergere dalle tele urla disperate di una bellezza inaudita, doni meravigliosi a un’umanità ingrata e sorda che di essi ora si bea, mostrandosi riconoscente al creatore non prima della sua morte.

Theo, unico a stargli vicino e ad ascoltarlo veramente, pure lui non riesce a seguirlo del tutto, ad accompagnarlo nei recessi più profondi degli abissi che il fratello abitualmente frequenta. Gli vuole bene, gli sta accanto, cerca di aiutarlo e sostenerlo, ma sta alla finestra di quel mondo, timoroso di entrarvi. Vincent lo capisce e a lui prova ad aprirsi, cercando di spiegargli ciò che la tela per lui rappresenta nel disperato tentativo di sentirsi accettato almeno per una volta.

Tutto è sogno? Non lo sappiamo. Ma la bella costruzione narrativa intessuta con attenzione dalla compagnia sa offrire ben più di questa suggestione. È facile, oggi, riconoscere il valore dell’opera di Vincent van Gogh. Ma, allora, da contemporanei, ne saremmo stati capaci?

Paola Pini

Trieste, Politeama Rossetti – Teatro Stabile del Friuli Venezia Giulia
Sala Assicurazioni Generali
Dal 31 gennaio al 4 febbraio 2018
 
L’odore assordante del bianco
 
Di Stefano Massini
Regia di Alessandro Maggi
Supervisione artistica di Alessandro Preziosi
Con Alessandro Preziosi e con Francesco Biscione, Massimo Nicolini, Roberto Manzi, Alessio Genchi, Vincenzo Zampa
Scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta
Musiche di Giacomo Vezzani
Disegno luci di Valerio Tiberi e Andrea Burgaretta
Una coproduzione Khora.teatro, TSA – Teatro Stabile d’Abruzzo

 

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