Un libro – edito da Le Case Books – ci riporta all’evento di esattamente sessanta anni fa: il tour nel nostro Paese dei quattro di Liverpool.
In questa torrida estate italiana che volge melanconicamente al termine, si è celebrata una ricorrenza importante, nel settore musicale: nel giugno del 1965, infatti, per la prima e ultima volta, arrivarono in Italia i Beatles. La band più importante della storia si esibì in tre città – Milano, Genova e Roma – tenendo in tutto otto concerti, prima di proseguire per un viaggio intorno al mondo che le cronache ci restituiscono trionfale.
A quei giorni è dedicato “Tutti per uno – I Beatles in Italia” del giornalista e scrittore Paolo Borgognone, giù autore di testi dedicati ai Beatles stessi, ma anche a Elvis Presley e Freddie Mercury, tra gli altri. Il piccolo ma interessante volume è un excursus tanto nella storia del gruppo – che a quel punto stava conoscendo un momento di straordinario riconoscimento in giro per il mondo – che in quella dell’Italia del tempo. Un Paese alle prese con le prime difficoltà post “miracolo economico” e che viveva una profonda tensione interna: da un lato gli afflati giovanili, la voglia di seguire e partecipare delle mode imperanti, anche in termini musicali. Dall’altro un establishment blindato su posizioni retrograde e animato da una profonda paura verso qualsiasi elemento che potesse disturbare lo “status quo”.
Si spiegano così i tanti articoli di giornale – ne vengono citati molti nel testo – che cercavano di sminuire, se non di cancellare del tutto, l’importanza epocale del tour dei “Fab Four” nel nostro Paese. Nascosti dietro sterili polemiche tricologiche o sventolando presunti “rischi” per la tenuta sociale della vita e della famiglia nazionali, si cercò di far passare quello dei Beatles come un fenomeno minore, una moda passeggera che si sarebbe esaurita entro poche settimane. Previsione clamorosamente smentita dalla storia ma che fu alla base del rifiuto della RAI di riprendere e trasmettere le immagini degli show. Spettacoli che, invece, risultarono molto graditi alle migliaia di ragazzi che riuscirono ad accaparrarsi un biglietto per gli eventi al velodromo Vigorelli di Milano, al Palasport di Genova e al Teatro Adriano di Roma. Si tratta di concerti ben diversi da quelli ai quali siamo abituati oggi, con una durata intorno alla mezz’ora, ma pieni di vitalità e di grande musica. Di tutto questo, però, si trova pochissima eco nelle pagine dei giornali di quei giorni, più impegnati a cercare modi e termini per ridurre l’evento a una carnevalata o poco più.
Una parte del volume, quella finale, è diversa dalle altre. E’ una testimonianza in prima persona di un giovanissimo fan che racconta, insieme ai suoi entusiasmi e alle paure che accompagnavano un fatto così importante, le sensazioni di chi al concerto c’era e ne ha tratto linfa vitale. Un capitolo che l’autore ha voluto dedicare al fratello, recentemente scomparso, che è il protagonista della “fiction”.
Intervista
D: Cosa ha rappresentato la presenza dei Beatles in Italia?
R: Una rivoluzione, per certi versi. L’opportunità anche per i ragazzi di questo Paese, di sentirsi parte viva di un fenomeno che stava cambiando il mondo e che solo una politica miope e di scarso valore poteva sperare di ignorare. Invece l’impatto ci fu e forte. Nei giorni e mesi successivi, aumentarono a dismisura le vendite di dischi e strumenti musicali e il panorama italiano si popolò di nuovi gruppi musicali. Una reazione prevedibile e interessante, che spiazzò però molti all’epoca.
D: Come vennero scelte le città per i concerti?
R: La scelta di suonare a Milano e Roma, quindi nelle due metropoli, si spiega da sola. Genova, invece, fu inserita per volontà della band in quanto porto di mare e per questo ritenuta simile alla natia Liverpool. Dovunque i Beatles incontrarono – come gli succedeva in ogni angolo del mondo – entusiasmo e passione.
D: Questi spettacoli, però, erano brevi…
R: In tutto il gruppo suonava undici o dodici canzoni, alcune neanche proprie, ma cover di altri artisti. Questo permetteva loro di esibirsi due volte lo stesso giorno – cosa che hanno fatto anche in Italia – dando la possibilità a più persone di ascoltarli. Dobbiamo considerare che all’epoca gli show non erano quel tripudio di colori e suoni a cui siamo abituati oggi. Gli impianti di luci non esistevano, quelli audio erano traballanti e spesso poco potenti. Insomma, la situazione era completamente differente. Ma le immagini che abbiamo, ci rimandano una reazione del pubblico che era quella che ci si aspetta. Entusiasta e rumorosa…
D: Esiste oggi un fenomeno paragonabile a quello dei Beatles?
R: Di imitatori ce ne sono stati tanti ma l’originale si distingue sempre. Ora la situazione è differente da ogni punto di vista. Le comunicazioni sono accelerate, video e canzoni ci seguono ovunque, ma anche i gusti e le aspettative da parte del pubblico non sono più le stesse. Per questo, oltre che perché i Beatles non erano “un” gruppo, ma “il” gruppo, non può esistere niente di simile nel 2025. Senza voler togliere nulla agli artisti contemporanei, ci mancherebbe…
D: Un’ultima domanda che è più cha altro una curiosità: ti sarebbe piaciuto esserci?
R: Certo che sì! Anche se chi andava a quei concerti non comprendeva appieno la grandiosità dell’evento, esserci significava poter poi testimoniare di momenti straordinari. Essendo un poco più giovane di quella generazione ho potuto, almeno, vedere live Sir Paul McCartney nel corso della sua successiva carriera solista. Anche In queste occasioni, l’impatto della musica immortale dei “Fab Four” è stato comunque fortissimo. Ci dà un’idea di cosa possa aver significato essere lì nel 1965…
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Ilaria Solazzo

