Assonanze: il racconto di un disco – 29. Crazy Diamond, Syd Barrett, 1993

Bigiamo? Dai quando tutto torna normale, questa estate organizziamo una mega bigiata di massa. Un’astensione collettiva dal dovere. Ognuno porta qualcosa. Io porto Syd Barrett, i Velvet Underground e i Grateful Dead. Li ho portati anche all’esame.

Il libro tibetano dei morti è un po’ la storia dell’autocoscienza quasi hegeliana tra la vita e la morte, tra due stati dell’esistenza umana.

A sua volta le letture di Syd Barrett costituiscono una meditazione tra ogni pre e ogni post della vita artistica. Tra il leader che si spoglia di ogni sua vestige e lascia due meravigliosi canti solisti prima di lasciare definitivamente l’industria discografica, e l’oblio e il tedio e l’insostenibile leggerezza di una vita quasi normale.

Ma questo è un percorso non unico e ne rato, soprattutto per i musicisti dell’epoca – a ma viene in mente Angus MacLise, per esempio primo batterista dei Velvet Underground che lascia, diciamo così, il gruppo quando questi firmano ed entrano a registrare un lavoro mitologico, e abbandona quindi la mitologia urbana rockettara per dedicarsi ad altro – il primo se vogliamo fu Arthur Rimbaud, o forse Lord Byron, la cui scelta di vita è ancora più macroscopica.

E Angus MacLise era comunque molto più avanti di Syd Barrett, era già molto più formato. MacLise era già con La Monte Young,  John Cale, appunto, Tony Conrad, Terry Riley, Marian Zazeela, e il collettivo Fluxus.

Pare cioè che laddove in molti sono stati schiacciati o scacciati, molti altri si siano rotti leppalle in fretta della civiltà Occidentale e di tutte le sue lusinghe.

E Syd Barrett non ne aveva più voglia. Non aveva più voglia dei play back, non aveva più voglia delle folle da concerto. Non voleva più piegarsi a un’industria in cui non si riconosceva. Voleva solo dipingere. Voleva solo spingere il suo cervello oltre ogni limite e vivere la vita il più velocemente possibile, quasi a volersene sbarazzare, quasi a voler finire tutto in fretta.

L’abuso di sostanze stupefacenti ti cambia il cervello inevitabilmente. Ti porta su livelli di coscienza non più compatibili con la realtà che vivi male. E certe cose ti portano a fare bizarre cazzate come dare fuoco a una chitarra sul palco, mangiare i pipistrelli, farsi le seghe in concerto, mettere dell’esplosivo nelle tazze dei cessi degli hotels, picchiare gli spettatori, e a morire di morti schifose tipo morire soffocati dal proprio vomito…e poi c’è Syd Barrett…boh…ma ne abbiamo viste di cose che voi umani…

Syd Barrett era il leader del movimento psichedelico europeo. Ha scritto il primo disco dei Pink Floyd, uno dei lavori migliori della mitologia musicale contemporanea, e ha composto due meravigliosi dischi da solista, praticamente unplugged. Poi ha dipinto per tutta la sua vita – e tutti gli altri dietro ad annusargli il culo come cani (ma infatti non sono andati da nessuna parte).

ox4d

Bigiamo? Dai quando tutto torna normale, questa estate organizziamo una mega bigiata di massa. Un'astensione collettiva dal dovere. Ognuno porta qualcosa. Io porto Syd Barrett, i Velvet Underground e i Grateful Dead. Li ho portati anche all'esame. Il libro tibetano dei morti è un po' la storia dell'autocoscienza quasi hegeliana tra la vita e la morte, tra due stati dell'esistenza umana. A sua volta le letture di Syd Barrett costituiscono una meditazione tra ogni pre e ogni post della vita artistica. Tra il leader che si spoglia di ogni sua vestige e lascia due meravigliosi canti solisti prima di lasciare…

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