L’ULTIMO DESIDERIO di Pietro Favari (sedicesima e ultima puntata)

A seguire l’ultima puntata del romanzo di Pietro Favari.

SEDICESIMA PUNTATA

78

<<La prima volta che venni condannato a morte avrò avuto… sei anni… No, forse quattro o cinque… È curioso, non mi ricordo quanti anni avevo e invece ricordo benissimo quel momento, fin nei minimi particolari>>.

Eva ha un sussulto. E’ di turno nella redazione di L’ultimo desiderio per ascoltare le proposte dei possibili concorrenti della trasmissione televisiva.

In genere un’invincibile noia. Invece la richiesta del signore davanti a lei – un ometto anziano, apparentemente poco interessante ma con gli occhi sbarrati per l’emozione – ha colpito la sua attenzione.

L’uomo continua la sua storia.

<<Fu mia zia ad emettere la sentenza…

Io la chiamo zia ma in realtà era la mia bis zia, la sorella della mia nonna materna. Era una donnina minuta, sempre vestita di nero per chissà quale lutto, maestra di scuola in pensione, non si era mai sposata.

Era attraversata da periodiche crisi di follia, una follia tranquilla, badate bene, soave… Improvvisamente decideva di partire, avrà avuto più di settant’anni, e allora andava alla stazione senza avvertire nessuno e senza portare con sé neppure uno spazzolino da denti, e saliva su un treno scelto a caso… Chissà poi se li sceglieva a caso, i treni, o forse era attratta da qualcosa in particolare.

Fatto sta che il giorno dopo telefonava qualcuno da una stazione ferroviaria o da un posto di polizia e chiedeva a mia nonna: “Conosce una certa Emma Ballarelli? Dice che si è persa e non sa come tornare a casa…”.

Magari la telefonata veniva – che so? – da Ancona e quando la zia Emma tornava in qualche modo a casa mia nonna le chiedeva: “Ma che ci sei andata a fare ad Ancona? Non conosciamo nessuno, ad Ancona”, la zia Emma rispondeva che voleva appunto conoscere qualcuno di quella città.

Una follia ragionevole, insomma, c’era del metodo, in quella follia, ma tutto questo non c’entra e ci porterebbe lontano, come i treni di mia zia Emma.

Ma perché le ho parlato di mia zia Emma? Ah sì, certo, stavo dicendo che fu lei ad emettere la sentenza di morte nei miei confronti.

Sono passati tanti anni ma ricordo ancora la scena, perfettamente: ero nel corridoio della casa al mare, sapete quelle vecchie case liberty, con corridoi lunghissimi, su cui si aprono le porte di tutte le stanze… Io amavo quel corridoio perché non ci arrivava mai la luce del sole e d’estate era fresco come in primavera. E poi era così lungo, il corridoio, che potevo usarlo come una pista per correre, persino per andarci in bicicletta, anche se poi quella che abitava al piano di sotto protestava con mia madre per il rumore che le impediva di fare il riposino pomeridiano…

Un’antipatica, quella vicina, una milanese che si dava un sacco d’arie… Però non aveva la televisione, a quei tempi poche famiglie avevano la televisione e lei veniva a casa nostra a vederla. Siamo stati i primi ad averla, nel palazzo, e io pensavo: “Perché ti dai tante arie se non hai neppure la televisione?”.

Ma perché le ho parlato della vicina antipatica? Ah sì, per via del corridoio…

Ecco, io ero nel corridoio, avrò avuto quattro o cinque anni, non so, comunque ero nell’età dei perché, ha presente? Quando scopriamo il mondo, le cose, e di tutto chiediamo spiegazione per appropriarcene e farlo nostro, il mondo. Ero nel corridoio davanti alla cucina e mia zia Emma stava mettendo qualcosa nella ghiacciaia… Perché allora non avevamo ancora il frigorifero…

Curioso, avevamo la televisione ma non avevamo il frigorifero… Chissà perché.

Nella ghiacciaia bisognava mettere un grosso pezzo di ghiaccio tutte le mattine… Mi ricordo che lo portava un uomo con la tuta blu, come quelle dei meccanici… A me da grande sarebbe piaciuto portare il ghiaccio, ma solo d’estate, perché d’inverno mi sarebbero gelate le mani…

Ho sempre avuto le mani fredde…

Mi viene in mente la prima ragazza con cui ho fatto l’amore, era d’inverno e quando le toccavo la pelle nuda con le mie mani gelate, urlava.

Non mi puoi dire che non ti faccio venire i brividi”, le dicevo…

Ma perché le ho parlato delle mie mani gelide? Ah sì, l’uomo del ghiaccio, la ghiacciaia…

Mia zia stava mettendo via qualcosa nella ghiacciaia, quando disse rivolta a mia nonna: “Hai sentito Luisa?”.

Mia nonna veramente si chiamava Luigia, per via del suo nonno materno, Luigi Scuffi, ma tutti la chiamavano Luisa…

Hai sentito Luisa, l’ha detto la radio. È morto Stanlio… Poveretto”.

Chi è morto?”, disse mia nonna.

Stanlio, come si chiamava? Stan Laurel! Quello di Stanlio e Ollio, hai capito? Quei due comici così buffi…”.

A me colpì quella parola, “morto”, così rotonda, così piena… Forse era la prima volta che la sentivo pronunciare e chiesi a zia Emma che cosa volesse dire. E lei, immagino fosse un po’ imbarazzata, tentò di spiegarmela:

È come quando ci si addormenta e si chiudono gli occhi… Solo che non ci si risveglia più”.

Come non ci si risveglia più?”, chiesi io.

Non ci si risveglia più su questa terra. Se si è stati buoni ci si risveglia in paradiso”.

E anch’io diventerò morto, come il signor Stanlio?”.

Si dice morirò”, disse mia zia che era maestra e ai verbi ci teneva. “Certo anche tu morirai, ma c’è tempo, tanto tempo…”.

E tu quando diventerai morta?”, chiesi alla zia.

Non lo so caro, quando piacerà al Signore. Adesso però fammi il piacere, vai a giocare”.

Ecco, fu così che venni condannato a morte, fino ad allora non sapevo che si doveva morire e quindi ero immortale. Da quel giorno in cui mi fu spiegato cos’era la morte persi l’immortalità sapevo che prima o poi anch’io avrei chiuso gli occhi per sempre, come Stanlio, e chissà se mi sarei risvegliato da qualche altra parte, come credeva mia zia.

E da allora quando in televisione vedo un film con Stan Laurel non mi viene da ridere. Neanche un po’. Mi fa pensare alla morte.

La seconda condanna a morte l’ho ascoltata l’altro giorno. È stato un medico ad emettere la sentenza.

È andata così. Mia moglie era da un po’ che insisteva: “Dovresti proprio fare un’assicurazione sulla vita, non si sa mai, una disgrazia ti potrebbe sempre succedere…”.

Tornavo a casa e mi diceva: “Lo sai chi è morto? L’ingegner Farolfi!”.

E chi è l’ingegner Farolfi?”.

Chi era, vorrai dire… Era il cugino di Beatrice”.

Beatrice è un’amica di mia moglie.

Da un giorno all’altro, senza preavviso, un infarto. Non se n’è neanche accorto. E dire che aveva due anni meno di te… Un pezzo d’uomo, chi l’avrebbe detto…”.

E così via, un catalogo di morti più o meno prematuri, tutti più giovani di me, tutti pezzi d’uomo, tutti sottratti all’affetto dei loro cari all’improvviso: un incidente d’auto, un ictus, un tumore, un infarto, e così via.

Alla fine mi decisi, pur di far smettere questa ecatombe di parenti lontani, conoscenti, vicini di casa, amici, amici di amici, decisi di accontentarla e di fare un’assicurazione sulla vita>>.

L’uomo si fa portare un bicchier d’acqua e lo beve di un fiato. Poi riprende il racconto.

<<Naturalmente occorre una visita medica accurata, varie analisi… Le faccio.

L’altro giorno vado a ritirare i risultati, il medico mi guarda in modo strano.

Senta”, mi dice, “è meglio che lei lo sappia subito… altro che assicurazione, nelle sue condizioni è un miracolo se riesce a sopravvivere un mese”.

Ma come un mese?”, faccio io. “Cos’è? Il cuore?”.

Il cuore, il fegato, i reni… Tutto”, fa lui. “Guardi qua”, e mi fa vedere elettrocardiogrammi, radiografie, risultati delle analisi.

Io non ci capisco nulla, non ho mai avuto grossi problemi di salute, al massimo qualche raffreddore ogni tanto, dal medico c’ero sempre andato il meno possibile. Io credo che i medici siano come i meccanici, se vai da loro ti trovano sempre qualcosa che non và. E questa volta era tutto che non andava: analisi, radiografie, elettrocardiogrammi, risonanze magnetiche. Su di loro era scritta la mia sentenza di morte. Avete presente quei film americani in cui il giudice si rivolge alla giuria e chiede: ”Giudicate l’imputato innocente o colpevole?”.

E il capo dei giurati risponde: “Colpevole, Vostro Onore!”.

Allora il giudice si rivolge all’imputato che ascolta in piedi: “Siete condannato alla pena di morte”.

Ecco, anch’io avrei voluto un po’ più di solennità per la mia sentenza: il giudice che batte il martello di legno, il mormorio delle persone nell’aula, l’avvocato difensore che mi conforta…

E invece niente, un medico frettoloso che mi dice che non c’è più niente da fare. Cure, operazioni, trapianti, è tutto inutile, è troppo tardi, non c’è più tempo per opporsi alla sentenza.

Ecco, riprendo la macchina, guido come un automa. Osservo dal finestrino gli altri automobilisti, la gente che cammina sui marciapiedi…

La odio e penso che tutti quelli che vedo quasi sicuramente mi sopravviveranno, vedranno cose che io non vedrò, godranno di conquiste tecnologiche e sociali che verranno dopo la mia morte, magari la scienza medica scoprirà rimedi anche per quelle malattie che adesso mi condannano a morte.

Per questo ho fatto la domanda per partecipare alla vostra trasmissione. Anch’io avevo un ultimo desiderio da esaudire.

Poi ho pensato che non sono state le malattie, e neppure il medico a condannarmi…

È stata mia moglie con la sua insistenza perché mi facessi un’assicurazione…

Certo, pensavo, sarei morto lo stesso, ma forse, ignaro della condanna, senza accorgermene, come l’ingegner Farolfi.

Era mia moglie la responsabile della mia morte e io dovevo vendicarmi. L’avrei condannata a morte a mia volta e avrei eseguito la sentenza con le mie mani.

Tanto che avevo da perdere? Un mese di vita? Sarei scappato, mia moglie non lavora, non abbiamo figli, pochi amici che sentiamo di rado, sarebbe passato qualche giorno prima che venisse scoperto il cadavere, poi mi avrebbero cercato ma se mi rifugiavo all’estero non mi avrebbero scovato prima del mese che mi restava.

Il mio ultimo desiderio era che mi aiutaste nella fuga.

Passai dalla banca e ritirai tutto quello che avevo sul conto, non un granché ma abbastanza per vivere l’ultimo mese da gran signore… Poi sarei andato all’aeroporto e, come mia zia con i treni, avrei scelto una destinazione secondo l’ispirazione del momento. Ma prima dovevo passare da casa, ad eseguire la mia sentenza.

Entrai nell’appartamento, mia moglie era già rientrata, come sua abitudine si era tolta le scarpe e le calze di nailon e le aveva abbandonate sulla mia poltrona.

È una cosa, questa, che mi fa impazzire, non la sopporto e lei lo sa ma non gliene può importare di meno. Come non gliene ha mai importato di me, d’altronde.

Ecco, se potevo avere qualche dubbio sul fatto di dichiarare colpevole o innocente mia moglie, ebbene quelle calze sulla mia poltrona sono state la prova decisiva per il verdetto di condanna.

Presi le sue calze di nailon, andai in cucina dove stava preparando qualcosa sui fornelli. Non si voltò neppure a salutarmi, le avvolsi con un gesto rapido le calze intorno al collo e strinsi con tutte le mie forze finché lei non smise di dibattersi.

La sentenza era stata eseguita, almeno lei non mi sarebbe sopravvissuta.

Mi sentivo liberato, sereno quasi. Mi accorsi che erano anni che avrei voluto fare qual gesto…

Mi era venuta perfino fame. Guardai che cosa stava cucinando mia moglie… Ragù! Ecco, il ragù mia moglie lo fa, anzi, lo faceva proprio bene, nulla da dire. Avrebbe potuto essere un’attenuante, ma tanto, oramai… Il ragù era pronto, anche la pasta, mentre la scolavo suonò il telefono. Pensai che fosse meglio rispondere per non destare sospetti: chi ci conosce sa che a quell’ora siamo sempre in casa. Se fosse stato qualcuno che cercava mia moglie avrei detto che era partita per andare a trovare qualche parente in un’altra città…

Sollevai la cornetta del telefono.

Era il medico che prima mi aveva diagnosticato non più di un mese di vita, sembrava un po’ agitato: “E’ il signor…?”. Disse il mio nome.

Ho una buona notizia per lei. E una cattiva. Per un deplorevole errore le analisi che le ho mostrato non sono le sue ma quelle di un altro paziente. Le sue invece sono buone, non si preoccupi. Anche per l’assicurazione non ci sono problemi. Forse il colesterolo è un po’ alto… Se passa dal mio studio le prescrivo una cura. È sempre meglio prevenire per non avere sorprese…

La brutta notizia è che quelle analisi che credevo fossero le sue sono invece quelle di sua moglie. Sa, può accadere… Lo stesso cognome… Per lei purtroppo non ci sono speranze. E’ questione di giorni”.

Misi giù la cornetta senza dir nulla. In cucina c’era il cadavere di mia moglie ancora caldo, ed io venivo avvisato che mi era stata concessa una sospensione, che l’esecuzione era rimandata a data da destinarsi…

E ora che cosa faccio? I soldi finiranno presto… Mi troveranno…

Si rivolge ad Eva con le mani giunte. Piange.

Mi potrebbe nascondere per qualche giorno? Negli studi televisivi? Almeno per questa notte?

La scongiuro!

Eva lo guarda a lungo. Poi scuote la testa.

<<Se l’aiutassi, sarebbe contro il nostro regolamento. Lei sta bene. L’ultimo desiderio può realizzare solo le volontà di un malato terminale…>>.

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Carlo è a casa di Aniello. Ha portato con sé il computer portatile, è acceso e lo mostra all’amico.

<<Ho avuto l’idea di cercare Marion, la ragazza scomparsa, con dark web. E’ l’inferno di Internet. Ci puoi trovare le cose più atroci e proibite. Puoi comprare schiave e schiavi, bambine e bambini e anche armi. Perfino organi umani da trapiantare. Cercando, ho trovato notizie di Marion, comprata per il suo cuore. Ho trovato anche il nome di chi l’ha acquistato…>>.

<<Evidentemente all’organizzazione serviva per farsi conoscere… Devi cercare subito la ragazza. Forse è ancora viva…>> commenta Aniello.

Ester è un po’ nervosa. Cammina su e giù davanti al portone della casa di Marco. Tira fuori una sigaretta elettronica e fuma. Guardandosi intorno.

Marion sta preparando la valigia e sente la voce di Angelo.

<<Te la ricordi la combinazione?>>.

<<Sicuro che me la ricordo… uno, nove, sei, zero. Mille novecento sessanta, la sua data di nascita. Grande sforzo di fantasia!

Entra Angelo. In mano ha una borsa, che apre.

<<E’ piena di soldi… e di grosso taglio!>>.

<<Certo! Lui non si fidava delle banche… Teneva tutto sotto il materasso, come i nonni di una volta! Sono soldi che mi spettano di diritto, come figlia>>.

<<Te l’avevo detto, con i malati di cuore gravi si va sul sicuro. Qualche goccia di quel farmaco che ti ho dato e il cardiopatico se ne torna in fretta al creatore.

Anche la cocaina gli ha dato il colpo di grazia. E senza lasciare tracce sospette>>.

<<Mia madre aveva la mia età quando è stata violentata da lui ed è morta nel darmi alla luce>>.

<<Almeno sei nata tu…>>.

<<Avrei preferito non nascere in quelle circostanze… Però, che modo atroce di ritrovare il proprio padre!>>.

<<Non pensarci! E’ stato difficile trovarlo, ma alla fine l’abbiamo stanato. Non si chiamava Marco ma Pierfrancesco e aveva fatto i soldi con le casse da morto ed era anche stato mercenario in Africa. Una specie di hobby per lui, nel continente nero poteva sfogare le sue crudeltà.

Aveva anche una televisione privata che realizzava gli ultimi desideri dei malati terminali, L’ultimo desiderio.

Sappi che la nostra organizzazione Afrika Simba si occupa di trovare e punire delinquenti, bianchi o neri, colpevoli di crimini commessi nelle tante guerre che devastano l’Africa…>>.

<<Pensi che ci saranno conseguenze per noi?>>.

<<Nessuno era a conoscenza della tua presenza in questa casa>>.

<<Comunque sarà più prudente tornare in Africa. Attraversiamo di nuovo il Mediterraneo ma questa volta in senso inverso e in aereo, in prima classe. Ora possiamo. Oltre al denaro che papà ti aveva anticipato per farsi trapiantare il mio cuore abbiamo questi soldi che custodiva nella cassaforte. Mi hai promesso che vieni anche tu…>>.

Ridono. Angelo afferra la valigia di Marion, tira fuori il suo telefono e fa una chiamata mentre escono dalla casa di Marco.

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Interno di un ufficio in Africa.

Ultramoderno, con schermi e computer all’avanguardia.

La foto di Marco – o Pierfrancesco – è tra quelle di altri uomini e donne bianchi e neri che appaiono su uno schermo da 35 pollici.

Edwige, una giovane signora nera, elegante, sta terminando una conversazione telefonica, seduta su una poltrona, tipica da dirigenti.

Chiude la chiamata, si alza dalla scrivania, raggiunge schermo, osserva le foto, il suo sguardo si ferma quella di Marco, tira un profondo sospiro, poi con l’indice la cestina e torna ad accomodarsi alla sua poltrona con aria soddisfatta.

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Carlo parla con il portiere dello stabile dove abitava Marco.

<<Abita qui Marco Martini? Con una ragazza nera?>>.

<<Il signor Martini è morto proprio ieri… Un attacco di cuore. Viveva da solo…>>.

<<E’ proprio sicuro? Questa ragazza africana?>>.

Gli mostra la solita foto.

<<Io non l’ho mai vista…>>.

<<Insomma, non è morta lei ma lui… Chissà dov’è adesso… Forse è tornata in Africa…>>.

In quel momento un aereo passa nel cielo. Carlo alza lo sguardo.

<<Magari su un aereo…>>.

82

Un aereo passa nel cielo della bidonville di una città africana.

In lontananza si sente sparare. La povertà, la guerra ci sono ancora.

Gaston passa davanti a uno di quei vecchi autobus strapieni di persone.

Lo osserva con l’intento di salirci, ma decide di non farlo.

Si allontana dalla zona e si dirige verso il deserto.

Mentre si avvia con il suo vecchio zaino sulle spalle, sente i bip del cellulare. Gaston prende in mano il telefonino, lo guarda poi lo getta a terra.

Il cellulare scompare nella sabbia ancora singhiozzante di trilli vari.

Gaston mormora. <<Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola di Dio>>.

Volge lo sguardo di fronte a sé, lo aspetta solo la sterminata distesa di deserto.

Si avvia con determinazione, camminando nella sabbia che il vento alza.

Lentamente la sua figura si allontana all’orizzonte, accompagnata dalle immagini degli animali come nel ricordo della loro fuga dallo zoo durante la guerra civile.

Elefanti, zebre, iene, cammelli, serpenti, uccelli del paradiso. Un leone che beve a una fontana.

Questa volta tutti liberi, nessuno da inseguire e nessuno inseguito.

Sullo schermo la nuvola di sabbia trasforma tutti questi animali e li ritrae in un quadro in stile naif alla Ligabue, animato.

Con il ruggito del leone. Come nei film della Metro Goldwin Mayer.

A seguire l'ultima puntata del romanzo di Pietro Favari. SEDICESIMA PUNTATA 78 <<La prima volta che venni condannato a morte avrò avuto… sei anni… No, forse quattro o cinque… È curioso, non mi ricordo quanti anni avevo e invece ricordo benissimo quel momento, fin nei minimi particolari>>. Eva ha un sussulto. E’ di turno nella redazione di L’ultimo desiderio per ascoltare le proposte dei possibili concorrenti della trasmissione televisiva. In genere un’invincibile noia. Invece la richiesta del signore davanti a lei – un ometto anziano, apparentemente poco interessante ma con gli occhi sbarrati per l’emozione – ha colpito la sua…

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