Dial up: la vittoria corre sul filo. Esempi sul tema rock around the phone e dintorni. (cellophone&trippe)

Inseguito da un’insolita anarchica schizophrenia non politica ma festaiola e comportamentale di fine anno, tipo gente che va, gente che viene, con ognuno di loro che implacabilmente fa quello che vuole; mentre io sono sempre lì, in attesa della fine alla finestra; quando io so che devono ancora portare a termine un disegno criminale, che c’è un compito ancora da completare, un discorso sospeso, un omicidio un sequestro, una mancanza improvvisa – è tipico, si dicono, dicono di essere italiani, vogliono fare i cattivi, vogliono schiacciarti il cervello tra le costole e il respiro, vogliono incasinare il tuo modo di parlare (Pulp Fiction), sono personaggi oscuri, vogliono stravolgerti l’umore – quando io so, dicevo, comunque, che c’è qualcosa in ogni caso da rispolverare e agitare all’occorrenza come uno spauracchio, un amuleto satanico da messa nera, come una malattia, uno spaventapasseri in dark mode; perchè per loro (ma loro chi, ‘one?) le cose non sono andate bene per venti lunghi e consecutivi Natali. Allora, noi, tra tutto questo bailame, introduciamo The Scarecrow, Pink Floyd; e io mi ricordo che la vittoria corre sul filo, Tightrope direbbero, bene e giustamente, gli Stone Roses; e con la vittoria corrono irrefrenabili i ricordi di una vita insana, ingiusta, come quando tutti intorno fanno rumore, tipo Battiato, e non è difficile restare calmi e indifferenti ma impossibile – e molte volte i ricordi diventato un suggerimento per il futuro; al che la tua vita, il tuo presente, cortocircuita in looping, e il tuo oggi è già accaduto, passato, superato, oltrepassato, e il tuo è un tempo fossile, immoto, scalzato via da altri intervalli. Allora provi a fare una chiamata, una telefonata per dividere tra due l’ansia e il tormento dell’immobile (ringing it all back home). E quella che segue non è una classifica. Non ne abbiamo i titoli e le competenze necessarie o più semplicemente non ne siamo in grado.

In ordine sparso, dunque, così come vengono in mente, questo il brain storming delle canzoni con tema il telefono. Ma non la faremo tanto lunga. Ci daremo un termine e un limite. E lasciarsi andare al racconto, parlarsi addosso a pioggia di pensieri incatenati e incasinati piace a molti – e, anche se io non sono Dylan Dog, queste sono le nostre canzoni, per ora.

Se Telefonando, Mina, 1966.
La prima che incontriamo è una canzone italiana. Un classico, un grande classico, un lungo girovagare attorno a un motivetto dirompente. E al giorno d’oggi, quei giorni lontani ci racconta I di una distesa di tempo lunga il doppio. E tutto ci sembra tutto più lontano e tutto molto più piccolino.
Di questo brano poi sono state fatte più versioni e tutte le versioni hanno fatto centro clamorosamente. La canzone ha vissuto più di una volta soltanto e tutte le volte ha vissuto alla grande.

Are You Hung Up? Frank Zappa, 1968.
Sei messo giù? Hai staccato? Sei disattivato? Insomma…sei stonato? È in ogni caso il primo brano di We’re only in it for the money, di Frank Zappa, del 68, parodia di Sgt.Pepper dei Beatles. Qui stiamo un po’ barando perchè la canzone a parte il titolo, Sei scollegato?, non ha molto a che fare col telefono ma gioca con le parole e col lessico telefonico nel determinare uno stato mentale.
Il brano è un assaggio del mondo musicale di Frank Zappa, fatto di suoni potentemente all’avanguardia, di registrazioni che anticipano di molto roba tipo The Dark Side Of The Moon e che si mettono in scia alla perfezione del suono dei grandi maestri del jazz. Strutturalmente il brano si compie sul dorso del teatro dell’assurdo e apre ad assoli di chitarra esuberanti proprio in presenza della voce ospite di Eriç Clapton.

Telephone Conversation, Frank Zappa 1968.
Questa è una telefonata. Il brano ci racconta una telefonata. I suoni sono grandiosi. Hot Rats, a real movie for your ear, deve ancora uscire, ma qui Frank Zappa ci fa capire chiaramente che il suono, i suoni, e non la musica, le canzoni, sono i veri protagonisti dell’epopea e del catalogo d’eccedenza di Frank Zappa.
Siamo sullo stesso disco di Are you hung up?, si raddoppia dunque, questa è però la traccia numero cinque.

New York Telephone Conversation, Lou Reed, 1972.
Lou Reed, alla fine, e meno male, qualcosa di squisitamente dolce, infinitamente dolce e molte volte fino allo shock iperglicemico: dai Velvet Underground in avanti è pura detonazione, pura glicerina a 33rpm, dolcezza oppiacea.
Qui lo incontriamo da solo. I Velvet Underground faranno un solo altro passo senza di lui ma il quinto loro album sarà scomunicato, delegittimato, non riconosciuto e sbattezzato, sconsacrato.
New York Telephone Conversation è su Transformer. Transformer è il secondo di due capolavori di Lou Reed: i primi due dischi solisti. Transformer è quello con Perfect Day, per intenderci, Walk On The Wild Side, Satellite Of Love, e New York Telephone Conversation, appunto.

Call The Doctor, J.J. Cale, 1972.
Anche qui un po’ si bara, forse. Ma mi viene in mente che a meno di non chiamare a voce alta una verosimile assenza, in qualche misura si debba usare il telefono per chiamare un dottore. I tempi lo consentivano pure allora. Do per scontato quindi che la chiamata avvenga tramite un telefono – e okay. Ma qui noi un posto lo si doveva trovare per forza. Questo è il primo album di JJ Cale. Questo è un vero e proprio capolavoro. A parte forse la versione di Garcia con Merl Saunders di After Midnight, in ogni caso superiore alla versione di Eric Clapton, tutte le canzoni qui incise sono migliori nella versione di old JJ, suonano meglio ascoltate da questo disco. La canzone in realtà risale al 66. Clapton l’ha poi stampata nel 70 e JJ l’ha rifatta nel 72.

Young Lust, Pink Floyd, 1979.
Qui la telefonata è alla fine. Ma questa è dell’album una delle canzoni meno diffuse, e io quasi quasi la preferisco a Comfortably Numb.
Il pezzo parla di un tale che cerca una donna a tutti i costi, ma che alla fine si riduce a chiamare sul filo dei ricordi lo stimolo più forte dei suoi pensieri, andando a sbattere contro una realtà affatto estranea alle sue meditazioni solitaire. È la creazione di una palla di fuoco che brucerà il nostro nuovo eroe in eterno.

Call Me, Blondie, 1980.
Con l’Amiga, in qualche misura, diciamo, Blondie è l’ultima creazione di Andy Warhol. La canzone selezionata, poi, Call Me, appunto, potrebbe introdurre alcuni dei motivi o canoni di testo, struttura, che seguiranno in Tanz Bambolina di Camerini, oltre all’estrema facilità e piacevolezza d’ascolto. Il brano è poi inserito all’interno di una colonna sonora, di un lavoro discografico per il cinema. E li riesce a dare il massimo. E non si piega a nessuna didascalia da video clip.

Telefonami Tra Vent’Anni, Lucio Dalla, 1981.
Tra tutti, Lucio Dalla era il big del dialogo, della comunicazione, un drago dei mass media, quasi. Lui era il re dei due mondi di carta. Il suo impero di parole era sempre quello più diretto. E sulla comunicazione ci ha composto due canzoni: Caro Amico Ti Scrivo è la seconda. Telefonami Tra Vent’Anni è un discorso sul tempo sospeso, sulla necessità di riflessioni lunghe e preminenti. Fotoromanza, per esempio ha il bisogno opposto dell’immediato. È tensione. Sono campi magnetici.

Telefona a ‘stu cazzo, Squallor, 1982.
Il 18 ottobre 2020 muore Alfredo Cerruti, uno dei guru della musica italiana, fondatore, voce e cuore degli Squallor. Totò Savio, la musica del gruppo, ci aveva lasciato anni prima, ma il loro testamento culturale è difficile da accantonare e da raccontare con un semplicissimo mi ricordo à la De Andrè. Nel catalogo del gruppo italiano il telefono occupa una parte essenziale se non altro perchè tutta la saga di Pierpaolo, per cominciare, uno dei personaggi principali della storia musicale del gruppo, si svolge interamente al telefono. Poi c’è questo brano. Una ballata rock che gli Squallor includevano una in ciascun album praticamente.

Fotoromanza, Gianna Nannini, 1984.
Eccola quà! La canzone tormentone. Il primo grandissimo successo di Gianna Nannini. Molto bello come racconta il tedio che ci trascina via ogni giornata nello strascico di pensieri tiraemolla e nel cercare di indovinare la tensione che c’è dall’altra parte. Il gioco è quello turbo dell’amore. Ma qui sono giorni passati in attesa di una telefonata, e strano a dirsi, chi chiama per primo perde.

I Just Called To Say I Love You, Stevie Wonder, 1984.
Le telefonate in rock più celebri sono sicuramente quelle di Bono Vox, dal palco dei suoi concerti all’intimo dell’ospite telefonico della serata, ma questa canzone di Stevie Wonder, questo suo tenero giustificarsi, è uno dei cimeli più preziosi che si lega a doppio filo, è il caso di dirlo, al telefono. Qui però c’è davvero poco da dire. La canzone è inserita nella colonna sonora de La Donna In Rosso.

One Phone Call / Street Scenes, Miles Davis, 1985.
L’action music dell’ultimo Miles Davis ha colpito ancora. Il periodo descrittivo, non più narrativo, quello che più si lega alla veemenza di Walkin e via discorrendo, quello che fu della Prestige, è il protagonista di questa nostra scelta. Qui Miles Davis suona quello che oggi tutti suonano nei clubs più di tendenza. Ipertecnicismi funambolici sono il pane quotidiano. La strada infine Miles Davis non l’ha mai lasciata. Sempre on the road. Sempre un passo avanti.

Telephone Call From Istanbul, Tom Waits, 1987.
Waits Tom Telephone Call From Istanbul. La madre di tutte le battaglie. E poi servirono dall’alto su piatti di carta la loro vendetta (ancora? Ma loro chi, carciofino?)….Io da par mio non ho ancora capito quale tra Franks Wild Years, Blue Valentine o Real Gone sia di Tom Waits il mio disco preferito (Swordfishtrombones?), ma ci sono anche i due lavori per il teatro di Bob Wilson da considerare nella giusta misura. Il cameo surrealista comunque che il nostro brano prescelto offre all’ascolto è ad ogni modo delizioso. C’è la sorpresa e l’attesa e l’annuncio telefonico dell’arrivo salvifico di una donna.

Call The Doctor, Spacemen 3, 1987.
È lo stesso ragionamento che abbiamo fatto con l’omonimo di JJ Cale. Ma questa è dei fatti la versione degli Spacemen 3. Anche loro si sentono poco in giro. Meglio così. A noi piacciono i locali poco affollati. È fondamentale comunque parlare ogni tanto degli Spacemen 3.
La canzone è contenuta in The Perfect Prescription, album miracoloso, ma si parlava di covers con JJ Cale, e tutto quello che possiamo dire è che I Bowery Electric hanno rifatto da capo Things Will Never Be The Same, dallo stesso album di Call The Doctor. Sono litanie da una dimensione sonico-musicale a noi del tutto sconosciuta. In ogni caso sono ancora freschissime le memorie floydiane di doctor doctor…..

Hung Up, Madonna, 2005.
Improvvisamente Madonna ci piove addosso con questa canzone. Hung Up è il singolo che lancia la star americana nel cielo degli eterni. Il disco, Confessions On The Dancefloor, lo si ascolta tutto con piacere particolare. Il successo è tale che Madonna tornerà in tour a far ballare il pubblico dal vivo in gigantechi baccanali musicali. La canzone dice di una che si è stancata del sottile gioco dell’amore e mette giù, hung up, non ci sono più santi. È la fine. Più!

Non me ne vengono in mente altre. Ci sarebbe anche Piange Il Telefono, di Domenico Modugno, ma onestamente a me quella canzone non è mai piaciuta e il film non l’ho mai visto. Si anche Frank Zappa adora il melodramma. Le sue sono delle fantastiche commedie musicali americane tipo anni cinquanta, ma, scusate, Piange Il Telefono proprio no, dai, su. …..e poi io alla fine non avevo più voglia di fare finta di niente, e non così a gratis, per niente. Quelli mi avevano preso di mira (ah mò…ma quelli chi? oh, pepè?!?!!). Mi stavano alle costole fin dai dilettanti. I soliti vanagloriosi vagheggiamenti, sempre a struggersi in direzione di nuove prospettive deliranti (ma di chi parli, bambin’?!?!, voices off?!?!?!?).

È che quando smetti di bere ti senti alto la metà, e rimani da solo per sempre con le tue infinite e melodrammatiche paure.

ox4d

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