Festival del Cinema di Venezia: George Clooney ed Emma Stone dominano la seconda giornata

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VENEZIA, 28 agosto – Una star di Hollywood in crisi d’identità e una parabola pseudo-ecologica sulla manipolazione delle opinioni pubbliche hanno caratterizzato la seconda giornata del 92° Festival Internazionale del Cinema di Venezia, che ha visto protagonisti due nomi di punta del cinema mondiale: George Clooney ed Emma Stone.

Clooney in “Jay Kelly” di Noah Baumbach

L’americano Noah Baumbach presenta Jay Kelly, storia di una celebre star di Hollywood che, dopo 35 anni di carriera, si interroga sul senso della propria fama e sul vuoto esistenziale che l’accompagna. George Clooney, in uno dei ruoli più complessi e impegnativi della sua carriera, regala una performance destinata a conquistare premi importanti, a partire dalla Coppa Volpi, fino a candidarlo seriamente all’Oscar come miglior attore protagonista (dopo aver vinto quello da non protagonista per Syriana nel 2006 e come produttore per Argo nel 2012).

Il film segue il protagonista mentre, tra due produzioni fallimentari e un rapporto familiare compromesso dalle sue scelte di carriera, si ritrova con il solo agente come amico. Il vuoto interiore lo spinge a inseguire la figlia in un folle viaggio attraverso Francia e Italia. Baumbach, affiancato alla sceneggiatura da Emily Mortimer, costruisce un racconto classico sul prezzo del successo, arricchito da un cambio di scenari e mezzi di trasporto, ma che resta, nella sostanza, un omaggio “ad majorem gloriam” dell’amico Clooney.

Emma Stone e la satira distopica di Yorgos Lanthimos

A portare una ventata di cinema surreale è il greco Yorgos Lanthimos, che con Bugonia conferma il suo stile originale e spiazzante. Liberamente ispirato a un film sudcoreano del 2003, il regista e lo sceneggiatore Will Tracy trasformano la premessa in una commedia nera sul potere distorsivo dei media.

Due uomini, influenzati dalle fake news, rapiscono la CEO di una multinazionale farmaceutica (Emma Stone), accusata di aver causato la morte neurologica della madre di uno di loro. Convinti che sia un’aliena venuta per conquistare la Terra, la interrogano per estorcerle una confessione, in un crescendo di tensione in cui la donna, a tratti, finge di assecondare le loro convinzioni. Ne scaturisce un turbine di violenza e colpi di scena, fino a una rivelazione finale sorprendente.

László Nemes e il ritorno con “Orphan”

In concorso anche l’ungherese László Nemes, di ritorno a Venezia con Orphan. Ambientato nel 1957, un anno dopo la fallita rivolta contro l’URSS e dodici anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale, il film racconta di un bambino che, nato dopo la deportazione del padre ad Auschwitz, non lo ha mai conosciuto. Ogni giorno, in una sorta di rituale, comunica mentalmente con lui, alimentando un’illusione che diventa metafora di un’Ungheria orfana di figure guida, sostituite da regimi autoritari e leader fantoccio.

Nonostante l’accurata ricostruzione di una Budapest sospesa tra passato e presente, la pellicola insiste per oltre due ore su una metafora storica poco chiara, confermando Nemes come autore di un capolavoro irripetibile: Il figlio di Saul.

Antonio M. Castaldo 

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