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Conversazione sul teatro, o qualche aspetto

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Intervista di Lodovica San Guedoro ad Angelo Gaccione, in occasione dell’uscita del suo volume A teatro con amore. Milano e i suoi teatri 1982-2018, edito da Effigi

Lodovica San Guedoro. Siamo entrambi scrittori e drammaturghi. Ma in questo momento io sono l’intervistatrice e tu l’intervistato. Ti dico subito che il tuo professato amore per il Teatro mi ha messo addosso un certo prurito e sento una gran voglia di contraddirti. Mi prenderò alcune libertà. Vediamo che cosa sei capace di rispondermi. Si dà il caso che anch’io, molti anni fa, abbia scritto una sorta di diario teatrale: Requiem di Arlecchino. Il qual titolo è una chiara allusione alla morte del Teatro. Oggi, il Teatro non esiste. Come non esiste la Letteratura. Esistono i palcoscenici, i registi, gli attori, che si affannano ad adattare romanzi, che scrivono pezzi loro, esistono i libri, le librerie, i premi letterari, gli scrittori falsi e oziosi: ma non esistono né i drammaturghi, né gli scrittori veri. A queste conclusioni, per quanto riguarda Thalia, sono pervenuta frequentando gli ambienti teatrali nonché i luoghi scenici di mezza Europa: da Vienna a Roma a Monaco. Limitiamoci all’Italia: nell’Ottocento Dumas, che visse prolungatamente a Napoli, la città che meglio aderiva al suo gusto e le cui estrosità e malizie gli richiamavano quelle della sua cara Parigi, notò, con stupore venato di dispetto, l’assenza di un teatro contemporaneo italiano; nel Novecento Eduardo De Filippo ebbe a rilevare come la figura dell’autore drammatico non fosse nemmeno lontanamente contemplata; nel Terzo Millennio io mi permetto di osservare come la triste verità da loro individuata perduri immutata.

Angelo Gaccione. Per anni e anni sono andato a teatro. Erano teatri tradizionali, blasonati, ricchi, sfavillanti, situati nel cuore di Milano, frequentati da gente che poteva permettersi prezzi piuttosto alti rispetto alle mie misere tasche, e che nel teatro cercava l’intrattenimento. Intrattenimento, svago, “evasione” che questi teatri hanno sempre garantito. In fondo era l’occasione giusta per uscire di casa, incontrare altri appassionati o semplici amici, sfoggiare un bel vestito. C’era il teatro e c’era il dopo-teatro con i ristoranti altrettanto esclusivi e supercostosi per l’alta borghesia e la medio borghesia. Almeno fino ad un certo periodo. Poi anche in questo tipo di teatro il rito è venuto meno e i vestiti sfavillanti e le pellicce non si sono visti più. Ci furono anche anni cupi a Milano, quelli dei sequestri di persona e della violenza politica, e di sera molti evitavano di uscire.

Sono andato per anni e anni (il libro a cui fai riferimento di anni ne censisce oltre quaranta) anche nei teatri di periferia, in quelli cosiddetti off, in quelli sperimentali e di ricerca, in quelli più d’avanguardia come si diceva allora, in quelli decentrati dove si potevano vedere le performance più ardite. Era un teatro politico, di parola, di guerriglia, di gestualità, di corpi, di suoni, di visioni, di contaminazioni fra le arti, e così via. Teatri frequentati dalla piccola borghesia intellettuale, da amatori, da minoranze, e ti poteva capitare di trovarti in una platea con un pugno di spettatori.

A partire da una certa data che non saprei indicare (non tutto si trova in questo libro) ho iniziato a scriverne. Ho scritto di spettacoli, di attori, registi, scenografi e naturalmente di autori e autrici dei testi. Delle compagnie o dei singoli attori; dei gruppi o dei mattatori. Ho scritto di libri da cui si era attinto per le messe in scena e ho discusso delle tesi che ne emergevano in termini di concezione politica, estetica, poetica, e così via. Ne ho scritto senza pregiudizi, al di là del gusto personale, consapevole che lo spettacolo dal vivo, come si dice in gergo, ha una sua valenza, un suo statuto, e può essere diverso ogni sera. Produrre una sua complicità contagiosa fra palco e platea; un coinvolgimento anche fisico ed emotivo quando lo spazio che contiene spettatori e pubblico ha abolito ogni barriera. E di incanto, quando la prova attorale diviene così artisticamente perfetta da riscattare il testo più mediocre. Senza mai dimenticare quello che dice Francesca, il personaggio del racconto “L’incontro” della mia prima raccolta Il sigaro in bocca pubblicato dall’editore Bertani di Verona nel 1987: “Non c’è nessun altro mestiere che rende così liberi e umani”.

Umano e precario insieme, il teatro mi piaceva proprio per questo. Quanti sforzi per mettere in piedi uno spettacolo, quanti sacrifici, e mai la certezza di esserne ripagati in termini economici e di riconoscimento. La crisi si è abbattuta soprattutto sui teatri che non avevano aiuti, quelli che stavano dentro quartieri che tenevano vivi, che funzionavano come spazio di socializzazione. Non li ho trascurati io quei teatri, quei luoghi decentrati. E non mi sono posto come algido giustiziere verso il loro sacrificio e la loro fatica. Era difficile per loro, come lo era per chi come noi il teatro lo scriveva. Finivi per convincerti che non ne valeva la pena. A che scopo scrivere se pubblicare teatro era quasi impossibile e ancora di più lo era mettere in scena i testi? Era come progettare edifici e non vederne realizzato neppure uno. Hai raccontato anche tu, in quanto autrice, le peripezie, le frustrazioni, le incomprensioni, fino allo sfinimento.

Tutto quel vivace pullulare di sale, di cantine, di spazi, non esiste più. Sono spariti teatri che hanno avuto una storia preziosa, sono state costrette al silenzio compagnie, collettivi, associazioni. Da questo punto di vista non posso che condividere il tuo pessimismo, ma non posso generalizzare perché ci sono state stagioni favolose, compagnie consapevoli e così radicali da influire sul nostro sentire; autori che hanno arricchito il nostro pensiero; attori che non si sono fatti divorare dal consumismo, dall’effimero, dal vacuo. La televisione ha funzionato come rullo compressore; l’intrattenimento ha preso il sopravvento come avviene nei periodi di crisi, di buio intellettuale, di compromessi. Ma ci sono stati gruppi che non hanno abdicato, teatri che erano parte di un cambiamento, di un nuovo sentire. Se hanno perso, se abbiamo perso assieme a loro, se ha vinto il disincanto, l’alienazione, l’indifferenza, non vuol dire che quelle ragioni e quelle pratiche non avessero una loro giustificazione ideale, una loro urgente necessità.

Lodovica San Guedoro

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