Corriere dello Spettacolo

TENET, UN’OPERA DEL PRESENTE CHE PROVIENE DAL FUTURO E DAL PASSATO

“Destino?”
“Tu come lo chiami?”
“La realtà”

 

Nel finale di Tenet, nell’ultimo dialogo scambiato tra i due protagonisti, Neil (Robert Pattinson) e il Protagonista (John David Washington), c’è per la prima volta enunciato a parole il principio fondativo e cardine della filmografia di Christopher Nolan, che al solito fa parlare i suoi personaggi in playback, perché la voce originale è sua, le parole sono sue, lui che racconta il Cinema e il suo Cinema a noi spettatori; il prestigiatore sopra il palco che presenta il numero di magia, che trasforma qualcosa di ordinario in straordinario, fino ad attuare il prestigio. Il prestigio è sempre stata un’inversione per Nolan: tornare indietro, al principio di base da cui si è partiti: la realtà, signori miei. Lo straordinario è nell’ordinario. Lo straordinario spiega l’ordinario. Batman spiega Bruce Wayne; un “abracadabra” inganna la morte e fa tornare un padre dalla figlia; il sogno spiega la realtà, l’avventura si compie nell’onirico per tornare a completare un controcampo d’amore e finalmente un abbraccio; dietro il mistero di un buco nero c’è una promessa d’amore; dietro l’orrore della guerra ci sono gesti di attesa, speranza, solidarietà. Dietro le costruzioni imponenti, immaginifiche, magnetiche di Christopher Nolan c’è l’uomo. L’umanità dietro ad ogni meccanismo di finzione cinematografico. Dietro ad ogni dispositivo ludico, spettacolare, fanta-scientifico, dietro ad ogni complesso avvitamento e scivolamento temporale, c’è sempre un autore aggrappato al reale, nell’ossessiva ricerca di verosimiglianza della messa in scena, e dei movimenti interiori che muovono le azioni dei suoi personaggi. Così anche alla fine di Tenet, quando il film è ormai diventato l’esasperazione di un gioco, freddo e quasi ripetitivo, con personaggi trasformati in mere pedine in mano al suo creatore, dentro una tenaglia che è solo pura immersione audiovisiva, senza nessun briciolo di altre forze tensive – centrifughe e centripete – iniziano ad insinuarsi, in montaggio alternato, segnali di umanità, parole come “amore”, “fiducia”, “fede in qualcosa”, per poi approdare ad un ritorno, a quella realtà, dichiarata, netta, imprescindibile: come Dunkirk (e quasi ogni film di Nolan), anche Tenet è un andare e tornare, un inspirare ed espirare, è il respiro del petto del Cinema di Nolan, è in questo caso il movimento palindromo, l’inversione di tutta la sua filmografia (esemplare come torni in una scena Jeremy Theobald, il primo attore con cui Nolan ha lavorato ai tempi dei primi corti e di The Following, primo lungometraggio). Tutto quello spettacolo incandescente e smisurato, quel gioco immersivo, quella tenaglia stretta intorno alle viscere e alla testa, incomprensibile ma carica di un fascino lontano ed enigmatico, non sono stati solo l’algoritmo di un inganno per sorprendere il pubblico e fissare, come in una foto, la meraviglia nello sguardo dello spettatore; sono stati il nascondimento di un segreto, il lenzuolo magico sopra la gabbia dell’uccellino. Pensavi di poterti fermare al desiderio di conoscere il trucco e l’artificio di quello che stavi vedendo, di una pellicola che andava avanti e indietro nella stessa inquadratura, di edifici che esplodevano e si ricomponevano nello stesso istante, di proiettili che colpivano e si ritiravano; pensavi ti potesse bastare. Ma non è così. Non è mai stato così con Christopher Nolan. Volevi di più, hai sempre voluto di più: conoscere quel segreto. E il segreto è che il Cinema (il trucco, la finzione) è un atto di fiducia. È il “paradosso del nonno”. Non puoi sapere come andrà, limitati ad agire e a sperare. Istinto? No, fede. Destino? No, realtà. Fede nella realtà, fede nell’uomo. Lo straordinario dentro l’ordinario, “come mettere un cappotto sulle spalle di un bambino per fargli capire che il mondo non è finito”.
“Non cercare di capire, limitati a sentire”. Suggerisce la scienziata al nostro Protagonista ad inizio film, ed è ancora Nolan che ci parla, parla con il film del suo film, e ci indica percorsi da seguire. Tenet riparte da Dunkirk e ne prolunga il discorso, lo amplia, lo esaspera per certi versi: ci parla di un Cinema che vuole cantare la spettacolarità, privato di trama, di storia, dei grandi eroi e dei grandi personaggi. Qua la fabula è semplice: un cattivo (Kenneth Branagh) vuole distruggere il mondo, un gruppo di buoni deve impedirglielo; tantissime location, abiti e automobili di lusso, una donna bellissima, e una risoluzione sempre posticipata in continue corse contro il tempo, e momenti di stasi che preparano parti di pura azione e concitamento all’interno della missione generale. È l’intreccio che si fa complicato, è il dispositivo ludico che diventa un rompicapo da risolvere. Per Nolan il blockbuster è sempre stato un cubo di Rubik, con la differenza di avergli donato un’anima. Il gioco, per Nolan, ha un cuore pulsante. Così Tenet, al pari di Dunkirk, è un non-film, dove il “come” diventa il “cosa” (lo suggerisce al nostro Protagonista, ancora una volta, la stessa scienziata: a te interessa il “cosa”, a noi il “come”); i “significanti” ambiscono a diventare “significati”, l’artificio è narrazione e il montaggio è il narratore onnisciente, che sa, che decide cosa mostrarti, cosa farti sentire, quando e dove. Che lavora il tempo, questa volta non solo e non soltanto attraverso tagli e alternanze, non utilizzando in modo accademico flashback e flashforward, ma inserendoli all’interno della stessa inquadratura: un montaggio interno che non si era mai visto, che va oltre a quanto fatto 80 anni prima dalla profondità di campo e dal piano sequenza, che non riguarda codici linguistici del cinema, ma elementi diegetici che diventano artificio linguistico. E allora dentro la stessa inquadratura puoi vedere, allo stesso tempo, il racconto di una scena procedere normalmente in avanti nel tempo, e riavvolgersi. Tenet contiene Memento in ciò che mostra, non per come lo mostra. Nolan con Tenet, cioè non solo con il film, ma proprio con la tecnologia “Tenet”, capace di cambiare l’entropia di un oggetto o di un soggetto e donargli la capacità di inversione, cioè di tornare indietro nel tempo, di riavvolgere il nastro di quello che gli è accaduto, rielabora il concetto di narrazione e allarga lo spettro dei punti di vista: i punti di vista di alcune scene si accavallano dentro la stessa inquadratura, rivediamo la stessa scena non da punti di vista diversi dei personaggi, ma in momenti del tempo e disposizioni spaziali diverse. Tenet contiene Tenet.
E così l’ultima opera di Christopher Nolan, al pari degli altri film della sua filmografia, si allaccia al precedente portando avanti un discorso poetico ben preciso e coerente, e allo stesso tempo è un contenitore privilegiato di tutti gli altri, di tutte le ossessioni del regista: ossessioni di contenuto (il tempo, la vendetta, la donna vittima e figura redentrice, la speranza, l’attesa, l’amore – materno, paterno, filiale, tra uomo e donna -, la fiducia), ma anche di struttura, che ormai è un modello obbligatorio (prologo – e ancor una volta girato da dio, con una colonna sonora più impeccabile che in altre parti del film -, svolgimento ed epilogo – capace come sempre di tirare le somme, e declinare la freddezza del meccanismo in note più calde: il segreto è sempre qualcosa di caldo. E non a caso il blu e il rosso, colori chiave scelti dal sempre magistrale direttore della fotografia Hoyte Van Hoytema, si alternano, e a volte convivono nella stessa inquadratura, ma è il rosso che si dipana e sfuma sulla tela del grande schermo, nel finale, in quel preciso dialogo. Il segreto è rosso). Per la prima volta forse, il regista di origini britanniche diventa più deciso in certe tematiche: penso al rapporto tra il villain di turno e la moglie (Elizabeth Debicki), alla donna come oggetto, ricattata e quindi posseduta, prevaricata dall’uomo che l’annulla; per la prima volta, è un aspetto meno generale (Nolan ha quasi sempre parlato di concetti importanti, ma universali) e più specifico, per certi versi attuale.
Tenet è un film che racconta il Cinema nella sua componente spettacolare. E un Cinema così non può che accadere in sala. Nolan continua a richiamarci a popolare la sala, il luogo imprescindibile dove la meraviglia del Cinema si manifesta. Tenet non può essere lo stesso senza lo schermo più grande possibile, senza quell’audio che ti avvolge, senza questo tipo di immersione totale dei sensi, in apnea, e con i battiti accelerati. E senza altre persone con le quali rivolgere lo sguardo al prestigio e al prestigiatore, occhi aperti durante un sogno collettivo e condiviso.
Tenet non è l’oggetto migliore creato dal regista, ma sprigiona un’energia unica, che proviene da lontano. Dal futuro e dal passato. È un’opera del presente, alla quale Nolan ha cambiato l’entropia, conferendogli il potere dell’inversione. Quando pensi che sia già sfuggito, ecco invece che ti ritorna in mente. Lo ripensi. Lo riconsideri. Ti stringe come una tenaglia. Ti circonda come in un abbraccio: ancora una volta, infine, compiuto. È l’abbraccio del Cinema.

Simone Santi Amantini

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