Omaggio a Rkomi – il ritmo delle cose

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Oggi desidero rendere omaggio a un giovane artista che, a mio avviso, si è distinto nel panorama musicale italiano per la sua sensibilità, profondità e coraggio espressivo: Rkomi, nome d’arte di Mirko Manuele Martorana, nato a Milano nel 1994. Le sue canzoni sono, per me, vere e proprie opere d’arte: intrecciano maturità e spontaneità, riflessione e sentimento, con tocchi poetici e sguardi filosofici sulla realtà contemporanea.  È un pensiero che ho maturato nel tempo, ascolto dopo ascolto, ma che ha trovato conferma definitiva con il suo ritorno al Festival di Sanremo nel 2025, con il brano Il ritmo delle cose. Già noto al grande pubblico grazie a Insuperabile (Sanremo 2022), con Il ritmo delle cose Rkomi firma una delle pagine più intense e significative della sua carriera. Infatti, dietro l’apparenza di una canzone rap si cela una riflessione esistenziale profonda e lucida, capace di raccontare con onestà il disagio emotivo del nostro tempo. In questo contesto, la musica non si limita a comunicare: diventa uno strumento per interrogarsi, esplorare dubbi e andare alla scoperta del proprio mondo interiore. Il testo si sviluppa come un mosaico di immagini evocative, pensieri frammentati e domande aperte, che invitano l’ascoltatore a una riflessione autentica e personale. Il ritmo delle cose è, in definitiva, un piccolo manifesto della nostra epoca: un invito implicito a ritrovare un tempo più umano, un’emozione non filtrata, un amore che sappia durare. In un mondo che corre, dimentica e consuma, questa canzone ha il coraggio di fermarsi, di guardare dentro e di dire: “Lo so, anche tu ti senti così”. Ascoltare questo pezzo è come fermarsi un attimo in mezzo al caos del mondo, che più che a questo appartiene a noi stessi per riconoscere quel senso di confusione e stanchezza che tutti, in qualche modo, conosciamo. Parliamo di una canzone che al Festival di Saremo, a mio parere, avrebbe meritato molto di più. Ma senza voler fare polemiche — anche perché il livello generale era altissimo — preferisco dire una cosa: il vero Festival inizia dopo. Quando i riflettori si spengono, e le canzoni iniziano davvero a fiorire nella mente e nel cuore della gente. E Il ritmo delle cose, per me, è già tra le più vive. Tra quelle che restano.

Il ritmo delle cose non è solo una canzone, ma una riflessione esistenziale profonda, dove la musica diventa mezzo per esplorare il caos interiore e sociale che ci abita. Fin dalle prime battute, si avverte un senso di vuoto e disincanto: “Pornografia ma senza sesso / Effetto senza droga” restituisce l’immagine di un mondo saturo di stimoli ma privo di sostanza, che seduce senza appagare. Il verso “Dov’è il tuo Dio?” risuona come il segno di una fede smarrita, o di un bisogno di senso rimasto inascoltato. Il cuore del brano è il ritmo: non quello musicale, ma quello convulso della vita moderna, che ci trascina senza concederci pause. È il tempo che consuma tutto — relazioni, emozioni, noi stessi — con la stessa logica con cui ci stanchiamo anche delle cose belle. In questo contesto, Rkomi racconta un amore logorato dalla ripetizione e dall’abitudine: “Ti stancherai come fai coi vestiti / Mi romperai come i tuoi giochi preferiti”. Un’immagine potente che parla dell’usura emotiva, di quei legami che, pur essendo stati significativi, finiscono per svuotarsi lentamente, senza clamore. C’è in queste parole una triste dolcezza, perché tutti conosciamo quella fatica silenziosa: amare qualcuno, ma sentire che quel legame sta perdendo forza. In questa stanchezza si cela un dolore profondo, un senso di vuoto in un mondo dove costruire costa più che distruggere. “Quante cose distruggiamo costruendo…” canta Rkomi, sottolineando il paradosso del nostro tempo: fare e disfare senza sosta, fino allo sfinimento.

Nel brano emerge anche un senso di isolamento, di ricerca frustrata di luce e senso: “Qui dov’è si perde l’alba, va via dalla via”. Non è solo l’alba esterna, ma quella interna, quella forza che un tempo ci guidava e che ora sembra soffocata dal caos, “che non sciopera mai”. Questo caos non è disordine casuale, ma una struttura invisibile, fatta di ruoli, abitudini e automatismi, che ci imprigiona. Rkomi canta: “Non mi è più chiaro se sia musica o burocrazia / questo caos che forma… il ritmo delle cose.” Come se il battito stesso della vita fosse diventato un insieme confuso di suoni artificiali, parole svuotate e ritmi imposti. Ed è qui che emerge uno dei simboli più forti della canzone: quella “cosa in gola”. È il nodo che ci blocca, la difficoltà di dire ciò che proviamo davvero. È il peso del non detto, la paura di mostrarsi vulnerabili in un mondo che corre troppo. È la fatica di trovare uno spazio per la sincerità, la tensione tra il desiderio di verità e la pressione costante dell’apparenza. Rkomi canta di un’epoca in cui tutto viene filtrato, consumato e dimenticato in fretta — anche le emozioni. Ma in questo smarrimento si nasconde anche un invito a non arrendersi. In un mondo che sembra anestetizzato, resta la possibilità di ritrovare un ritmo autentico, fatto di emozioni vere, relazioni sincere, amore con sentimento. In questo senso, Il ritmo delle cose è un invito a fermarsi, ascoltare e riscoprire la capacità di sentire davvero, dentro e fuori di noi. Riconoscere il vuoto, guardarlo negli occhi, è il primo passo per riempirlo di nuovo senso. Questa idea viene rafforzata da una delle metafore più potenti del brano, ispirata al test di Rorschach: “Se in quelle macchie di Rorschach / ci vedi cose, le più crudeli… buttati nel mondo, siamo alla prova.” Il test, ideato dallo psichiatra Hermann Rorschach, si basa su macchie ambigue che ciascuno interpreta secondo il proprio vissuto. Rkomi usa questa immagine per dire che il mondo che percepiamo riflette ciò che portiamo dentro: le nostre paure, le nostre ferite e speranze si proiettano sulla realtà. Quella “cosa in gola” e quel “ritmo” di cui parla non sono altro che il disagio profondo che altera la nostra percezione del tempo, dei legami, di noi stessi.“Questo casino mi somiglia”, ammette Rkomi. E in questa frase c’è un riconoscimento onesto, quasi liberatorio. Perché solo riconoscendo il caos dentro di noi possiamo iniziare a trasformarlo. In fondo, è forse proprio nei momenti in cui ci sentiamo più vuoti che si apre uno spiraglio: uno spazio per ricostruire, per ritrovare un significato. Il ritmo delle cose è molto più di una canzone triste. È una canzone vera. Una poesia urbana che racconta con autenticità la fragilità del vivere, le cadute silenziose e la bellezza nascosta dietro il rumore. Rkomi riesce a trasformare la confusione in arte, il dubbio in parola, la fatica in consapevolezza. E in quel riconoscersi — anche nel dolore — c’è già un gesto di cura. Che possa continuare a farlo. Per lui, per noi. Per il ritmo delle cose.

In definitiva, Il ritmo delle cose va ben oltre la musica: è un frammento di filosofia urbana, un esercizio di introspezione poetica che mette in relazione il singolo con il tempo che vive, con la società che lo plasma e con le emozioni che lo attraversano. In questo brano vive un pensiero quasi esistenzialista: la realtà non è oggettiva, ma uno specchio del nostro mondo interiore — esattamente come nel test di Rorschach. Ed è proprio nell’intreccio tra arte e pensiero che si rivela tutta la forza di questa canzone. Ammiro profondamente Rkomi per la sua capacità di raccontare senza filtri ciò che spesso non abbiamo il coraggio di dire nemmeno a noi stessi. È un artista autentico, capace di dare voce alla complessità del presente trasformandola in parola viva, in suono, in verità. A lui — e a tutti coloro che hanno contribuito a realizzare questo brano così profondo e significativo — va il mio sincero ringraziamento. Spero che questa mia lettura, inevitabilmente personale, possa essere apprezzata e magari offrire a qualcuno uno spunto per riascoltare il brano con occhi (e orecchie) nuovi. Perché, in fondo, come ci ricorda Rkomi, ogni caos ha un ritmo. Basta solo imparare ad ascoltarlo.

Giuseppe Sanfilippo

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