Brevi cenni a “The Mule” di Clint Eastwood: quella Pietas riguadagnata. Di Massimo Triolo

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“The Mule” è ispirato ad una storia vera, non staremo qui a delinearne i tratti, e biografici e filmici, i quali si possono reperire in centinaia di pagine telematiche e non.

Sorprende sempre, di questo veterano del cinema, la profondità di sguardo sui temi cruciali della vicenda umana, la pacata, sobria capacità di guardare all’essenziale, di coglierlo senza fronzoli e retorica, per restituire al pubblico una goccia di splendore tale da avere un effetto di reviviscenza di sentimenti sinceri, genuini, e di rinnovata freschezza. Con buona pace di quella parte di critica che ha gridato allo scandalo per le boutade razziste presenti nella pellicola, con buona pace dei buonisti d’ogni schiera che abbondano proprio nei media – che il regista aveva già bacchettato in “Sully” –, diremo che il protagonista del film è niente altro che la fotografia piuttosto fedele di un erede medio della Old Right, e  non si vede perché il cinema di Clint Eastwood debba censurare preventivamente, per pruderie del politicamente corretto, le scene in cui questa si esprime, e va detto, con autoironia e svagata mancanza di aderenza a tempi già abbondantemente scafati nelle battaglie per l’eguaglianza dei diritti: siano essi quelli delle minoranze razziali, dei vari Gay Pride, o siano essi quelli della donna come testimonia la campagna, francamente eccessiva in tutto, dei Me Too. Vi sono elementi nel film ben più interessanti e degni di attenzione, ne citeremo alcuni: la fragilità dell’esistenza, il senso del riscatto e la possibilità di attuarlo anche al limitare di una vita spesa egoisticamente e con sprezzo per valori fondanti che appaiono, fatalmente in vecchiaia, come i soli ad avere peso; ma anche il desiderio che non invecchia con l’età e non fa il pari con un corpo in decadenza, mostrato nel film col coraggio di una fisicità non celata ma anzi rimarcata in ogni aspetto, dal passo claudicante del protagonista alle sue profonde rughe, anche quelle dell’anima, essendo in fondo niente altro che un dinosauro e un sopravvissuto.

Testimoniare con la tenerezza e il garbo che mostra il regista, di un’esistenza , quella di Earl, fondamentalmente sbagliata, improntata al successo nel lavoro, alla soddisfazione edonistica dei propri appetiti, sessuali e non, per farla poi fiorire in extremis, come un bel fiore tardivo tra quelli stessi che questi coltiva da una vita, non è cosa semplice e Clint Eastwood lo fa attraversando con la pellicola tutto lo spettro dei generi e tutte le sfumature delle emozioni… Vi sono il dramma e la commedia – si piange e ci si diverte –, vi sono il poliziesco e il road movie, l’intento pseudo-biografico e la trasposizione veridica del fatto di cronaca. Questa incursione nei generi e nei registri più diversi, non è fatta di episodi e immagini giustapposte, ma di un amalgama spesso e omogeneo, compatto e coeso. Vero è che i personaggi minori o di contorno, sono davvero tali e rischiano di sembrare improntati a un certo schematismo, come in una ripresa a campo medio in cui tutto il fuoco della visuale sia concentrato sul soggetto di un ritratto e il resto sia solo un fondale vago che suggerisce soltanto, accenna invece di connotare. Ma il film resta un ritratto, un ritratto spesso impietoso, di un uomo che raggiunge una consapevolezza disarmante, e tardiva, tale da fargli mettere in discussione tutta un’esistenza e scompaginare, al limite estremo di essa, la sua condotta, i rapporti con i propri cari, ribaltando quei falsi valori, infine, che gli avevano offuscato vista e cuore. Egli compie una rivoluzione copernicana di stampo esistenziale, impara il donare e il donarsi fino al sacrificio, impara l’empatia dando un calcio al narcisismo, impara il coraggio vero, quello dei sentimenti e non quello opaco del successo e della riuscita che tanta società americana ha decantato e fatto assurgere quasi a mistica. Potremmo quasi dire, infine, che egli guadagna a sé una forma altissima di Pietas (latina) verso la famiglia e il suo universo valoriale. Quello che più rende spessore al protagonista, però, è l’aria trasognata, la permeabilità tutt’altro che blasé, con la quale attraversa tutto il film e le sue vicende, il suo costante apparire fuori luogo e fuori tempo massimo, la sua aria quasi chapliniana – tutti elementi che convergono nel grado di alta imprevedibilità che è anche la sua salvezza, almeno fino all’ultima consegna, quella in cui viene catturato dallo stesso poliziotto con cui aveva avuto –  qui ancora il regista sembra giocare sul filo di un senso beffardo del destino – una gradevole conversazione, nei suoi insospettabili panni di amabile anziano mancante del physique du role dello spacciatore cui il suo interlocutore sta dando la caccia; e una conversazione quasi da padre a figlio vista la mancanza di filtri che è privilegio di anzianità. Quando Clint Eastwood muove le fila della regia in maniera così lieve e allo stesso tempo profonda sembra parlare di ruoli che si fondono e confondono, che escono dai binari prestabiliti per abitare il terreno di un’umanità che è sempre più di essi, la quale parla una voce che è come fuori campo rispetto allo scorrere di una vita che li registra e assevera senza rendere merito ad una condizione diversa, altra dal cliché e dall’osservanza di regole che non sono mai bastanti a esaurire tutto il discorso sull’umana compagnia.

Massimo Triolo

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