Alessandro Serena per “Artisti ai tempi della pandemia si raccontano”, a cura di Daria D.

Alessandro Serena – Docente di Storia dello spettacolo circense, autore, regista e produttore.

Zona rossa, Covid, Pandemia… quali sono le tue reazioni immediate quando senti o leggi queste parole?

Innanzitutto, brividi. Per i morti che ci sono stati e per la tanta sofferenza che questo periodo ha causato. Poi spaesamento, perché all’improvviso le nostre vite sono cambiate radicalmente. Ma penso anche alla forza di chi ogni giorno lotta per superare le avversità. Non solo i medici e gli infermieri, ma anche tutte le persone che affrontano questo momento di incertezza stringendo i denti.

Come hai vissuto e come stai vivendo questo periodo di pandemia, di lockdown?

A livello personale, cerco di non stravolgere troppo la mia vita. Nel rispetto assoluto delle norme anti-contagio, riservo del tempo per andare in bicicletta, chiamo gli amici su Zoom, invece che andare al cinema guardo serie tv su Netflix.

Per quanto riguarda il lavoro, paradossalmente da quando c’è stato il primo lockdown non siamo mai stati fermi, ci siamo subito attivati per fronteggiare la crisi e inventarci soluzioni per andare avanti. Devo dire che siamo riusciti a realizzare progetti interessanti, online ma anche dal vivo, quando la situazione dei contagi ha permesso di farlo. In particolare, sono riuscito a sviluppare, a livello di scrittura, alcuni spettacoli che erano in progress. Non vedo l’ora di applicare questi cambiamenti o aggiunte alle varie performance e vedere se funzionano bene con il pubblico come nella mia mente. Dato che una parte della mia attività è dedicata alla formazione presso la Statale di Milano e lo IULM, è stato strano trasferirla sulle varie piattaforme web. Ma siamo riusciti anche a fare un importante progetto europeo Erasmus+ di avviamento al lavoro in presenza.

Come artista ti sei sentito abbandonato, emarginato, dimenticato? Oppure è la condizione normale degli artisti e quindi…

Gli artisti, e in special modo gli artisti del circo e dello spettacolo viaggiante, sono abituati ad una certa marginalità, anche se poi il loro è sempre stato ed è tuttora una delle forme d’arte più apprezzate dal pubblico. Vero è che in questa fase delicata si sarebbe potuto fare qualcosa in più da parte delle istituzioni, anche se questo vale forse un po’ per tutte le categorie e va poi considerato che la situazione è davvero inedita, nessuno è arrivato preparato.

Pensi che la cultura ne abbia tratto beneficio o sia stata ulteriormente deprezzata?

La gente, impossibilitata ad andare a teatro, a un concerto, a uno spettacolo di circo, si è resa conto di quanto queste cose, che prima davamo per scontate, sono importanti. È emerso un dibattito vivace, sulla necessità della cultura per il benessere di una società. Le persone hanno bisogno dell’aria aperta, di un’alimentazione sana, di cure adeguate. Ma anche di incontrare gli altri, di emozionarsi e riflettere attraverso l’arte.

Hai avuto modo di preparati per il dopo?

Noi siamo già pronti. Abbiamo spettacoli di grande successo, come quello dei Black Blues Brothers, che non vediamo l’ora di portare di nuovo nei teatri e nei festival internazionali. Quando è scoppiata la pandemia eravamo in Australia, dopo un tour mondiale di centinaia di date, tra le quali quelle al Fringe di Edimburgo, la più importante kermesse al mondo. Anche quest’anno, con tutte le difficoltà del caso, stiamo programmando una ricca stagione estiva.

E poi abbiamo nuove produzioni: uno spettacolo ispirato alle opere di Gabriel García Márquez realizzato con straordinari acrobati cubani e un secondo lavoro coi Black Blues Brothers, il cui titolo oggi sembra anche un auspicio per un ritorno alla normalità: Let’s Twist Again!

Pensi che dalla sofferenza, dal bisogno, dalla disperazione possano nascere forme diverse di arte, magari con una maggiore profondità etica e sociale?

L’arte risponde sempre, in maniera più o meno diretta, alle domande della società. Probabilmente ci saranno opere ispirate esplicitamente alla pandemia, ma quello che trovo più interessante sarà la riscoperta della dimensione collettiva dell’arte, dello spettacolo dal vivo. In maniera magari inconscia, credo che gli eventi futuri ragioneranno nella forma e nei contenuti sul tema del contatto umano, inteso in tutte le declinazioni possibili.

Quando crei hai bisogno di isolamento o ti butti tra la folla, si fa per dire, per trovare ispirazione?

L’ispirazione può arrivare sempre. Da solo, o quando sei al supermercato. Poi c’è un momento di riflessione personale, uno studio che generalmente svolgo da solo, ma già pensando alla realizzazione pratica, che nel nostro campo significa corpi, sudore, fatica. Un numero di circo lo si crea con gli artisti, non nella mente del regista. Il nostro è un lavoro collettivo, le idee han bisogno di scenografi, costumisti, tecnici, musicisti. E poi c’è il pubblico, elemento fondamentale: lo spettacolo è un animale vivo che cresce e si modifica nel confronto con gli spettatori.

Cosa vorresti che si facesse per gli artisti in momenti come questi quando sembrano, o forse sono, i più dimenticati?

Riconoscere che sono lavoratori, proprio come tutti gli altri. E che come tutti gli altri hanno bisogno di sostegni, dal momento che non possono lavorare. Ascoltare i loro bisogni, per calibrare al meglio il tipo di aiuto. In generale, ribadire l’idea che l’arte è un elemento vitale della società.

In questo periodo c’è qualcosa che hai imparato, o apprezzato maggiormente?

Sarà banale, ma lo stravolgimento delle nostre esistenze mi ha portato a riflettere sulle cose quotidiane cui prima non prestavo attenzione. A livello lavorativo, il modo col quale abbiamo affrontato le difficoltà mi ha fatto capire quanta energia ha il nostro gruppo. Potevamo abbatterci, rinunciare. E invece per certi versi abbiamo addirittura rilanciato le iniziative. È un potenziale che anche quando ci saremo lasciati alle spalle tutto questo avrà un grande valore.

Quando tutto finirà, cos’è la prima cosa che farai?

Andare a giocare a calcetto coi miei amici.

Cos’è la speranza per te?

È una forza attiva: per funzionare, bisogna impegnarsi. E il circo lo sta facendo, ed anche per questo riuscirà a farcela.

E l’arte?

L’arte è il racconto della grande, misteriosa bellezza dell’essere umano. Delle sue fragilità e dei suoi ideali. È la risata che butta giù un teatro, lo stupore negli occhi di un bambino, la commozione. È la condivisione del nostro cammino su questa terra.

Lascia una parola per il tuo pubblico, i tuoi lettori, i tuoi fan, per chi leggerà questa intervista.

Il circo vi aspetta, non appena sarà possibile sarà un piacere reciproco incontrarci di nuovo.

Grazie Alessandro!

Daria D.

https://vimeo.com/402520851
http://www.circoedintorni.it/

In copertina The Black Blues Brothers, tributo acrobatico comico musicale

Alessandro Serena - Docente di Storia dello spettacolo circense, autore, regista e produttore. Zona rossa, Covid, Pandemia… quali sono le tue reazioni immediate quando senti o leggi queste parole? Innanzitutto, brividi. Per i morti che ci sono stati e per la tanta sofferenza che questo periodo ha causato. Poi spaesamento, perché all’improvviso le nostre vite sono cambiate radicalmente. Ma penso anche alla forza di chi ogni giorno lotta per superare le avversità. Non solo i medici e gli infermieri, ma anche tutte le persone che affrontano questo momento di incertezza stringendo i denti. Come hai vissuto e come stai vivendo…

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