Assonanze: il racconto di un disco – Radio Gnome Invisible Trilogy, Gong, 2015

E qui si va sul difficile. Daevid Allen è poi uno tra i più trascurati tra i big della sei corde. Lui poi aveva già lasciato i Soft Machine prima di formare i Gong. Siamo nel mito prima ancora di entrarci – e quello che segue è una fiaba musicale in tre parti.

Loro sono della scuola di Canterbury, un’indicazione geografica tipica che sforna prodotti a conti fatti non troppo distanti dall’area krautrock.

Molto più di The Piper At The Gates Of Dawn, poi, e per contenuti di testo e per ambientazioni varie, la trilogia dei Gong ci restituisce un habitat fiabesco molto più decisamente cartonato, campionato con tanto di mappe e story book in allegato per la trasposizione scritta e per immagini delle dimensioni musicali del disco.

Più estremo e caotico di Joe’s Garage I, II, III; e ma qui bisogna decidere se era più satirico, ambiguo, ironico e dissacrante Frank Zappa o Daevid Allen – e anche lui coi Gong va di getto sul torbido con Prostitute Poem su Angels Egg, la seconda parte della trilogia specifica.

C’è comunque da dire che la storia dei Gong è un getto d’acqua multiforme che travolge tutto quanto, in grado di metamorfosare anche se stessa, la propria storia, considerando che le Percolations cominciate con Angels Egg assomigliano più a Love Is How You Make It su Gazeuse! senza la traccia vocale che agli omonimi suonati con Allan Holdsworth – anche lui ex Soft Machine, ma i Gong soprattutto sono un laboratorio di chitarristi formidabile – Daevid Allen, Steve Village e Allan Holdsworth, nel nostro caso.

Le uscite originali: Flying Teapot, Angels Egg ed You si spalmano lungo tutti i primi anni settanta e degli anni settanta diventano un esempio eclatante, un parco naturalistico protetto. Ogni canzone di quei tre dischi è uno strepitoso voiceover per un capitolo di un libro raccontato in tre uscite discografiche. E il libro potrebbe essere, è, The Radio Gnome Invisible Trilogy – un picco di creatività inarrivabile.

Ogni canzone dettaglia un luogo, un ambiente e delle azioni. La narrazione è tutta molto dolce. Il tono è enfaticamente fantasy. Il racconto è preciso. Ci sono anche i dialoghi e le descrizioni dei personaggi. È un roleplay musicale. Un’adventure senza consolle, tipo la Storia Infinita, Gremlins. E quasi ogni strumento è un personaggio. È uno sforzo creativo senza pari. Ogni canzone è la narrazione di un mondo, di cose che succedono secondo una disposizione creativa affatto coerente.

Non saprei cos’altro dire. Io non lo so ancora, ma mi meraviglio del fatto che non ci sia stato un sequel per immagini tipo film, al di là delle illustrazioni di Daevid Allen contenute nel box su cd celebrativo. In pratica sono tre dischi degli anni settanta raccolti in un unico cofanetto.

Questa è la mia seconda grande scoperta musicale: i Gong. Dopo Bob Dylan dell’estate 19 che mi ha costretto a rivisitare e correggere tutte le mie conoscenze musicali, e come dicono loro nelle canzoni del triple concept, Gong è davvero la scoperta di un altro pianeta.

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E qui si va sul difficile. Daevid Allen è poi uno tra i più trascurati tra i big della sei corde. Lui poi aveva già lasciato i Soft Machine prima di formare i Gong. Siamo nel mito prima ancora di entrarci - e quello che segue è una fiaba musicale in tre parti. Loro sono della scuola di Canterbury, un'indicazione geografica tipica che sforna prodotti a conti fatti non troppo distanti dall'area krautrock. Molto più di The Piper At The Gates Of Dawn, poi, e per contenuti di testo e per ambientazioni varie, la trilogia dei Gong ci restituisce un…

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