Non solo tutù: finalmente una serata diversa al Teatro alla Scala, all’insegna della danza contemporanea, con tre diverse coreografie di altrettanti coreografi.
Apre la serata Solitude Sometimes del giovane Philippe Kratz, su musica di Thom Yorke e Radiohead. Nato in Germania nel 1985, formatosi in Canada e poi a Berlino, inizia la sua carriere nel Ballett Dortmund prima di entrare a far parte della nostra eccellenza nazionale, Aterballetto di Reggio Emilia, nel 2008, per cui crea diversi lavori. A Milano nel 2016 abbiamo visto L’Eco dell’Acqua ed #hybrid, nel 2017 Phoenix, tutti al Piccolo Teatro Strehler eseguiti da Aterballetto. Il lavoro qui presentato è quanto di più contemporaneo si possa immaginare: quattordici elementi fra danzatori e danzatrici vestiti tutti uguali da Francesco Casarotto in pantaloni e calzini, musica che più che musica è un collage di suoni astratti, proiezioni sul fondo. Il disegno coreografico è interessante ma non sicuramente il suo lavoro migliore: spesso ripetitivo e con momenti di stallo. A completare il tutto, molte parti soliste sono state assegnante a danzatori spiccatamente classici, che con questo stile fanno una fatica immensa, e si vede. Ad ognuno il suo: se si è cigni dentro, è difficile rendere bene sul contemporaneo. Con la quantità di danzatori di diversa formazione che la compagnia scaligera vanta, a volte è difficile capire le scelte dei ruoli, come se si fosse obbligati a far danzare per forza alcuni, anche se proprio non è il loro. Uno fra i pochi degno di nota è Navrin Turnbull, uno dei solisti in organico, che è davvero pazzesco: con l’aspetto fisico del Principe Azzurro delle fiabe, biondo con gli occhi chiari, è nato per questo stile, perfetto, bellissimo e magnetico.
Angelin Preljočaj, danzarore e coreografo francese di origine albanese, classe 1957, fonda nel 1996 la sua compagnia, il Ballet Preljočaj appunto, Centre Chorégraphique National de la Région Provence-Alpes-Côte d’Azur, du Département des Bouches du-Rhône, de la Communauté du Pays d’Aix, de la cité du Aix-en-Provence. Annonciation è proprio uno dei suoi cult, su musica di Stéphane Roy e Antonio Vivaldi: creazione del 1995 ispirata ad uno dei temi più ricorrenti dell’iconografia cristiana, quello dell’Annunciazione, è un capolavoro fatto a passo a due per due danzatrici. La scena si apre con Maria, seduta su una panca ed illuminata da un fascio di luce, che vede stupefatta entrare l’Angelo Gabriele, interpretato sempre da una ragazza, il che lo rende molto particolare. Con i costumi molto minimal di Nathalie Sanson, come si usa nella danza contemporanea, le due interpreti portano in scena il momento della rivelazione dell’Angelo che sconvolge Maria: Agnese Di Clemente è una Maria dolcissima, buona sia la tecnica che l’interpretazione, mentre abbastanza insignificante l’Angelo di Caterina Bianchi, ma il pezzo è talmente bello, ben fatto e profondo che tutto il resto è silenzio.
La conclusione è una prima assoluta, una creazione per il Teatro alla Scala: una nuova versione di Carmen, coreografia di Patrick De Bana su musiche alternate di Bizet e di autori flamenchi. Dopo quella di Roland Petit, inarrivabile, questa è una visione mista, più breve e soprattutto infinitamente ripetitiva di quattro passi. E’ una caratteristica di questo coreografo: pochi passi ma ripetuti all’infinito. Il che non è il massimo, soprattutto rende poco interessante il lavoro. Nicoletta Manni nel ruolo di Carmen è interessante, Roberto Bolle non è a suo agio nei panni di Don José, passionale e tormentato: nonostante questo, non sbaglia un passo come suo solito. Maria Celeste Losa è una Micaela convincente, così come il torero di Marco Agostino. La cosa più bella, i meravigliosi costumi di Stephanie Bauerle che ci portano proprio nella Spagna dell’epoca. I coreutici scaligeri ne escono abbastanza bene in questo caso perché molti degli elementi in scena sono fra quelli abituati alla danza contemporanea, ma le note stonate ci sono anche qui, e anche qui su parti soliste. Réddite quae sunt Caésaris Caésari, ed a chi sa fare contemporaneo il contemporaneo.
Chiara Pedretti

