Zelmira torna a splendere al ROF

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Appuntamento irrinunciabile per tutti i rossiniani sparsi nel mondo e per i semplici appassionati d’opera, il Rossini Opera Festival è giunto alla 46° edizione proponendo come titolo inaugurale Zelmira, dopo la lontana edizione del 2009. Zelmira è l’ultima della magnifica serie di nove opere che Rossini scrisse per Napoli dal 1815 al 1822. Con l’eccezione di Otello (Teatro del Fondo), tutte le altre ebbero la loro prima rappresentazione al Teatro di San Carlo, la più importante delle sale teatrali napoletane. Le cosiddette opere “napoletane” furono scritte per Isabella Colbran – nel 1822 diverrà moglie di Rossini – che molto concorse nella scelta dei libretti, nei quali il ruolo principale di soprano è drammaticamente e musicalmente scritto per adattarsi alle caratteristiche del celebre soprano spagnolo. Zelmira, come detto, è ultimo lavoro scritto per Napoli e fu composto anche in vista della tournèe a Vienna della compagnia di canto dell’impresario Barbaja; lo stesso compositore sceglierà questo titolo operistico per le stagioni che aveva programmato a Londra e Parigi, dimostrazione di validità e fiducia. Zelmira ebbe una rappresentazione scenica a Napoli nel 1965, ma con una partitura tagliata e rimaneggiata per l’inadeguatezza musicologica dei tempi e mancanza di cantanti capaci di rendere esattamente lo stile serio rossiniano. Ci fu un’esecuzione in forma di concerto a Venezia nel 1988, insufficiente ancora a rendere lo stile teatrale del pesarese e infine la serie di rappresentazioni all’Opera di Roma del 1989, direttore artistico l’indimenticato Bruno Cagli, interprete del ruolo protagonistico Cecilia Gasdia. Il dramma rossiniano, nel 1822, fu ben accolto dalla critica e dal pubblico, anche se il successo non fu entusiasmante: al pubblico del tempo, come tutte le ultime opere serie rossiniane, troppo oscura e studiata, insomma troppo “tedesca” nello stile. Il libretto di Andrea Leone Tottola si apparenta molto alla Zelmire di Dormont de Belloy, un cui i personaggi sono degli archetipi più che persone vere e proprie, realmente delineate, anche se il librettista serve Rossini di pregevoli spunti drammatici accanto a oasi liriche che il pesarese rivestì di una musica d’indubbia bellezza. Al ROF 2025 torna per la terza edizione consecutiva quale interprete principale Anastasia Bartoli, dopo le folgoranti prove in Edoardo e Cristina ed Ermione dello scorso anno, per interpretare l’eroina rossiniana. Sembra, quello di quest’anno, un passaggio di testimone del ruolo, da madre a figlia, da Cecilia Gasdia e Anastasia Bartoli. Possente voce cui niente spaventa, ben proiettata e capace di espandersi in pienezza di suono in ogni posizione, anche cantandoci di spalle, piega agilmente uno strumento dovizioso alle finezze del canto rossiniano. Rapinosa nella velocità di vocalizzazione, a piena voce, cui impreziosisce, dissemina di smorzandi e finezze di filati e lunghezza di fiati su un legato impeccabile. Gli acuti sono facili e timbrati, emessi a piena voce ma senza spingere, in felice alternanza a quelli sfumati. Nel duetto con Ilo, A che quei tronchi accenti risponde turbata ma pur passionale (Più che ti amai ti adoro…) e nella chiusa Che mai pensar che dir sfoggia grande pathos mentre il tenore risolve in coloratura. Altro tributo trionfale del pubblico. Struggente d’accenti in Perché mi guardi e piangi, in patetismo tutto suscitato nel canto cui fa eco Emma di Viotti, intrecciando il duetto E chi pietà non sente. Momento di sospensione, incanto puro. Travolgente nel finale Riedi al soglio: irata stella che sembra divertirsi a giocare con la voce e sagace padronanza delle colorature della cabaletta, gustosamente variata alla ripresa. Enea Scala Antenore con avvolgente fasciante timbro attacca Odo le tue querele con voce squillante di tenore contraltino e acuti timbrati sfociando febbrilmente nella cabaletta Sorte secondami elettrizzante nell’andamento conduzione slancio e febbrilità, variando con leggerezza la ripresa, accolta da un’esplosione di applausi. Il personaggio suo si fa sempre più esagitato in Mentre qual fiera ingorda e tocca l’apice in Ah! dopo tenti palpiti scendendo con sicurezza all’inusuale (per la tessitura del personaggio) registro basso. Lawrence Brownlee Ilo paracadutato in scena con zaino, divisa militare e casco alla mano che mai mollerà, offre Terra amica con struggente partecipazione di timbro vibrante e acuti frementi, in espressività e morbidezza. Sciolto nelle agilità ben marcate, sfuma piacevolmente in acuto. La cabaletta Cara! deh attendimi! di gran sicurezza e tenuta e proprietà di variazioni nella ripresa è salutata da una vera ovazione. Nel II notevole In estasi di gioia, partecipatamente vissuta da tutto il corpo, scosso e agitato nell’emissione delle note. Marko Mimica Polidoro di profonda voce di basso, estesa e larga, in profluvio di suono. Esibisce Ah! Già trascorse il dì in dolcezza di accompagnamento, mentre qualche spigolosità nelle agilità nel duetto Soave conforto e negli acuti, a fronte della fluida scioltezza del soprano. A Di tante pene e tante, risposta all’incipit del duetto con Ilo, ma anche in Tu accresci il mio coraggio sarebbe giovata una maggior rifinitura della coloratura. Marina Viotti Emma di bel timbro pastoso di colorito ambrato, profonda nel registro grave anche se con punte di poitrinè. Ben rispondendo alla gioia di Zelmira e Polidoro s’inserisce nel terzetto Oh! grato momento con sbalzo. Spicca nell’aria d’ingresso del II atto, Ciel pietoso, ciel clemente in pulita linea di canto, espressiva e partecipe, sicura nella successiva cabaletta Ah se è ver. Leucippo dal fisico scultoreo di Gianluca Margheri che il regista usa come elemento di scena, su cui addirittura “scrivere”. Voce sonante, che non sembra risaltare in quest’ambiente, di buon registro inferiore ma in alto vagamente opaca. Si stimbra per eccesso di sdegno nel momento in cui è accusato di voler uccidere Ilo. Paolo Nevi Eacide di spiccata sonorità di timbro, appare quale “angelica” apparizione fra il pubblico. Completava il cast Shi Zong Gran Sacerdote. Fascinoso ingresso del direttore a luci spente, luci che si spengono su quell’impianto fisso a specchiato pavimento a rivelare la direzione fiammeggiante e pregnante di Giacomo Sagripanti con l’Introduzione, dal tono cupo e drammatico, a permeare buona parte della sua concezione, di un cromatismo intenso, quasi spiritato nel rendere la tensione della partitura, scavata a mettere in risalto ogni possibile sfumatura. Il Maestro era alla guida dell’Orchestra del Teatro Comunale di Bologna, che tornava al ROF dopo esserne stata riferimento per un trentennio. Efficace il Coro del Teatro Ventidio Basso. Il regista Calixto Bieito, al suo esordio al ROF, sfruttando la nuova disposizione dello spazio teatrale opera un’azione scenica a 360 gradi sulla lunga pedana vitrea che contiene l’orchestra e si segnala per quattro “fosse” laterali a marcare momenti salienti della vicenda, impegnando i cantanti in agite controscene. Spettacolo tutto giocato sulla regia, sbalzato da pochi elementi scenici portati a vista in scena dal coro, spazio che si riempie di semicolonne e caschi di guerra, preceduti da un similparacadute che preannuncia Ilo, Antenore via più ridicolizzato come cattivo con bolle di sapone e Azor che, pur morto, è fisso in scena divenendo elemento della vicenda. Spettacolo di tensione, dai ripetuti simbolismi a volte lambiccati, finisce per spostare l’attenzione e il godimento dello spettatore dalla magia evocativa del belcanto e dalla drammaticità già suscitata della musica. Scene di Barbora Horáková, costumi di Ingo Krügler e luci di Michael Bauer. Trionfale il tributo finale per la compagnia di canto, delirante per Anastasia Bartoli ed Enea Scala, contrastata per Calixto Bieito e collaboratori. Auditorium Scavolini di Pesaro.

gF. Previtali Rosti

Crediti Amati Bacciardi

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