Brani “Video” e “Scrittorio” dalle Rime e dalle Lettere di Isabella Andreini
VIDEO – 1 ISABELLA
S’alcun sia mai, che i versi miei negletti
legga, non creda a questi finti ardori;
che ne le scene immaginati Amori
Usa a trattar con non leali affetti:
con bugiardi non men con finti detti
de le Muse spiegai gli alti furori,
talo piangendo i falsi miei dolori,
talor cantando i falsi miei diletti;
e come ne’ Teatri or Donna, ed ora
Uom fei rappresentando in vario stile
quanto volle insegnar Natura, ed Arte.
Così la stella mia seguendo ancora
di fuggitiva età nel verde Aprile
vergai con vario stil ben mille carte.
S’avverrà mai, ch’ad alcun pregio arrive
l’amoroso mio stil nato di pianto,
sarà vostra lode, e vostro il vanto
o de l’Anima mnia luci alme, e dive.
Voi le fiamme d’Amor nel sen più vive
rinnovellando in me destate il canto;
sol voi dettate, in voi sol leggo quanto
suona la lingua, e la mia penna scrive.
Ma perché più dolce uso un giorno prenda
l’amaro suon de’ lagrimosi accenti
bella pietate in voi fiammeggi e splenda.
Che s’un dì sien meno gravi i miei tormenti
farò, ch’el valor vostro alto s’ntenda
da le rive gelate à i lidi ardenti.
I
Sono nata in un secolo di gioia
di bellezza e di anime felici,
sognatori cercavam la gloria
chiedendo del pubblico l’auspici.
Eravamo tutti buoni amici
anche se ci chiamavam “Gelosi”
questo era il nome dei famosi
attori sul carro, stretti come alici,
per giunger dall’Italia a Parigi.
Vero è che il nostro intento
è di suscitar divertimento
con scherzi e improvvisati lazzi
pe’ quali ci considerano pazzi.
Però c’è pure un sottotesto,
non si può negare che il contesto
sociale, sia pur non manifesto,
è presente in ogni nostro gesto:
il comico è solo un bel pretesto
per dire la realtà in modo onesto.
ISABELLA SCRITTOIO
LETTERA A UN AMANTE IMPERTINENTE
Per quelle parti, che meno in me vi dispiacciono, pregovi ad aver un poco più di riguardo all’onor mio per l’avvenire, di quello che abbiate avuto per lo passato. Lo passeggiar che fate del continuo sotto le mie finestre mi fa aver mala vita dal marito, e cattivo nome dalla vicinanza. Siate dunque più geloso della mia riputazione, che non siete stato, e ricordatevi ch’el disonore con un colpo è peggior della morte, perché la morte con un colpo uccide un solo, e’l disonore con un colpo uccide le famiglie intiere, e tanto più facilmente, quanto più son grandi. Voi sapete, che sì come l’onore è un segno della virtù, così ‘l disonore è un segno del vizio. Quanto per mia disgrazia dunque io volassi disonoratamente per le lingue, e per gli orecchi delle genti sarebbe segno di vizio che in me fosse, il che non essendo poi in effetto mi darebbe occasione di viver sempre infelice, e sarebbe un peso così greve, e così aspro, che in questo mar tempestoso della vita innanzi tempo mi trarrebbe al fondo. Il proprio seggio dell’uomo è la terra, de gli uccelli l’aria, e dei pesci l’acqua, e della donna l’onestà, non cercate vi prego di levarmi dal mio proprio seggio. Io ho tanto giudizio, ch’io conosco l’onore valer molto più della vita, perché ‘l vivere è comune a tutte le cose animate: ma ‘l viver onoratamente è sol proprio dell’uomo, e dell’uomo prudente: e perché questa voce d’uomo è generale, e abbraccio e l’uomo e la donna, essendo io compresa sotto questo nome, cercherò di governarmi prudentemente, et onoratamente. Non vi sia discaro di rilegger questa mia, e se m’amamte, se desiderate (come dite) di servirmi, fatevi legge del mio volere, e non frequentate più questa strada dell’altre, e vi bacio le mani.
II
Quanto a me, che posso dire?
Siamo nati tutti per morire,
l’arte si dissolve come neve
al sole e la terra se la beve.
Di me non resterà memoria,
pochi ricorderanno la mia storia
che ora canto sia pur in breve
cossicché il racconto vi sia lieve.
Perché, per dirlo forte e chiaro,
solamente un emerito somaro
può credere che tocca esser seri
per affrontare argomenti veri.
Così facendo la noia che v’assale
risulterebbe essere mortale,
noi vogliamo invece allietare
il pubblico facendolo pensare.
Il nostro scopo allora è questo
anche a costo di rischiar l’arresto:
dire alla gente che patisce la fame
di rivendicare il diritto del pane.
ISABELLA SCRITTOIO
SECONDA LETTERA ALL’AMANTE IMPERTINENTE
Desiderando io, che’l silenzio coprisse il mancamento del mio ingegno ho tardato tanto a rispondervi, oltre di ciò ho creduto sempre, e credo, che’l modesto silenzio di donna agguagli la facondia, e l’eloquenza de’ più purgati intelletti. Pare a me, che’l silenzio sia ornamento di qual si voglia persona, e quando uno non sa tacere, si può agevolmente credere, ch’ei non sappia neanche parlare.
Non dico già io questo, perch’io voglia, che del mio silenzio facciate argomento infallibile, che sapendo tacere, io sappia ancora parlare, che quanto a me, si come so di saper tacere, così ancor so, ch’io conoscendo di poter facilmente tacere, e difficilmente parlare, ho eletto il silenzio. La vostra dottissima lettera, richiedeva, e ‘l mio gran desiderio mi spronava, ch’io rispondessi, con tutto ciò sarei stata poco accorta s’avessi voluto, o bene, o male inconsideratamente formar risposta, non si deve parlar prima, e pensar poi; hora ch’ ho pensato vi risponderò, ma che dich’io? quando ancora molto bene pensasssi, e ripensassi, non potrei mai tanti capi, e tutti elegantissimi, sodisfare
III
Non facciamo capire al Potere
che lo prendiamo per il sedere,
così sovvertiamo le regole
per alleviare le pene del debole.
Deve sapere che la propria miseria
va contrastata con cattiveria.
Per questo noi commedianti
ci consideran pericolosi viandanti
che mettono strane idee in testa
a chi ha diritto d’urlar la protesta.
Già il semplice fatto che donna
io sia ad esprimere tale condanna
risulta altamente indigesto
a chi non vuole un teatro molesto.
Anche quella dell’emancipazione
in fin de’ conti è una rivoluzione
che cambia le carte in tavola
e, pur narrando una favola,
fa de’ i padroni polli alla diavola.
ISABELLA SCRITTOIO
TERZA E ULTIMA LETTERA ALL’AMANTE IMPERTINENTE
Nella vostra lettera si cointengono cose tali, che ogn’una d’esse basterebbe per tener isvegliata l’ignoranza mia un anno senza far alcun profitto: brevemente dunque m’ingegnerò di risponder alla somma, e non ai particolari, come la natura m’insegnerà, la quale non per altro m’immagino io ci ha dato due occhi, due orecchie, e una lingua, che per farci conoscere, che dobbiamo vedere, e udire assai, e parlar poco. La somma di quanto mi scrivete, è che non desiderate cosa, più che parlarmi, a che rispondo, che, se Dedalo non vi presta l’ali, egli è impossibile, che v’accostiate a me senz’esser da miei parenti sentito. Se voi col giudizio vostro sapete trovar modo opportuno, e commodo, io per vostra soddisfazione ne rimarrò contentissima.
IV
Se noi donne siam oggetti misteriosi
i maschietti son soggetti lussuriosi:
quando fissano neggli occhi il sesso
debole il loro sguardo è da pesce lesso!
È facile per una damigella fare fesso
il damerino che si crede di successo
mentre viene dell’amore sottomesso.
Ah, quante volte ho visto il cortigiano
davanti a me umilmente genuflesso
far la figura del bellimbusto ciarlatano
che tenta di farmi stendermi sul divano
e sfodera un affaruccio così nano
come lo starnuto che sfida l’uragano.
Povere noi donne costrette come siamo
a sopportare gli approcci del villano
che ci tratta come schiave del sultano
liquidandoci con un semplice baciamano
senza tirar fuosi la borsa con il grano.
Ma senza soldi il teatro come lo facciamo?
VIDEO – 2 ISABELLA
Disprezza pur questi sospiri ardenti
anima cruda chiudi gli occhi a queste
lagrime amare, e le preghiere oneste
portin per l’aere del tu’ orgoglio i venti:
nulla avanza di me ch’aspri tormenti,
de l’amorose mie fiere tempeste
reliqui miserabili, e funeste,
ch’ombra mi fan d’angosce e di lamenti.
Scoprasi pur d’ogni pietate ignudo
l’empio tuo cor, e l’ostinata voglia
facciati al mio languir superbo, e schivo.
Te stesso avanza ormai nell’esser crudo:
ch’altrro ancider potrai, che la mia doglia
se mal tuo grado nel tuo petto io vivo?
V
La poesia io la sento crescere dentro,
maturare come un frutto di maggio
che si schiude al primo tiepido raggio
del sole trascorso l’uggioso inverno
che silenzioso stende un gelido manto
nevoso che soffoca la gioia del canto.
È come se la mente trovasse parole
che scaturiscono dal nulla, da sole!,
per materializzarsi sulla pagina bianca
esprimendo all’improvviso quel senso
che trova il suo posto senza che penso,
mentre la mia stessa mano lo scrive
come se fosse fatto d’immagini vive.
Il poeta non può mettersi a ragionare,
la poesia non esce dal mero filosofare
ma dall’astrazione completa del Sé,
è una specie di tortura, un autodafé:
ciò che Petrarca chiamò scendere al cupo,
un farsi pecora all’occhio del lupo!
VIDEO – 2 ISABELLA
Qual travagliata nave io mi raggiro
senza governo in tempestoso mare;
né veggio chi le tenebre rischiare
del mio dolor, né alcun soccorso miro.
E’ncontr’al cielo a gran ragion m’adiro,
poi ch’Orion sol per me (lassa) appare;
e mi s’ascondon le bramate, e chiare
luci de i figli, che di Leda usciro.
Crescono ogn’or le orribili procelle,
l’aer tutte le ‘ngiurie, e i furor suoi
mostra contra ‘l mio stanco afflitto legno.
Aura ‘l tuo fiato sia, sien gli occhi stelle
sia porto il seno, ch’io non curo poi
di Nettuno, e del Ciel tempesta o sdegno.
VI
Le ruote del carro schricchiolano
come le ossa del diafano attore
che si trascina fin al paese lontano
con la sua fame impastata al sudore.
Solo la dignità che custodisce dentro
di sé gli rende sopportabile il vento
sferzante che lo raggela sulla via:
si consola con un “che vuoi che sia!”
Accende un pallido lume di speranza
scorgendo un miraggio in lontananza,
un ristoro dove riempire la panza.
Ma spesso deve rimanere di fuori
ché l’oste non è tra i suoi ammiratori.
Vero è che all’artista non servon allori,
così è costretto a contetarsi degli afrori
della cucina che gli riempion le nari,
mentre con le budella vuote i giullari
sono disposti nei loro penosi calvari
anche a far i guitti per pochi denari.
ISABELLA – SCRITTOIO
LETTERA AD UN VECCHIO SCOCCIATORE
Se questo foglio potesse ridere, riderebbe, mentr’io della vostra goffagine ridendo, m’apparecchio a darvi quella risposta che meritate. Com’è possibile che nella vostra età cadente, non vi siate vergognato di mettervi all’impresa d’amar Donna tanto dall’esser vostro dissimile? Com’è possibile che non abbiate scorto, che a quella fronte rugosa, a quel ciglio irsuto, e a quella faccia pallida, poco anzi nulla si convien amore? E ancorché facciate ogni sforzo, per andar su la vita, pur si conosce, pover’uomo, che ‘l soverchio peso de gli anni v’incurva le spalle. Eh, meschinello accorgetevi della vostra follia. Considerate che la vecchiezza è una fucina di mali, e che l’amore ne’ vecchi si chiama dolore, e ch’egli è nemico mortale della vecchiezza, anzi pur dell’istessa morte. Se l’amor nasce, e si nutre nell’ardor degli anni, che in voi già è morto, come volete darmi ad intendere, che ardete nel fuoco dell’amor mio?
VII
Oggi non ho proprio voglia di recitare:
come un pesce dove finisce il mare
mi sento vuota, in preda alla tristezza,
del mondo io vedo solo bruttezza.
I miei occhi si gonfian di pianto.
il mio spirito è spento e stanco.
Francesco mi chiede cosa mi prende,
non sei felice che lo spettacolo vende?
Ovunque si vada le piazze son piene
il successo e l’applauso ci attende.
Non so, io vorrei tagliarmi le vene
o affogarmi in un putrido pozzo
dove un raggio di luna non viene
a indorar le pareti del baratro rozzo.
Domani forse vedrò tutto diverso,
ma ora non so declamar più un verso.
La voce tremula non rende feconda
la poesia, il cupio dissolvi m’affonda
se intorno a me tutto m’è avverso.
ISABELLA – SCRITTOIO
CONTINUA LETTERA AD UN VECCHIO SCOCCIATORE
Voi altri vecchi, tra molte cattive parti, ch’avete in voi, ne avete due che sono intollerabili, e queste sono l’esser invidiosi, e male lingue: perché ricordandovi della passata gioventù, e conoscendo alle donne (per li molti difetti vostri) non esser grati, andate dicendo per le piazze, la tale si gode col tale, e forse ch’egli non è bello e grazioso? quell’altra usa la tal’arte per trovarsi col tal giovane, e finalmente alcuna non riman libera dalle vostre calunnie, cercando voi sempre con l’invidia persecutrice del bene, di distruggere, e d’annullare l’altrui felicità. E se qualcuna priva di giudizio, per sua disgrazia, le sue grazie ad alcun di voi concede, in brevissimo tempo tutta la Città n’è piena per far conoscere che continuate a godere della grazia delle donne, ringalluzzendovi raaccontando anche a chi non vul sapere. Levatevi dunque dall’impresa, e siate certo, che farete molto meglio a procurarvi sepoltura, che amante.
VIII
La morte la guardo in faccia e ci scherzo,
la faccio sorridere e lei dice: “Ti aspetto
ma non iilluderti, di vita già un terzo
hai trascorso tra un canto e un diletto.
Ti lascerò scrivere qualche altro verso,
non metterci molto, il tempo è ristretto!”
Poveretta, anche lei ha da rendere conto
a qualcuno lassù ch’ a nessuno fa sconto
quando giunge il nostro sole al tramonto.
Suvvia! Basta non pensarci e offuscare
il terrore che l’umanità ha del nulla
che ci portiamo dietro sin dalla culla.
In fin dei conti anche il vuoto è qualcosa,
basta dargli un profumo, magari di rosa,
e all’improvviso diventa una burla
come quando il comico inciampa per caso
e cade al suolo spaccandosi il naso.
Allora la gente ride di gusto e lui intuisce
che se il pubblico l’incidente gradisce
si rifà per riempire l’incasso nel vaso.
ISABELLA – 3 VIDEO
Amor tu pur hai l’arco, e la faretra,
perché ti mostri al saettar sì tardo?
Avventa Amore il tuo possente dardo,
spezza l’aspro rigor di questa pietra.
Ahi che tanta mia doglia non impetra
da que’ begli occhi un men superbo sguardo;
e di lor viva fiamma io pur tutt’ardo,
egli se’l vede, e non però si spetra.
Si spetri l’empio, o me con gli occhi suoi,
c’han pur forza di farlo, ormai trasforme
per minor mio tormento in felce dura.
Quindi immobile fatta non più l’orme
seguirò di chi fugge; onde secura
fia pur l’anima mia da’ colpi tuoi.
IX
Giungiamo in Spagna col vento in poppa.
Appena smontati dal carro una coppa
di vino ci viene offerta come benvenuto:
non ci tiriamo indietro e abbiamo bevuto,
eccome se abbiamo bevuto il Tempranillo
dal dolce calice della gioia di vivere,
Francecso sul palco barcolla come un birillo,
mentre io nel dramma scoppio a ridere
come una scema, non so cosa mi prende,
so solo che il vino dà alla testa e mi stende.
È tanto buono quando in gola ti scende,
il problema è poi quanso sale alla mente
offuscandola come una lama ch’offende.
All’improvviso così nel mezzo della tragedia
mi ritrovo con Francesco in una commedia.
Che dico!, in una farsa ridanciana e grottesca
che strada facendo diventa sempre più boccaccesca.
Una battuta pecoreccia m’arrossisce le gote
e la mia mano il volto di Francesco percuote!
ISABELLA ALLO SCRITTOIO
Le donne giudiziose in amore, al parer mio son tenute a non mostrarsi ai loro amanti sempre cortesi: ma bisogna, che tal’ora si scoprano sdegnose, e tal’ora dolcemente irate, perché sì come quella mensa, a cui s’aggiungon continuamente vivande, invece di destar l’appetito nei convitati, li sazia, così le parolette sempre dolci, e sempre cortesi, gli occhi sempre amorosi, e sempre ridenti, i vezzi, le lusinghe, e le accoglienze agn’ora pronte, invece di nutrire l’anima innamorata, l’uccidono per soverchio piacere, essendoché nessun’altra cosa fa finire l’amore che la sazietà. Dunque una donna mata, deve mostrarsi più avara che liberale delle sue grazie. Non gode perfettamente del bene, chi non ha prima provato il male.
X
Per quello schiaffo lui ora mi tiene il broncio,
non capisce d’esser stato un po’ troppo sconcio,
va bene che a noi teatranti tutto è concesso,
ma non per questo dobbiamo buttar nel cesso
per un facile consenso d’un pubblico scemo
il nostro impegno per lo scopo supremo
di allietare lo spirito aiutando a pensare…
altrimenti che senso avrebbe il recitare?
Cerco di spiegarglielo con calma e pazienza
ma lui mi liquida dicendo che è una scemenza
quella di voler dare a tutti i costi un profondo
significato al nostro stare sul palco del mondo.
Il botteghino, sostiene, è la cosa importante,
di tutto il resto io me ne sbatto altamente:
finché il pubblico è soddisfatto e abbondante
mi accontento, ha sempre ragione il cliente!
Questo suo ragionamento non mi convince
lo spettatore a teatro non sempre è una lince,
ma non lo si può trattare come un deficiente!
ISABELLA ALLO SCRITTOIO
Non vi paia dunque strano, signor mio, s’io vi sono dimostrata alquanto ritrosa, e alquanto sdegnosa, che non è stato per altro, che per accrescer il gusto de’ nostri felicissimi amori. Più arde quel fuoco, che più viene dal vento stimolato, così la fiamma d’amore, tanto più s’avviva e tanto più scalda, quanto più ‘l vento de gli amorosi sospiri le dà forza. Dunque non vi dolete, che non per distrugger l’amor nostro: ma per maggiormente accrescerlo, son stata io alcuna volta sdegnata, e adirata con voi, e ‘ntanto siate certo, che questo mio cuore, non sarà mai capace d’altro amore, che del vostro.
XI
Per tutto il giorno lui fa finta di niente,
mi tratta come se fossi io trasparente,
fatta d’aria, una nuvola che con un alito
si soffia via: io di questo non mi capacito.
A parte il fatto che il tuo fiato sa di cipolla,
mi arrabbio, sappi che in mezzo alla folla
mi devi trattare con il rispetto che merito
e che tu mi devi come collega e marito,
altrimenti stanotte non mettere il dito
dove se non mi concedo non ti è lecito
cercare di infilzare la tua candelina.
Anche se il mio ruolo è quello di Colombina
non sperare di trattarmi come una cretina.
Smettila subita di fare quella faccia di bronzo
altrimenti vado a cercarmi un bel gonzo
con cui passare la sera… e magari mi sbronzo.
Lui così capisce l’antifona e mi chiede scusa,
mi bacia le mani sospirando “sei la mia musa!”
e mi conduce in una sala dalla luce soffusa.
ISABELLA ALLO SCRITTOIO
Se ogn’uno per natura fugge la morte, com’esser può, ch’io contra l’istinto di natura segua continuamente voi, che la mia morte siete? e se uno ama il suo simile, com’esser può, ch’io ami voi, che tutto siete contrario alle mie voglie? dunque, perché ‘i sia esempio d’infelicità, si confondono per me gli ordini di natura? E si dice, che duo contrari in un medesimo soggetto star insieme non possono, e pure (mal mio grado) sono sforzata a conoscere, anzi con mio danno a provare quest’impossibile. Dicono che la similitudine sia la ragione dell’amore; ora tra noi, non solo non ci è similitudine: ma dissimilitudine grandissima; essendo che io sono per voi tutta amore, e voi per me tutt’odio, io a voi leale,vo a me sleale; io per voi piango, voi per me ridete; io vi auguro pace, voi per me guerra desiderate
XII
Non dura molto il broncio di mio marito:
una volta che finalmente abbiamo chiarito
che bisogna trovare un certo equlibrio
tra il contenuto serio e lo sciocco ludibrio
la scena torna ad essere per noi come
un letto matrimoniale ove le nostre persone
riescono ad esprimere ciò che han dentro.
la passione, il concetto, il divertimento.
Se non ci fossi io a moderare i suoi eccessi,
a dirgli di smetter di bere ché biasciaca
già come un ubriaco che predica ai fessi,
oppure del pasto di moderar la porzione
che non riesce più a chiudersi il pantalone,
sono certa che farebbe del palcoscenico
un pulpito da cui sputare tutto l’arsenico
che si porta dentro come un potente veleno,
una specie d’antidoto contro il pubblico scemo.
Lor signori non me ne vogliano, ma tra di loro
c’è sempre qualcuno cui non spetta l’alloro.
ISABELLA – 4 VIDEO
Or che del Ciel il più bel lume è spento,
e che l’oscura notte il Mondo adombra,
e i sogni, o veri, o falsi in mezzo all’ombra
scherzando van con passo e queto, e lento
tu dormi; e io con doloroso accento
piango il martir, che la triste’alma ingombra;
Né lagrima, o querela il peso sgombra
del gravissimo mio fiero tormento;
e tu sonno crudel, perché ‘l mio duolo
non oda il Sol, ch’a sospirar m’induce
l’udito col veder chiuso li tieni.
Da le tenebre figlio or fuggi a volo,
Tu nemico de’ rai puri, e sereni,
come soggiorni entro sì chiara luce?
PARTE SECONDA (tutta d’un fiato sino alla fine)
A Venezia il Carnevale non finisce mai!
Il teatro si riversa per le strade e i calli
in una sfrenata gioia di vivere che però
nasconde qualche insidia. Uomini vestiti
da donna, celebre è il costume della gatta,
donne camuffate da uomo, truffatori e ladri
nascosti dalla maschera bianca come la morte
della bauta, malintenzionati dal coltello facile,
assassini che approfittano del putiferio
per compiere i loro misfatti, contrabbandieri
che sembrano gondolieri, gondolieri che sono
spie, gendarmi che celano sotto i panni
avanzi di galera, avanzi di galera che si spaccian
per banchieri, banchieri con le pezze al culo
di un Arlecchino vestito di stracci colorati,
ovunque orge memorabili, sulle scalinate
delle chiese, sugli altari, nei confessionali,
tutto questo però è teatro: il teatro della vita.
E la vita in fondo da cosa viene generata
se non da un atto da amore che se rimanesse
platonicamente puro, astratto, sarebbe sterile
e infruttuoso come il seme secco d’una pianta
floscia. Bisogna vivere e bisogna amare
affinchè da vita nasca vita, qui la natura
una volta tanto non è bugiarda: quindi evviva
le passioni, evviva i sentimenti, evviva
pure gli scambi di attenzioni, i mugolii,
gli sfregamenti, viva le sottane sollevate,
i mutandoni calati, le labbra che si uniscono,
i corpi che si fondono in quel meraviglioso
amplesso che si chiama semplicemente amore.
Ecco, a questo proposito potrei fare un piccolo
esempio anche se un po’ piccantello e scandaloso.
Ordunque…
Stavamo attraversando un fitto bosco
trasferendoci con baracca e burattini
da un paese all’altro, ho perso il conto
dei chilometri e i nomi dei luoghi,
quando all’improvviso si è spezzata
la ruota del carro appesantito da orpelli,
costumi e tutto l’ambaradam di scena.
Noi ragazze siamo scese per permettere
agli uomini della compagnia di riparare
il guasto. Ma mai fidarsi degli attori
quando c’è da lavorare con le mani.
Non sanno fare altro che agitarle in aria
come marionette incapaci di far altro.
Figuriamoci riparare la ruota di un carro.
Si sono arresi subito e ci hanno costrette
a chiedere aiuto agli uomini di una fattoria
lì vicina. Andate voi donne e dite che siete
sole mentre noi ci nascondiamo nel bosco,
a voi non possono dire di no. Detto e fatto,
poi quelli ci hanno chiesto di cantare e ballare
per loro. Ci hanno offerto del vino che noi
abbiamo ovviamente gradito. Puzzavano
un po’ di caprone, per il resto niente da dire .
I signori attori non potevano accendere il fuoco
che li avrebbe fatti scoprire, sono rimasti
acquattati nella vegetazione come masnadieri
dai coltelli spuntati a guardarci mentre
ce la spassavamo con quei simpatici buzzurri.
Non abbiamo fatto niente di male beninteso,
solo ripagato con sorrisi, carezze e simpatie
il servizio che ci avevano reso mentre i nostri
omaccioni meno villani ma poco avvezzi
ad usar le mani per qualcosa di concreto
si rodevano il fegato puzzandosi di freddo.
Questo almeno è quello che ingenuamente
noi signorine pensavamo. Invece come
all’alba abbiamo appurato, mentre i villici
ci offrivano da bere e si contentavano
di qualche nostro canto o di un balletto,
loro erano andati alla fattoria a spupazzarsi
le mogli, figlie e sorelle, tralasciando madri
e nonne, dei nostri ignari anfitrioni.
Diciamo solo che è stato uno scambio
culturale alla pari che potrebbe un giorno
partorire un nuovo Zanni o un Arlecchino
bravo a recitare ma anche a riparare un carro.
I miei inizi in compagnia non furon facili,
tutt’altro: si chiama Compagnia de’ Gelosi
perché sono veramente gelosi e permalosi
della bravura altrui. Hanno sempre i fucili
spianati contro chi attira l’attenzione e osa
rendersi simpatico e disponibile con briosa
verve sul palcoscenico ed ottenere calorosa
e affettuosa da parte del pubblico accoglienza.
Ammetto che sulle prime avevo deficienza
nel recitare, mi sforzavo, ma solo la presenza
fisica, la mia bellezza, incrementava la capienza
del teatro: tutti volevano ammirarmi dal vivo,
il che era considerato non proprio elogiativo
dai miei compagni che presero a farmi la posta,
a dire di me cose brutte, malignità di peste
e corna. Soprattutto che non sapevo recitare,
ch’erano loro a tirar il carro dai monti al mare,
e che quindi non era giusto dovermi pagare
per star ferma in mezzo al palco a cinguettare.
Mi prese un groppo alla gola: “solo a frignare
come una femminuccia ch’altro non sa fare,
questa sei buona, perciò la paga decurtare
ti dobbiamo, se non ti va bene puoi andare
dove vuoi, non ti tratteniamo certo qui.”
Francesco, il mio futuro marito stava lì,
in silenzio, intento a struccarsi il volto
e quando son rimasta sola m’ha rivolto
un sorriso compassionevole di persona
al quale sta a cuore la tua disperazione.
“Non t’abbatere, mi disse per consolazione,
è vero che molto tu hai ancora da imparare,
ma con le doti che noto ce la puoi fare,
devi solo insistere, guardare e non mollare”.
Sei buono, gli risposi, ma la verità vera
è che mi trovi bella come fossi primavera
del Botticelli, quindi nelle tue parole
s’ode un misto di vero e d’esagerazione.
Io sul palcoscenico mi consumerò le suole,
ma non sono assolutamente certa
del risultato, anzi la mia carriera è incerta.
Sinceramente penso che farei meglio
a cercar marito, meglio ritrovarmi moglie
che in un bordello a soddisfare voglie.
Lui mi fissò col suo sguardo intesamente
nero, e capii subito cosa aveva in mente.
“Perché cercarlo in giro questo maritino,
quando ce lo hai accanto il tuo sposino?”
Tu? Scoppiai a ridere con un certo nervosismo.
Ti considero un amico, un fratello maggiore,
diciamo un padre, non t’offenda il simbolismo.
Per te provo affetto, ma non un grande amore.
“Questo perché non mi conosci tanto bene
e ancora non hai capito che noi due insieme
possiamo liberarci di questo carrozzone
d’infimi commedianti e fare un bel pienone.
Pensaci su e dammi una risposta seria,
non metterci troppo e non vederla troppo nera:
ci aspetta un futuro sorridente e di successo
e quei quattro manigoldi là…cacassero nel cesso!”
Le nostre risate colpirono le orecchie dei colleghi,
che non intuirono che cosa si stava architettando,
se ne sarebbero accorti dopo che razza di strateghi
eravamo Francesco e io mettendoci al comando.
Breve stacco musica d’epoca. Allegra.
Il resto lo sapete già: la prima donna capocomica
divenni sostenuta dalla passione per la mimica;
scrittrice, attrice, poetessa che perfino il Tasso
ammirò come alto esempio d’espressione lirica:
nei suoi confronti temeva persino il mio sorpasso.
Fui onorata e corteggiata non sol per la bellezza,
anche e soprattutto per la femminile sottigliezza
delle mie composizioni letterarie; e l’acutezza
con cui discettevo a corte con principi ed artisti
confondendo in due battute quei poveri Cristi.
Francesco, era sempre presente mio marito:
m’osservava mentre me li rigiravo intorno al dito,
e poi a letto mi sussurrava che l’avevo divertito.
Un tuono. Breve stacco musica cupa.
Poi un giorno ebbi un malore ed ho capito
che stavo diventando una cometa all’infinito.
Si fece tutto buio intorno a me all’improvviso
e un pallore mortale dipinse il mio bel viso.
La luce su di lei lentamente si dissolve facendola scomparire nel vuoto.
Entra in scena (o in video) Francesco nel suo costume di Capitan Spaventa.
Si leva lentamente spada ed elmo, comincia a struccarsi come a fine di una recita.
FRANCESCO Lettera “In morte della Moglie”
Ben fu, Signori miei, senza pari e senza esempio quel giorno lagrimoso e infelice, nel quale la mia bella donna (com’io credo or delizia del Cielo, e com’io so tormento della terra) fece da noi partita. Ben fu quel giorno tenebroso e oscuro principio dell’eterno mio dolore, e fine degli allegri miei pensieri. Ben fu tormento orribile di tutti gli agitati miei sensi: Giorno infausto che chiudendo gli occhi della mia Donna, in un eterno sonno apristi i miei ad un perpetuo pianto. Tu solo oscurasti la serenità dei miei giorni; tu solo uccidesti le mie speranze, tu solo precipitasti da un Cielo di gioie ad un abisso di pene. O giorno, non giorno ma notte. O notte, non notte; ma morte. O morte, non morte, ma inferno.
(Pausa)
O Donna, che dal Ciel data, e dal Ciel tolta mi fosti, perché le spine del dolore contrapesassero le rose del piacere, perché non son io teco; o divino spirito perché non ho io per pianger l’immatura tua morte tanti occhi, quanto ha stelle l’ottavo Cielo?
(Pausa, al pubblico)
Voi, signori miei, per quella cara amicizia che c’è tra noi, accompagnate con la vostra pietà le mie miserie, e pregate Iddio, che mi consoli permettendo che quanto prima quel Sepolcro, che la mia carissima donna rinchiude, ancor me accolga. Sia col suo cenere unito il mio, e mi conceda ch’io abbia per consorte nel Cielo l’anima di colei, che sopra tutte le cose mortali amai qui in Terra.
Raccoglie la spada e fa come se volesse trafiggersi. Resta in ginocchio come sorretto dalla spada che lo trafigge.
Video: Isabella si allontana nel bosco.
Buio.

