Franco Branciaroli, burbero goldoniano

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Sior Tòdero Brontolon o sia Il Vecchio fastidioso, commedia in tre atti, in lingua veneziana di Carlo Goldoni, fu rappresentata la prima volta al Teatro di San Luca il 6 gennaio del 1762. La pièce, scritta alla vigilia della partenza di Goldoni per Parigi, fu in certo qual modo, assieme a La Scozzese e Una delle Ultime sere di Carnevale, l’addio al pubblico veneziano. Appartiene al periodo della “Riforma”, in cui Goldoni si era prefisso l’abbandono della commedia dell’arte, la conquista di un “dire” semplice, naturale, non prezioso, un rifiuto per il tema eroico e le grandi passioni, massimo interesse all’analisi del cuore umano e la sostituzione dei tipi fissi, astratti, in voga fino a quel momento, con quelli umani, più naturali. Il commediografo trasse lo spunto ancora una volta dalla realtà: l’autore confessa anzi che fu scritta con il segreto proposito di vendicare una “bellissima ed amabile” sposina, afflitta da un suocero aspro, fastidioso e incomodo, un Tòdero brontolon insomma, per non parlare del marito privo di dignità e di carattere. Rivelata così l’occasione e l’intenzione della commedia, è lo scrittore stesso che passa a raccontarne la trama, nei suoi bellissimi Mèmoires (II, cap. XLIII). Il personaggio sul quale Goldoni ha operato, incentrando il lavoro teatrale, è un carattere poliedrico, che riassume i vizi dell’egoismo, avarizia e sete di guadagno, e non soltanto la scontrosa e burbera durezza umana. Un “tipo” odioso quindi, che una parte della critica ha interpretato come un monito del commediografo, verso una parte della società mercantile veneziana svilita dalla smania di accumulare denaro. Tòdero si definisce fin da subito come “il padrone” avvezzo a comandare allo stesso modo sottoposti e famigliari. Deve fare i conti però con l’astuta Marcolina, carattere fiero che non sopporta la taccagneria del suocero, desiderosa di maggiore autonomia e indipendenza. Aspirazioni che trasmette anche alla figlia, alle prese con un matrimonio sgradito a Tòdero, incapace di concepire che ci si possa sposare per amore. Il profitto, ecco quello che conta! La soluzione finale però, non scontenterà il duro “capofamiglia”; pur non riuscendo a imporre alla nipote le nozze da lui programmate, si consola con il fatto di non doverle procurare la “dote”, giacché Meneghetto, il giovane promesso, accetta di ereditare il capitale dopo la morte di Sior Tòdero. La vicenda si svolge in un interno famigliare alquanto intricato, in cui i rapporti interpersonali sono piuttosto tesi, impregnati di un umore negativo che rende insopportabile e sgradevole l’atmosfera casalinga. Goldoni, da scrittore agguerrito, sa come addolcire il testo, e sparge in sottofondo una nota d’umorismo, ammiccante nell’intreccio sapiente. Sior Tòdero Brontolon è uno dei personaggi più autentici della galleria goldoniana, caratterizzato da forte carica vitale, manifestata sia nella proverbiale rusticità, ma cui va riconosciuto il sincero attaccamento alla famiglia, di cui si considera responsabile. La commedia piacque tanto che rimase in cartellone sino alla fine della stagione autunnale del 1762. E piace ancor oggi, per le situazioni divertenti e per l’arguzia di cui sono impregnati i dialoghi; arguzia che è accentuata dalla vivacità e dal calore della “ciacola” veneziana. Cavallo di battaglia dei grandi capocomici veneziani del passato, da Zago a Cesco Baseggio (di cui si ricorda ancora una memorabile interpretazione registrata per la televisione), il testo è ripreso ai nostri giorni da uno degli ultimi grandi attori in circolazione sulle scene italiane, Franco Branciaroli, cui i panni di Tòdero sembrano adattarsi perfettamente. Questa nuovo allestimento che sta girando in tournèe, è una coproduzione del Teatro Stabile Friuli Venezia Giulia, Teatro de gli Incamminati, Centro Teatrale Bresciano, è andata in scena in anteprima nazionale, al Teatro Romano di Verona nel settembre dello scorso anno. Franco Branciaroli, diretto dal regista Paolo Valerio, ne disegna un vecchio inaridito, sospettoso e chiuso al mondo, perennemente bofonchiante. Debordane energia in quei toni bassi e profondi, e di sventagliata varietà di fraseggio. A tenergli energicamente testa, la spigliata Maria Grazia Plos nei panni di Marcolina ennesimo esempio di sagacia – mutuata dalla galleria delle intraprendenti e indomite donne goldoniane – capace alla bisogna di diventar fin una belva per ben collocar la sua “putta”. Di non men franca risolutezza ed energia, intinta in struggenti ricordi di passione amorosa, la Siora Fortunata dell’efficace Ester Galazzi. Anche il resto della compagnia (di rara omogeneità ormai), sa imprimere alla serata una palpabile quanto trascinante e partecipata vivacità. A iniziare dall’acquiescente, troppo, marito Pellegrin di Piergiorgio Fasolo, perfetto esempio d’insipienza. La figlia Zanetta di Roberta Colacino, inizialmente tremebonda, sa trovare accenti sinceri nel finale. Il suo innamorato Meneghetto, aulico e pieno di senso dell’onore di Emanuele Fortunati, è la palese rappresentazione di saggezza, ma sa essere elegantemente astuto nel toccare l’avaro là, dove è il suo debole. Desiderio di grande livello di artigianale comprimariato, quello di Riccardo Maranzana, capace di variati accenti melliflui e poi rancorosi, celati sotto il velo di un estremo interesse economico. Nicoletto di Andrea Germani, è il figlio svaporato e di scarso carattere. Drammaturgia di Piermario Vescovo, rigorosa rilettura operata con rispetto filologico per il testo goldoniano. La vitale e trascinante regia di Paolo Valerio sfrutta l’apporto in scena delle marionette de “i Piccoli di Podrecca” che nelle mani degli attori finiscono per essere marionette di se stessi. Agile e piacevole lo scenario fisso ideato da Marta Crisolini Malatesta, costumi pregnanti (e sontuosi per le figure “signorili”) di Stefano Nicolao, luci pertinenti di Gigi Saccomandi, musiche di Antonio Di Pofi. Accoglienza calorosa del pubblico nel piccolo gioiello del Teatro Sociale di Castiglione delle Stiviere.

gF. Previtali Rosti

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