LA COMICA GELOSA (Isabella Andreini). Di Enrico Bernard

Data:

Brani “Video” e “Scrittorio” dalle Rime e dalle Lettere di Isabella Andreini

 

VIDEO – 1 ISABELLA

 

S’alcun sia mai, che i versi miei negletti

legga, non creda a questi finti ardori;

che ne le scene immaginati Amori

Usa a trattar con non leali affetti:

con bugiardi non men con finti detti

de le Muse spiegai gli alti furori,

talo piangendo i falsi miei dolori,

talor cantando i falsi miei diletti;

e come ne’ Teatri or Donna, ed ora

Uom fei rappresentando in vario stile

quanto volle insegnar Natura, ed Arte.

Così la stella mia seguendo ancora

di fuggitiva età nel verde Aprile

vergai con vario stil ben mille carte.

S’avverrà mai, ch’ad alcun pregio arrive

l’amoroso mio stil nato di pianto,

sarà vostra lode, e vostro il vanto

o de l’Anima mnia luci alme, e dive.

Voi le fiamme d’Amor nel sen più vive

rinnovellando in me destate il canto;

sol voi dettate, in voi sol leggo quanto

suona la lingua, e la mia penna scrive.

Ma perché più dolce uso un giorno prenda

l’amaro suon de’ lagrimosi accenti

bella pietate in voi fiammeggi e splenda.

Che s’un dì sien meno gravi i miei tormenti

farò, ch’el valor vostro alto s’ntenda

da le rive gelate à i lidi ardenti.

 

 

 

 

 

 

I

Sono nata in un secolo di gioia

di bellezza e di anime felici,

sognatori cercavam la gloria

chiedendo del pubblico l’auspici.

Eravamo tutti buoni amici

anche se ci chiamavam “Gelosi”

questo era il nome dei famosi

attori sul carro, stretti come alici,

per giunger dall’Italia a Parigi.

Vero è che il nostro intento

è di suscitar divertimento

con scherzi e improvvisati lazzi

pe’ quali ci considerano pazzi.

Però c’è pure un sottotesto,

non si può negare che il contesto

sociale, sia pur non manifesto,

è presente in ogni nostro gesto:

il comico è solo un bel pretesto

per dire la realtà in modo onesto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA SCRITTOIO

 

LETTERA A UN AMANTE IMPERTINENTE

Per quelle parti, che meno in  me vi dispiacciono, pregovi ad aver un poco più di riguardo all’onor mio per l’avvenire, di quello che abbiate avuto per lo passato. Lo passeggiar che fate del continuo sotto le mie finestre mi fa aver mala vita dal marito, e cattivo nome dalla vicinanza. Siate dunque più geloso della mia riputazione, che non siete stato, e ricordatevi ch’el disonore con un colpo è peggior della morte, perché la morte con un colpo uccide un solo, e’l disonore con un colpo uccide le famiglie intiere, e tanto più facilmente, quanto più son grandi. Voi sapete, che sì come l’onore è un segno della virtù, così ‘l disonore è un segno del vizio. Quanto per mia disgrazia dunque io volassi disonoratamente per le lingue, e per gli orecchi delle genti sarebbe segno di vizio che in me fosse, il che non essendo poi in effetto mi  darebbe occasione di viver sempre infelice, e sarebbe un peso così greve, e così aspro, che in questo mar tempestoso della vita innanzi tempo mi trarrebbe al fondo. Il proprio seggio dell’uomo è la terra, de gli uccelli l’aria, e dei pesci l’acqua, e della donna l’onestà, non cercate vi prego di levarmi dal mio proprio seggio. Io ho tanto giudizio, ch’io conosco l’onore valer molto più della vita, perché ‘l vivere è comune a tutte le cose animate: ma  ‘l viver onoratamente è sol proprio dell’uomo, e dell’uomo prudente: e perché questa voce d’uomo è generale, e abbraccio e l’uomo e la donna, essendo io compresa sotto questo nome, cercherò di governarmi prudentemente, et onoratamente. Non vi sia discaro di rilegger questa mia, e se m’amamte, se desiderate (come dite) di servirmi, fatevi legge del mio volere, e non frequentate più questa strada dell’altre, e vi bacio le mani.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

II

Quanto a me, che posso dire?

Siamo nati tutti per morire,

l’arte si dissolve come neve

al sole e la terra se la beve.

Di me non resterà memoria,

pochi ricorderanno la mia storia

che ora canto sia pur in breve

cossicché il racconto vi sia lieve.

Perché, per dirlo forte e chiaro,

solamente un emerito somaro

può credere che tocca esser seri

per affrontare argomenti veri.

Così facendo la noia che v’assale

risulterebbe essere mortale,

noi vogliamo invece allietare

il pubblico facendolo pensare.

Il nostro scopo allora è questo

anche a costo di rischiar l’arresto:

dire alla gente che patisce la fame

di rivendicare il diritto del pane.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA SCRITTOIO

 

SECONDA LETTERA ALL’AMANTE IMPERTINENTE

Desiderando io, che’l silenzio coprisse il mancamento del mio ingegno ho tardato tanto a rispondervi, oltre di ciò ho creduto sempre, e credo, che’l modesto silenzio di donna agguagli la facondia, e l’eloquenza de’ più purgati intelletti. Pare a me, che’l silenzio sia ornamento di qual si voglia persona, e quando uno non sa tacere, si può agevolmente credere, ch’ei non sappia neanche parlare.

Non dico già io questo, perch’io voglia, che del mio silenzio facciate argomento infallibile, che sapendo tacere, io sappia ancora parlare, che quanto a me, si come so di saper tacere, così ancor so, ch’io  conoscendo di poter facilmente tacere, e difficilmente parlare, ho eletto il silenzio. La vostra dottissima lettera, richiedeva, e ‘l mio gran desiderio mi spronava, ch’io rispondessi, con tutto ciò sarei stata poco accorta s’avessi voluto, o bene, o male inconsideratamente formar risposta, non si deve parlar prima, e pensar poi; hora ch’ ho pensato vi risponderò, ma che dich’io? quando ancora molto bene pensasssi, e ripensassi, non potrei mai tanti capi, e tutti elegantissimi, sodisfare

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

III

 

Non facciamo capire al Potere

che lo prendiamo per il sedere,

così sovvertiamo le regole

per alleviare le pene del debole.

Deve sapere che la propria miseria

va contrastata con cattiveria.

Per questo noi commedianti

ci consideran pericolosi viandanti

che mettono strane idee in testa

a chi ha diritto d’urlar la protesta.

Già il semplice fatto che donna

io sia ad esprimere tale condanna

risulta altamente indigesto

a chi non vuole un teatro molesto.

Anche quella dell’emancipazione

in fin de’ conti è una rivoluzione

che cambia le carte in tavola

e, pur narrando una favola,

fa de’ i padroni polli alla diavola.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA SCRITTOIO

 

TERZA E ULTIMA LETTERA ALL’AMANTE IMPERTINENTE

Nella vostra lettera si cointengono cose tali, che ogn’una d’esse basterebbe per tener isvegliata l’ignoranza mia un anno senza far alcun profitto: brevemente dunque m’ingegnerò di risponder alla somma, e non ai particolari, come la natura m’insegnerà, la quale non per altro m’immagino io ci ha dato due occhi, due orecchie, e una lingua, che per farci conoscere, che dobbiamo vedere, e udire assai, e parlar poco. La somma di quanto mi scrivete, è che non desiderate cosa, più che parlarmi, a che rispondo, che, se Dedalo non vi presta l’ali, egli è impossibile, che v’accostiate a me senz’esser da miei parenti sentito. Se voi col giudizio vostro sapete trovar modo opportuno, e commodo, io per vostra soddisfazione ne rimarrò contentissima.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IV

 

Se noi donne siam oggetti misteriosi

i maschietti son soggetti lussuriosi:

quando fissano neggli occhi il sesso

debole il loro sguardo è da pesce lesso!

È facile per una damigella fare fesso

il damerino che si crede di successo

mentre viene dell’amore sottomesso.

Ah, quante volte ho visto il cortigiano

davanti a me umilmente genuflesso

far la figura del bellimbusto ciarlatano

che tenta di farmi stendermi sul divano

e sfodera un affaruccio così nano

come lo starnuto che sfida l’uragano.

Povere noi donne costrette come siamo

a sopportare gli approcci del villano

che ci tratta come schiave del sultano

liquidandoci con un semplice baciamano

senza tirar fuosi la borsa con il grano.

Ma senza soldi il teatro come lo facciamo?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIDEO  –  2  ISABELLA

 

Disprezza pur questi sospiri ardenti

anima cruda chiudi gli occhi a queste

lagrime amare, e le preghiere oneste

portin per l’aere del tu’ orgoglio i venti:

nulla avanza di me ch’aspri tormenti,

de l’amorose mie fiere tempeste

reliqui miserabili, e funeste,

ch’ombra mi fan d’angosce e di lamenti.

Scoprasi pur d’ogni pietate ignudo

l’empio tuo cor, e l’ostinata voglia

facciati al mio languir superbo, e schivo.

Te stesso avanza ormai nell’esser crudo:

ch’altrro ancider potrai, che la mia doglia

se mal tuo grado nel tuo petto io vivo?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

V

 

La poesia io la sento crescere dentro,

maturare come un frutto di maggio

che si schiude al primo tiepido raggio

del sole trascorso l’uggioso inverno

che silenzioso  stende un gelido manto

nevoso che soffoca la gioia del canto.

È come se la mente trovasse parole

che scaturiscono dal nulla, da sole!,

per materializzarsi sulla pagina bianca

esprimendo all’improvviso quel senso

che trova il suo posto senza che penso,

mentre la mia stessa mano lo scrive

come se fosse fatto d’immagini vive.

Il poeta non può mettersi a ragionare,

la poesia non esce dal mero filosofare

ma dall’astrazione completa del Sé,

è una specie di tortura, un autodafé:

ciò che Petrarca chiamò scendere al cupo,

un farsi pecora all’occhio del lupo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIDEO  –  2  ISABELLA

 

Qual travagliata nave io mi raggiro

senza governo in tempestoso mare;

né veggio chi le tenebre rischiare

del mio dolor, né alcun soccorso miro.

E’ncontr’al cielo a gran ragion m’adiro,

poi ch’Orion sol per me (lassa) appare;

e mi s’ascondon le bramate, e chiare

luci de i figli, che di Leda usciro.

Crescono ogn’or le orribili procelle,

l’aer tutte le ‘ngiurie, e i furor suoi

mostra contra ‘l mio stanco afflitto legno.

Aura ‘l tuo fiato sia, sien gli occhi stelle

sia porto il seno, ch’io non curo poi

di Nettuno, e del Ciel tempesta o sdegno.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VI

 

 

Le ruote del carro schricchiolano

come le ossa del diafano attore

che si trascina fin al paese lontano

con la sua fame impastata al sudore.

Solo la dignità che custodisce dentro

di sé gli rende sopportabile  il vento

sferzante che lo raggela sulla via:

si consola con un “che vuoi che sia!”

Accende  un pallido lume di speranza

scorgendo un miraggio in lontananza,

un ristoro dove riempire la panza.

Ma spesso deve rimanere di fuori

ché l’oste non è tra i suoi ammiratori.

Vero è che  all’artista non servon allori,

così è costretto a contetarsi degli afrori

della cucina che gli riempion le nari,

mentre con le budella vuote i giullari

sono disposti nei loro penosi calvari

anche  a far i guitti per pochi denari.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA – SCRITTOIO

 

 

LETTERA AD UN VECCHIO SCOCCIATORE

Se questo foglio potesse ridere, riderebbe, mentr’io della vostra goffagine ridendo, m’apparecchio a darvi quella risposta che meritate. Com’è possibile che nella vostra età cadente, non vi siate vergognato di mettervi all’impresa d’amar Donna tanto dall’esser vostro dissimile? Com’è possibile che non abbiate scorto, che a quella fronte rugosa, a quel ciglio irsuto, e a quella faccia pallida, poco anzi nulla si convien amore? E ancorché facciate ogni sforzo, per andar su la vita, pur si conosce, pover’uomo, che ‘l soverchio peso de gli anni v’incurva le spalle. Eh, meschinello accorgetevi della vostra follia. Considerate che la vecchiezza è una fucina di mali, e che l’amore ne’ vecchi si chiama dolore, e ch’egli è nemico mortale della vecchiezza, anzi pur dell’istessa morte. Se l’amor nasce, e si nutre nell’ardor degli anni, che in voi già è morto, come volete darmi ad intendere, che ardete nel fuoco dell’amor mio?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VII

 

Oggi non ho proprio voglia di recitare:

come un pesce dove finisce il mare

mi sento vuota, in preda alla tristezza,

del mondo io vedo solo bruttezza.

I miei occhi si gonfian di pianto.

il mio spirito è spento e stanco.

Francesco mi chiede cosa mi prende,

non sei felice che lo spettacolo vende?

Ovunque si vada le piazze son piene

il successo e l’applauso ci attende.

Non so, io vorrei tagliarmi le vene

o affogarmi in un putrido pozzo

dove un raggio di luna non viene

a indorar le pareti del baratro rozzo.

Domani forse vedrò tutto diverso,

ma ora non so declamar più un verso.

La voce tremula non rende feconda

la poesia, il cupio dissolvi m’affonda

se intorno a me tutto m’è avverso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA – SCRITTOIO

 

 

CONTINUA LETTERA AD UN VECCHIO SCOCCIATORE

 

Voi altri vecchi, tra molte cattive parti, ch’avete in voi, ne avete due che sono intollerabili, e queste sono l’esser invidiosi, e male lingue: perché ricordandovi della passata gioventù, e conoscendo alle donne (per li molti difetti vostri) non esser grati, andate dicendo per le piazze, la tale si gode col tale, e forse ch’egli non è bello e grazioso? quell’altra usa la tal’arte per trovarsi col tal giovane, e finalmente alcuna non riman libera dalle vostre calunnie, cercando voi sempre con l’invidia persecutrice del bene, di distruggere, e d’annullare l’altrui felicità. E se qualcuna priva di giudizio, per sua disgrazia, le sue grazie ad alcun di voi concede, in brevissimo tempo tutta la Città n’è piena per far conoscere che continuate a godere della grazia delle donne, ringalluzzendovi raaccontando anche a chi non vul sapere. Levatevi dunque dall’impresa, e siate certo, che farete molto meglio a procurarvi sepoltura, che amante.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VIII

 

 

La morte la guardo in faccia e ci scherzo,

la faccio sorridere e lei dice: “Ti aspetto

ma non iilluderti, di vita già un terzo

hai trascorso tra un canto e un diletto.

Ti lascerò scrivere qualche altro verso,

non metterci molto, il tempo è ristretto!”

Poveretta, anche lei ha da rendere conto

a qualcuno lassù ch’ a nessuno fa sconto

quando giunge il nostro sole al tramonto.

Suvvia! Basta non pensarci e offuscare

il terrore che l’umanità ha del nulla

che ci portiamo dietro sin dalla culla.

In fin dei conti anche il vuoto è qualcosa,

basta dargli un profumo, magari di rosa,

e all’improvviso diventa una burla

come quando il comico inciampa per caso

e cade al suolo spaccandosi il naso.

Allora la gente ride di gusto e lui intuisce

che se il pubblico l’incidente gradisce

si rifà per riempire l’incasso nel vaso.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA – 3  VIDEO

 

Amor tu pur hai l’arco, e la faretra,

perché ti mostri al saettar sì tardo?

Avventa Amore il tuo possente dardo,

spezza l’aspro rigor di questa pietra.

Ahi che tanta mia doglia non impetra

da que’ begli occhi un men superbo sguardo;

e di lor viva fiamma io pur tutt’ardo,

egli se’l vede, e non però si spetra.

Si spetri l’empio, o me con gli occhi suoi,

c’han pur forza di farlo, ormai trasforme

per minor mio tormento in felce dura.

Quindi immobile fatta non più l’orme

seguirò di chi fugge; onde secura

fia pur l’anima mia da’ colpi tuoi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

IX

 

 

Giungiamo in Spagna col vento in poppa.

Appena smontati dal carro una coppa

di vino ci viene offerta come benvenuto:

non ci tiriamo indietro e abbiamo bevuto,

eccome se abbiamo bevuto il Tempranillo

dal dolce calice della gioia di vivere,

Francecso sul palco barcolla come un birillo,

mentre io nel dramma scoppio a ridere

come una scema, non so cosa mi prende,

so solo che il vino dà alla testa e mi stende.

È tanto buono quando in gola ti scende,

il problema è poi quanso sale alla mente

offuscandola come una lama ch’offende.

All’improvviso così nel mezzo della tragedia

mi ritrovo con Francesco in una commedia.

Che dico!, in una farsa ridanciana e grottesca

che strada facendo diventa sempre più boccaccesca.

Una battuta pecoreccia m’arrossisce le gote

e la mia mano il volto di Francesco percuote!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA ALLO SCRITTOIO

 

Le donne giudiziose in amore, al parer mio son tenute a non mostrarsi ai loro amanti sempre cortesi: ma bisogna, che tal’ora si scoprano sdegnose, e tal’ora dolcemente irate, perché sì come quella mensa, a cui s’aggiungon continuamente vivande, invece di destar l’appetito nei convitati, li sazia, così le parolette sempre dolci, e sempre cortesi, gli occhi sempre amorosi, e sempre ridenti, i vezzi, le lusinghe, e le accoglienze agn’ora pronte, invece di nutrire l’anima innamorata, l’uccidono per soverchio piacere, essendoché nessun’altra cosa fa finire l’amore che la sazietà. Dunque una donna mata, deve  mostrarsi più avara che liberale delle sue grazie. Non gode perfettamente del bene, chi non ha prima provato il male.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

X

 

 

Per quello schiaffo lui ora mi tiene il broncio,

non capisce d’esser stato un po’ troppo sconcio,

va bene che  a noi  teatranti  tutto è concesso,

ma non per questo dobbiamo buttar nel cesso

per un facile consenso d’un pubblico scemo

il nostro impegno per lo scopo supremo

di allietare lo spirito aiutando a pensare…

altrimenti che senso avrebbe il recitare?

Cerco di spiegarglielo con calma e pazienza

ma lui mi liquida dicendo che è una scemenza

quella di voler dare a tutti i costi un profondo

significato al nostro stare sul palco del mondo.

Il botteghino, sostiene, è la cosa importante,

di tutto il resto io me ne sbatto altamente:

finché il pubblico è soddisfatto e abbondante

mi accontento, ha sempre ragione il cliente!

Questo suo ragionamento non mi convince

lo spettatore a teatro non sempre è una lince,

ma non lo si può trattare  come un deficiente!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA ALLO SCRITTOIO

 

Non vi paia dunque strano, signor mio, s’io vi sono dimostrata alquanto ritrosa, e alquanto sdegnosa, che non è stato per altro, che per accrescer il gusto de’ nostri felicissimi amori. Più arde quel fuoco, che più viene dal vento stimolato, così la fiamma d’amore, tanto più s’avviva e tanto più scalda, quanto più ‘l vento de gli amorosi sospiri le dà forza. Dunque non vi dolete, che non per distrugger l’amor nostro: ma per maggiormente accrescerlo, son stata io alcuna volta  sdegnata, e adirata con voi, e ‘ntanto siate certo, che questo mio cuore, non sarà mai capace d’altro amore, che del vostro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XI

 

 

Per tutto il giorno lui fa finta di niente,

mi tratta come se fossi io trasparente,

fatta d’aria, una nuvola che con un alito

si soffia via: io di questo non mi capacito.

A parte il fatto che il tuo fiato sa di cipolla,

mi arrabbio, sappi che  in mezzo alla folla

mi devi trattare con il rispetto che merito

e che tu mi devi come collega e marito,

altrimenti stanotte non mettere il dito

dove se non mi concedo non ti è lecito

cercare di infilzare la tua candelina.

Anche se il mio ruolo è quello di Colombina

non sperare di trattarmi come una cretina.

Smettila subita di fare quella faccia di bronzo

altrimenti vado a cercarmi un bel gonzo

con cui passare la sera… e magari mi sbronzo.

Lui così capisce l’antifona e mi chiede scusa,

mi bacia le mani sospirando “sei la mia musa!”

e mi conduce in una sala dalla luce soffusa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA ALLO SCRITTOIO

 

 

Se ogn’uno per natura fugge la morte, com’esser può, ch’io contra l’istinto di natura segua continuamente voi, che la mia morte siete? e se uno ama il suo simile, com’esser può, ch’io ami voi, che tutto siete contrario alle mie voglie? dunque, perché ‘i sia esempio d’infelicità, si confondono per me gli ordini di natura? E si dice, che duo contrari in un medesimo soggetto star insieme non possono, e pure (mal mio grado) sono sforzata a conoscere, anzi con mio danno a provare quest’impossibile. Dicono che la similitudine sia la ragione dell’amore; ora tra noi, non solo non ci è similitudine: ma dissimilitudine grandissima; essendo che io sono per voi tutta amore, e voi per me tutt’odio, io a voi leale,vo a me sleale; io per voi piango, voi per me ridete; io vi auguro pace, voi per me guerra desiderate

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

XII

 

 

Non dura molto il broncio di mio marito:

una volta che finalmente abbiamo chiarito

che bisogna trovare un certo equlibrio

tra il contenuto serio e lo sciocco ludibrio

la scena torna ad essere per noi come

un letto matrimoniale ove le nostre persone

riescono ad esprimere ciò che han dentro.

la passione, il concetto, il divertimento.

Se non ci fossi io a moderare i suoi eccessi,

a dirgli di smetter di bere ché biasciaca

già come un ubriaco che predica ai fessi,

oppure del pasto di moderar la porzione

che non riesce più a chiudersi il pantalone,

sono certa che farebbe del palcoscenico

un pulpito da cui sputare tutto l’arsenico

che si porta dentro come un potente veleno,

una specie d’antidoto contro il pubblico scemo.

Lor signori non me ne vogliano, ma tra di loro

c’è sempre qualcuno cui non spetta l’alloro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

ISABELLA – 4 VIDEO

 

Or che del Ciel il più bel lume è spento,

e che l’oscura notte il Mondo adombra,

e i sogni, o veri, o falsi in mezzo all’ombra

scherzando van con passo e queto, e lento

tu dormi; e io con doloroso accento

piango il martir, che la triste’alma ingombra;

Né lagrima, o querela il peso sgombra

del gravissimo mio fiero tormento;

e tu sonno crudel, perché ‘l mio duolo

non oda il Sol, ch’a sospirar m’induce

l’udito col veder chiuso li tieni.

Da le tenebre figlio or fuggi a volo,

Tu nemico de’ rai puri, e sereni,

come soggiorni entro sì chiara luce?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PARTE SECONDA (tutta d’un fiato sino alla fine)

 

 

A Venezia il Carnevale non finisce mai!

Il teatro si riversa per le strade e i calli

in una sfrenata  gioia di vivere che però

nasconde qualche insidia. Uomini vestiti

da donna, celebre è il costume della gatta,

donne camuffate da uomo, truffatori e ladri

nascosti dalla maschera bianca come la morte

della bauta, malintenzionati dal coltello facile,

assassini che approfittano del putiferio

per compiere i loro misfatti, contrabbandieri

che sembrano gondolieri, gondolieri che sono

spie, gendarmi che celano sotto i panni

avanzi di galera, avanzi di galera che si spaccian

per banchieri, banchieri con le pezze al culo

di un Arlecchino vestito di stracci colorati,

ovunque orge memorabili, sulle scalinate

delle chiese, sugli altari, nei confessionali,

tutto questo però è teatro: il teatro della vita.

E la vita in fondo da cosa viene generata

se non da un atto da amore che se rimanesse

platonicamente puro, astratto, sarebbe sterile

e infruttuoso come il seme secco d’una pianta

floscia. Bisogna vivere e bisogna amare

affinchè da vita nasca vita, qui la natura

una volta tanto non è bugiarda: quindi evviva

le passioni, evviva i sentimenti, evviva

pure gli scambi di attenzioni, i mugolii,

gli sfregamenti, viva le sottane sollevate,

i mutandoni calati, le labbra che si uniscono,

i corpi che si fondono in quel meraviglioso

amplesso che si chiama semplicemente amore.

Ecco, a questo proposito potrei fare un piccolo

esempio anche se un po’ piccantello e scandaloso.

Ordunque…

Stavamo attraversando un fitto bosco

trasferendoci  con baracca e burattini

da un paese all’altro, ho perso il conto

dei chilometri e i nomi dei luoghi,

quando all’improvviso si è spezzata

la ruota del carro appesantito da orpelli,

costumi e tutto l’ambaradam di scena.

Noi ragazze siamo scese per permettere

agli uomini della compagnia di riparare

il guasto. Ma mai fidarsi degli attori

quando c’è da lavorare con le mani.

Non sanno fare altro che agitarle in aria

come marionette incapaci  di far altro.

Figuriamoci riparare la ruota di un carro.

Si sono arresi subito e ci hanno costrette

a chiedere aiuto agli uomini di una fattoria

lì vicina. Andate voi donne e dite che siete

sole mentre noi ci nascondiamo nel bosco,

a voi non possono dire di no. Detto e fatto,

poi quelli ci hanno chiesto di cantare e ballare

per loro. Ci hanno offerto del vino che noi

abbiamo ovviamente gradito. Puzzavano

un po’ di caprone, per il resto niente da dire .

I signori attori non potevano accendere il fuoco

che li avrebbe fatti scoprire, sono rimasti

acquattati nella vegetazione come masnadieri

dai coltelli spuntati a guardarci mentre

ce la spassavamo con quei simpatici buzzurri.

Non abbiamo fatto niente di male beninteso,

solo ripagato con sorrisi, carezze e simpatie

il servizio che ci avevano reso mentre i nostri

omaccioni meno villani ma poco avvezzi

ad usar le mani per qualcosa di concreto

si rodevano il fegato puzzandosi di freddo.

Questo almeno è quello che ingenuamente

noi signorine pensavamo. Invece come

all’alba abbiamo appurato, mentre i villici

ci offrivano da bere e si contentavano

di qualche nostro canto o di un balletto,

loro erano andati alla fattoria a spupazzarsi

le mogli, figlie e sorelle, tralasciando madri

e nonne, dei nostri ignari anfitrioni.

Diciamo solo che è stato uno scambio

culturale alla pari che potrebbe un giorno

partorire un nuovo Zanni o un Arlecchino

bravo a recitare  ma anche a riparare un carro.

 

I miei inizi in compagnia non furon facili,

tutt’altro: si chiama Compagnia de’ Gelosi

perché sono veramente gelosi e permalosi

della bravura altrui. Hanno sempre i fucili

spianati contro chi attira l’attenzione e osa

rendersi simpatico e disponibile con briosa

verve sul palcoscenico ed ottenere calorosa

e affettuosa da parte del pubblico accoglienza.

Ammetto che sulle prime avevo deficienza

nel recitare, mi sforzavo, ma solo la presenza

fisica, la mia bellezza, incrementava la capienza

del teatro: tutti volevano ammirarmi dal vivo,

il che era considerato non proprio elogiativo

dai miei compagni che presero a farmi la posta,

a dire di me cose brutte, malignità di peste

e corna. Soprattutto che non sapevo recitare,

ch’erano loro a tirar il carro dai monti al mare,

e che quindi non era giusto dovermi pagare

per star ferma in mezzo al palco a cinguettare.

Mi prese un groppo alla gola: “solo a frignare

come una femminuccia ch’altro non sa fare,

questa sei buona, perciò la paga decurtare

ti dobbiamo, se non ti va bene puoi andare

dove vuoi, non ti tratteniamo certo qui.”

Francesco, il mio futuro marito stava lì,

in silenzio, intento a struccarsi il volto

e quando son rimasta sola m’ha rivolto

un sorriso compassionevole di persona

al quale sta a cuore la tua disperazione.

“Non t’abbatere, mi disse per consolazione,

è vero che molto tu hai ancora da imparare,

ma con le doti che noto ce la puoi fare,

devi solo insistere, guardare e non mollare”.

Sei buono, gli risposi, ma la verità vera

è che mi trovi bella come fossi primavera

del Botticelli, quindi nelle tue parole

s’ode un misto di vero e d’esagerazione.

Io sul palcoscenico mi consumerò le suole,

ma non sono assolutamente certa

del risultato, anzi la mia carriera è incerta.

Sinceramente penso che farei meglio

a cercar marito, meglio ritrovarmi moglie

che in un bordello a soddisfare voglie.

Lui mi fissò col suo sguardo intesamente

nero, e capii subito cosa aveva in mente.

“Perché cercarlo in giro questo maritino,

quando ce lo hai accanto il tuo sposino?”

Tu? Scoppiai a ridere con un certo nervosismo.

Ti considero un amico, un fratello maggiore,

diciamo un padre, non t’offenda il simbolismo.

Per te provo affetto, ma non un grande amore.

“Questo perché non mi conosci tanto bene

e ancora non hai capito che noi due insieme

possiamo liberarci di questo carrozzone

d’infimi commedianti e fare un bel pienone.

Pensaci su e dammi una risposta seria,

non metterci troppo e non vederla troppo nera:

ci aspetta un futuro sorridente e di successo

e quei quattro manigoldi là…cacassero nel cesso!”

Le nostre risate colpirono le orecchie dei colleghi,

che non intuirono che cosa si stava architettando,

se ne sarebbero accorti dopo che razza di strateghi

eravamo Francesco e io mettendoci al comando.

 

Breve stacco musica d’epoca. Allegra.

 

Il resto lo sapete già: la prima donna capocomica

divenni sostenuta dalla passione per la mimica;

scrittrice, attrice, poetessa che perfino il Tasso

ammirò come alto esempio d’espressione lirica:

nei suoi confronti temeva persino il mio sorpasso.

Fui onorata e corteggiata non sol per la bellezza,

anche e soprattutto per la femminile sottigliezza

delle mie composizioni letterarie; e l’acutezza

con cui discettevo a corte con principi ed artisti

confondendo in due battute quei poveri Cristi.

Francesco, era sempre presente mio marito:

m’osservava mentre me li rigiravo intorno al dito,

e poi a letto mi sussurrava che l’avevo divertito.

 

Un tuono. Breve stacco musica cupa.

 

Poi un giorno ebbi un malore ed ho capito

che stavo diventando una cometa all’infinito.

Si fece tutto buio intorno a me all’improvviso

e un pallore mortale dipinse il mio bel viso.

 

La luce su di lei lentamente si dissolve facendola scomparire nel vuoto.

Entra in scena (o in video) Francesco nel suo costume di Capitan Spaventa.

Si leva lentamente spada ed elmo, comincia a struccarsi come a fine di una recita.

 

 

FRANCESCO  Lettera “In morte della Moglie”

Ben fu, Signori miei, senza pari e senza esempio quel giorno lagrimoso e infelice, nel quale la mia bella donna (com’io credo or delizia del Cielo, e com’io so tormento della terra) fece da noi partita. Ben fu quel giorno tenebroso e oscuro principio dell’eterno mio dolore, e fine degli allegri miei pensieri. Ben fu tormento orribile di tutti gli agitati miei sensi: Giorno infausto che chiudendo gli occhi della mia Donna, in un eterno sonno apristi i miei ad un perpetuo pianto. Tu solo oscurasti la serenità dei miei giorni; tu solo uccidesti le mie speranze, tu solo precipitasti da un Cielo di gioie ad un abisso di pene. O giorno, non giorno ma notte. O notte, non notte; ma morte. O morte, non morte, ma inferno.

(Pausa)

O Donna, che dal Ciel data, e dal Ciel tolta mi fosti, perché le spine del dolore contrapesassero le rose del piacere, perché non son io teco; o divino spirito perché non ho io per pianger l’immatura tua morte tanti occhi, quanto ha stelle l’ottavo Cielo?

(Pausa, al  pubblico)

Voi, signori miei, per quella cara amicizia che c’è tra noi, accompagnate con la vostra pietà le mie miserie, e pregate Iddio, che mi consoli permettendo che quanto prima quel Sepolcro, che la mia carissima donna rinchiude, ancor me accolga. Sia col suo cenere unito il mio, e mi conceda ch’io abbia per consorte nel Cielo l’anima di colei, che sopra tutte le cose mortali amai qui in Terra.

 

Raccoglie la spada e fa come se volesse trafiggersi. Resta in ginocchio come sorretto dalla spada che lo trafigge.

 

Video: Isabella si allontana nel bosco.

 

Buio.

 

 

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