Umbria Jazz Festival, Perugia. Mercoledì 16 luglio 2025
Quasi coetanei, entrambi italoamericani, cresciuti nel mito di un altro grande virtuoso italoamericano della chitarra elettrica, Frank Zappa (col quale Vai ha anche suonato). Aggiungiamo il fatto che, per un breve periodo, all’inizio del loro percorso artistico, sono stati anche maestro (Joe) e allievo (Steve): davvero molte le cose in comune tra Joe Satriani e Steve Vai, cose che aiutano a capire il perché di un’amicizia solida e duratura, fondata su rispetto e stima reciproci. Il tour “Surfing with the Hydra” della neonata SatchVai Band, non è altro che l’ennesima avventura live condivisa dai due, una storia iniziata nella seconda metà degli anni Novanta con il progetto “G3” e proseguita fino ad oggi con rinnovata passione ed entusiasmo, elementi più che tangibili nella pirotecnica serata perugina, che ha visto l’irruzione di un’autentica onda d’urto rock a “Umbria Jazz”.
Un concerto – durato quasi due ore – di maestria tecnica e intensità emotiva superlative, con i due grandi artisti impegnati a deliziare il pubblico con il meglio del loro repertorio, a volte insieme e a volte separati, supportati da una band in stato di grazia (Marco Mendoza al basso, Pete Thorn alla terza chitarra e Kenny Aronoff alla batteria). Sia Satriani che Vai sono da sempre capaci di esplorare l’universo rock in tutte le sue sfaccettature, alternando asprezze hard e ballads struggenti. Ne è stato esempio da manuale, per quanto riguarda Joe, la doppietta “assassina” formata da una Flying in a Blue Dream (forse il pezzo più bello di tutto il repertorio) di purezza cristallina, seguita dall’energica Surfing with the Alien. E che dire di Steve Vai? Quando entra in modalità “settima canzone” – nei suoi dischi la settima canzone in scaletta è sempre il brano più melodico, mistico, introspettivo dell’album -, con perle del calibro di For the Love of God e Tender Surrender non ce n’è più per nessuno, e si fa quasi fatica ad associare questo suo romanticismo a pezzi come Teeth of the Hydra, suonata con la fantascientifica chitarra Ibanez Hydra a tre manici, presentata quasi come in un numero di magia. Esaltanti anche le esecuzioni della torrida Satch Boogie e della delicata Always with You, Always with Me (suonata in duetto), entrambe incise da Joe nel celebrato album Surfing with the Alien (1987), dal quale ha recuperato anche Ice 9. Dal canto suo, Steve ha risposto con perle del calibro di Zeus in Chains e Little Pretty. Notevole anche la recente The Sea of Emotion, Pt. 1, scritta da entrambi. In apertura e in chiusura i due soli brani cantati in scaletta, I Wanna Play My Guitar e l’immortale inno degli Steppenwolf Born to Be Wild (il “bis”), affidati entrambi alla voce del carismatico bassista Mendoza.
Che altro aggiungere? E’ stato davvero un piacere vedere suonare fianco a fianco, in totale intesa e armonia, due monumenti del rock come Joe e Steve. Nessuna mania di protagonismo, nessun desiderio di rubare la scena all’altro, ma solo la voglia di divertirsi suonando insieme. Ottima anche la resa acustica del concerto, cosa che purtroppo non si è verificata nell’esibizione precedente, quella di un altro grande chitarrista – appartenente però al mondo del jazz –, Lee Ritenour. Nonostante i problemi tecnici, la sua fusion morbida e carezzevole, contaminata dalle sonorità dell’amato Brasile (celebrato con una cover della celebre Cravo e Canela di Milton Nascimento), è riuscita a cullare le orecchie del pubblico: quando c’è, la classe sa emergere anche tra le difficoltà. E quella di Ritenour, forte di una carriera cinquantennale, è indiscutibile.
Francesco Vignaroli

