L’aio nell’imbarazzo: 2042

Al Teatro Donizetti di Bergamo, recita del 2 dicembre 2022

Nella produzione donizettiana un posto considerevole è occupato, specialmente nella fase compositiva giovanile, dalle opere comiche e semiserie, tanto che prima dei trent’anni, Gaetano Donizetti conta all’attivo ben sedici titoli, chiara esemplificazione di quella fertilità compositiva che sarà la sua cifra stilistica. La composizione de L’aio nell’imbarazzo avvenne nel periodo più “silenzioso” del bergamasco e di cui si hanno scarse informazioni, quei due anni che seguivano la delusione dell’esordio nel 1822 alla Scala, con Chiara e Serafina, ossia i Pirati, che non piacque. A Roma entrò in contatto con il poeta Jacopo Ferretti che ha sottomano una delle commedie di Giovanni Giraud che vanno per la maggiore, anche se l’argomento (come spesso accadeva) non era nuovo di zecca e inoltre già messo in musica da altri compositori. Donizetti rimase probabilmente favorevolmente impressionato dalla commedia sistema a tesi, dove si metteva argutamente in satira il severo metodo educativo imperante, la strettissima educazione dei figli che culmina in opposti effetti, fin a ridurli a citrulli o spingerli a sotterfugi per sfuggire all’autorità paterna. Il libretto di Ferretti, mantenendo inalterato lo spirito della commedia, è di forte stimolo al compositore bergamasco che in poche settimane completa il lavoro, e straordinaria è la rapidità della strumentazione. Il 4 febbraio 1824 andò in scena al romano Teatro Valle, con un esito felicissimo. L’anno dopo trionferà a Palermo, poi a Napoli, rimaneggiato come Don Gregorio e infine alla Scala, se non soddisfece la solita acida critica, piacque al pubblico che lo tenne in cartellone per venti sere di fila. E poi via per il resto dei teatri italiani, e all’estero: Malta, Madrid, Vienna. A Bergamo, incredibilmente ingenerosa con Donizetti, L’aio nell’imbarazzo comparirà per interessamento di Simone Mayr nella stagione 1829-30 al Teatro della Società, in città alta. L’esito non è felice, per meschinerie umane e rivalità dei rossiniani bergamaschi contro Donizetti. La storia si ripete. Il ritorno di questo melodramma giocoso sui palcoscenici avvenne nel 1959, nell’ambito del Festival autunnale – Teatro delle novità, manifestazione nata dalla lungimiranza di Bindo Missiroli. Bisognerà attendere il 1985 per rivedere l’opera in cartellone nel IV Festival Donizetti e il suo tempo; da citare le rappresentazioni di Don Gregorio (rifacimento dell’Aio alla napoletana) nel BergamoMusicaFestival del 2007. L’edizione utilizzata per il Donizetti Opera 2022 è stata realizzata da Maria Chiara Bertieri, su un aggiornato censimento delle fonti. Nuovo l’allestimento della Fondazione Teatro Donizetti, che il regista Francesco Micheli proietta nel 2042, ingabbiando la trama nell’invadente e sempre più tirannica iperconnessione, con ironiche stoccate al commercio globale. Scene di Mauro Tinti, su un palcoscenico a specchio isola i personaggi su pedane semoventi, rilevandone il distacco fisico e la visione virtuale della vita di relazione. Coloratissimi al neon i costumi di Giada Masi, luci efficaci di Peter van Praet, dilaganti e onnipresenti video di Studio Temp. Il Maestro Vincenzo Milletarì, alla guida dell’Orchestra Donizetti Opera, con Hana Lee al fortepiano, si rivela abile nel condurre l’opera in maniera vivace e movimentata, briosa e al tempo stesso pervasa da sottile spumeggiante ironia, gareggiando con l’estrosa messinscena. Impeccabile concertatore, sempre attento al bisogno dei cantanti, negli accompagnamenti mostra fantasia e filologica comprensione dello spirito della partitura, che ci rimanda fantasiosa e ricca di sfumature. Varia e accurata l’orchestra, con sporadiche durezze nei forti ma in complesso duttile nel seguire il disegno impresso dal direttore. Corretto il Coro Donizetti Opera diretto da Claudio Fenoglio. A far da traino alla compagnia di canto, due veterani: Il marchese Giulio Antiquati del settantenne Alessandro Corbelli che fa valere, anche in serata d’indisposizione, l’esperienza di cinquant’anni di attività, nell’arguto fraseggio e nella sapida recitazione, anche se la voce non sempre lo segue nelle intenzioni. Esponente di una scuola ormai in via di estinzione, disegna un Marchese inizialmente piuttosto tetro e arcigno, ma nel canto qua e là intaccato da acuti mal sostenuti, piegandosi facilmente alle estrosità del regista. Ottimo Gregorio Cordebono di Alex Esposito cui si è scurito il timbro, mostrando voce ancor più risonante, travolgente nella sua incontenibile vis comica. Esposito fa sfoggio della propria specializzazione nel canto sillabato, di estrema comicità, velocissimo, specie nella scena del II atto con Enrico e Gilda. Abbastanza corretti i giovani cantanti, Allievi della Bottega Donizetti: Il marchese Enrico di Francesco Lucii è una voce caratterizzata da vibrato stretto, messo alla prova dalla seconda parte dell’impegnativa cavatina Nel primo fior degli anni del I atto. Madama Gilda Tallemanni di Marilena Ruta voce di soprano lirico-soubrette, non impeccabile nelle agilità e talvolta aspra negli acuti, trova il momento migliore nel rondò finale Quel tuo sorriso o padre. Il marchese Pippetto di Lorenzo Martelli mostra bella e rotonda voce, ben proiettata, così come spigliata e gustosa Leonarda è Caterina Dellaere; modesto Simone / Bastiano Lorenzo Liberali. Applausi calorosi per tutta la compagnia, intensi per Corbelli, Esposito e il Maestro Milletarì.

 gF. Previtali Rosti

 

Foto Gianfranco Rota

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