La pena del gatto che abbaia come un cane

In scena al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 20 settembre al 16 ottobre 2022

Attendono, già in scena, gli spettatori che prendono posto. La figura di un uomo, immobile, apparentemente un manichino. Una donna, di spalle, all’interno di un cerchio.

L’inizio è in linea con il registro spiazzante dell’intera piece, già provocante nella brutalità del titolo.

L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo è lo spettacolo in scena al Teatro Franco Parenti di Milano, dal 20 settembre al 16 ottobre. Si tratta dell’adattamento teatrale, realizzato da Fabio Cherstich in collaborazione con l’autrice del testo, la scrittrice tedesca Katharina Volckmer

Il lunghissimo vibrante monologo della protagonista, Marzia Pizzigallo, narra la dolorosa difficoltà della adesione ai canoni imposti, vissuti come insopportabili imposizioni. Essere costretti ad essere (apparire?) sempre felici. Aderire alle aspettative degli altri, senza rispettare la propria natura profonda. (Essere dunque come un gatto che, anziché miagolare, si sente di abbaiare). Ubbidire ciecamente persino alle proprie bugie. Essere tedesca nei confronti degli ebrei.

Ma, soprattutto e ferocemente, sentirsi uomo in un corpo di donna. Da qui nasce il desiderio fremente, che percorre il testo, di avere finalmente un cazzo ebreo.

Marzia Pizzigallo dà letteralmente corpo a questo travaglio interiore, al succedersi onirico e disorganizzato di pensieri e desideri, con una recitazione che si esprime intensamente con volto, braccia, gambe, piedi. Il corpo della protagonista e la sua immagine appaiono al pubblico attraverso lenti traslucide, vetri opalescenti, filtri fotografici, in una forma mutevole e continuamente trasformabile, fluida e misteriosa.

Il flusso di pensieri è un soliloquio torrenziale, rivolto allo psicanalista ebreo, il dottor Seligman, muto e immobile per grandissima parte del tempo. Assistiamo in diretta al “processo di distruzione di sé, inno alla complessità e alla fluidità di quello che siamo, di quello che potremmo osare essere e di quello che saremo”. Il silenzio dell’analista è dunque il muro contro cui testardamente, dolorosamente, la protagonista continua a sbattere la testa al fine di rompere il silenzio.

Ascoltiamo ciò che si forma nella immaginazione, in un fluire di emozioni, sensazioni, riflessioni, a volte difficoltoso da seguire, in cui si intrecciano i ricordi di episodi con la madre e con il fidanzato K (che, abbandonando la protagonista, ne ha tuttavia favorito il progresso verso la liberazione). Con crudo realismo vengono descritti gli occasionali incontri sessuali nei bagni pubblici.

Il regista Cherstich non vuole solo farci sentire la voce della protagonista. Vuole anche far percepire cosa si sta affastellando e formando nella sua immaginazione: chiede di diventare testimoni di un processo di distruzione di sé, che è anche un inno alla complessità e alla fluidità di quello che siamo, di quello che potremmo osare essere e di quello che saremo.

Alla fine quello che pareva essere un manichino si muove (si smuove?).

E il dottor Seligman finalmente regala alla protagonista quella parte di corpo che la sua anima dolorosamente ha reclamato.

Guido Buttarelli

 

L’appuntamento ossia la storia di un cazzo ebreo
di 
Katharina Volckmer    traduzione italiana Chiara Spaziani pubblicata da © La nave di Teseo
adattamento Fabio Cherstich, Katharina Volckmer      regia e impianto visivo Fabio Cherstich
da un’idea di 
Andrée Ruth Shammah

con Marta Pizzigallo e con Riccardo Centimeri e Francesco Maisetti        luci Oscar Frosio

musiche originali Luca Maria Baldini     assistente alla regia Diletta Ferruzzi
macchinista
Marco Pirola   fonico Emanuele Martina        sarto Giacomo Pietro Viganò
scene
costruite presso il laboratorio del Teatro Franco Parenti
costumi
realizzati presso la sartoria del Teatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni

produzione Teatro Franco Parenti

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