Siegfried, l’eroe puro

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I direttori Simone Young, per le prime tre recite, e Alexander Soddy, nelle ultime due, unitamente al regista David McVicar proseguono il lavoro che li ha già visti accoppiati nelle prime due “giornate” (anche se per la precisione bisognerebbe parlare di “prologo” e “prima giornata”) de L’anello del Nibelungo, nella nuova produzione del Teatro alla Scala. La Tetralogia wagneriana è giunta ora a Siegfried, e si concluderà con La caduta degli dei nel febbraio prossimo. Impresa ardua rappresentare le quattro giornate in giorni ravvicinati nella stessa stagione, ma si assisterà al Ring completo l’anno prossimo, in occasione del 150° anniversario della prima esecuzione completa a Bayreuth avvenuta nel 1876, nonché del centenario alla Scala del Ciclo wagneriano. Grande l’interesse degli appassionati, a giudicare dal sold out degli abbonamenti messi in vendita. Da notare che sarebbe la seconda volta nella storia del Teatro milanese che la Tetralogia riesca essere rappresentata integralmente, in lingua originale, nella concezione dello stesso regista. Con Siegfried finisce il tempo degli Dei e inizia l’epoca degli Eroi…L’Anello del Nibelungo di Richard Wagner è un’epopea musicale che non ha paragoni nel campo musicale per grandezza di concezione e vastità di respiro, occupando la mente del compositore per più di ventisei anni.  Il risultato, grandioso, non poteva più essere paragonato a quello che comunemente si chiama “opera” perché è diventato “dramma in musica”. Per Wagner dramma e musica sono concepiti insieme, la natura delle melodie, le armonie, ogni giro di modulazione, l’orchestrazione stessa scaturisce dai personaggi e dall’azione del dramma. La musica wagneriana acquista espressività attraverso l’uso dei “leitmotiv” ossia temi conduttori e dominanti, temi che sono innumerevoli nel “Ring”.  Un ascolto ripetuto e una presa di familiarità fanno scoprire a ogni nuovo ascolto dettagli scivolati via in precedenza che sorprendono l’ascoltatore per la forza drammatica. Siegfried era impersonato da Klaus Florian Vogt, timbro chiaro e liricheggiante, cui va riconosciuta una solida tenuta per tutta la durata dell’opera. Il protagonista, non potendo contare su caratteristiche di squillo e potenza vocali necessarie per un heldentenor o “tenore eroico, punta saggiamente su un Siegfried giovanile e dinamico, che ammanta Notung! Notung! Neidliches Schwert! di una patina struggente e malinconica più che d’infiammata spavalderia eroica. Poetico nel raccontare della natura, il suo fraseggio si fa quasi estatico nel rimembrare la sconosciuta figura della madre. Nell’acceso finale mostra caratteristiche ispirate che hanno esaltato la passione amorosa. Scattante in scena, sa essere irruente e intrepido. La figura chiave di Mime aveva il timbro insinuante e mellifluo di Wolfgang  Ablinger-Sperrhacke, voce non spiccatamente sonora ma impiegata con sagacia a esaltare il lato ironico e ambiguo del nano. Interprete di saporosa recitazione, se segue fino in fondo le indicazioni registiche, riesce a non scadere in una macchietta risibile. Der Wanderer/Wotan era il sempre convincente Michael Volle, capace di fraseggio analitico e introspettivo nella descrizione dell’angosciato affanno della sorte prevista per gli dei. Brünnhilde vestiva il timbro di Camilla Nylund, appassionata interprete e convincete attrice nella solidità vocale, purtroppo sempre più caratterizzata da ondeggiamenti e forzature negli estremi acuti. Ólafur Sigurdarson prestava ad Alberich voce potente, di ruvidezza consona alla caratterizzazione dell’altra anima nefasta del dramma. Ain Anger era un drago Fafner di voce non sempre impressionante, che si fa più pregnante all’apparire in scena quale umano. Evocativo timbro di Christa Mayer quale Erda, non più che corretto Waldvogel, dallo scarso fascino e brillio di voce, di Francesca Aspromonte. Sempre ispirata la direzione di Simone Young che dirige con autorevolezza narrativa i due primi atti, per dispiegarsi in tutta la sua potenza nel terzo, in un lavoro d’ispirato scavo che lo rende esaltante, in una tensione al calor bianco. Un’orchestra partecipe si presta al dettato duttile e variegato della direttrice che si fa veemente in più momenti, non dimenticando un’abile concertazione dei cantanti. Come nei due precedenti spettacoli wagneriani allestiti sul palcoscenico del Piermarini, il regista e scenografo David McVicar (coadiuvato da Hannah Postlethwaite per le scene) prosegue nella linea impressa all’iniziale Oro del Reno e proseguita con La Valchiria, di scene e luci, che non impone una visione unica, ma lascia allo spettatore il compito di trovare la lettura più consona e immaginativa. Cantanti immersi in un’atmosfera di fiaba surreale, in un mix di naturalismo e presenze simboliche, con una messinscena che impiega più discipline per farne un’opera totale, con proiezioni video, anche se la commistione di generi, iperfantastichera e mostri, e proiezioni, non genera un complesso sempre omogeneo. Luci David Finn, video e proiezioni Katy Tucker e coreografia di Gareth Mole. A tratti risibile il primo atto, con l’esagerata spinta sul pedale del comico, che fa di Mime un’ambigua maitresse che si alterna in massaia e fabbro, in una caverna dotata di ogni tipo di paraphernalia, l’ipertrofia di mantici, attrezzi a fondere di spada e forno scalda brodini. Si prosegue con la riproposta di mostri e mostriciattoli. Da segnalare, tra i più riusciti momenti, la scena della foresta del secondo atto, esaltata da giochi di luce sulle gigantesche sculture umano-arboree e la fascinosa evocazione di Erda. Poco romantico, come già in Die Walkure la mano-talamo del finale. Fascinosi ed evocativi i costumi di Emma Kingsbury per le donne, originale quello di Alberich ma anonimo quello del protagonista maschile; un intero guardaroba schierato a vestire Mime. Scroscianti applausi per tutti, con ovazioni per Florian Vogt, Wolfgang  Ablinger-Sperrhacke e Simone Young.

Al Teatro alla Scala.

gF.Previtali Rosti

Credit Brescia/Amisano – Teatro alla Scala

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