VENEZIA, 1 SETTEMBRE – Due delle pulsioni più forti e radicate nell’immaginario collettivo americano – la violenza e la religione – hanno dominato la scena del sesto giorno dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, attraverso due film molto diversi ma accomunati dalla matrice statunitense e da personaggi realmente esistiti.
Il primo, “Il testamento di Ann Lee”, è diretto dalla regista norvegese Mona Fastvold, ormai stabilitasi a New York, mentre il secondo, “The Smashing Machine”, segna la prima regia solista di Benny Safdie, fino ad oggi sempre affiancato dal fratello Josh nella realizzazione di film cult come Uncut Gems.
Fastvold porta in scena la figura della mistica inglese Ann Lee, fondatrice della setta degli Shakers, così chiamati per le danze rituali e i tremori che accompagnavano le loro pratiche religiose. Emigrata negli Stati Uniti a fine Settecento, Lee predicava una religione austera e radicale, fondata sulla castità assoluta come unica via per la salvezza. Nonostante il successo iniziale – oltre quattromila adepti in 25 comunità rurali – il movimento è oggi quasi dimenticato.
Girato in Ungheria e interpretato da una Amanda Seyfried sorprendentemente intensa, il film si muove tra dramma storico, danza e misticismo, con una colonna sonora originale firmata da Daniel Blumberg. Tuttavia, nonostante l’ambizione tematica e il valore della riscoperta storica, l’opera non convince del tutto: la fotografia di William Rexer, sovraesposta e a tratti opprimente, e un ritmo lento e dilatato finiscono per appesantire la narrazione.
Più muscolare e viscerale, ma non per questo più riuscito, “The Smashing Machine” racconta la parabola di Mark Kerr, icona dimenticata delle arti marziali miste americane. Benny Safdie sceglie di concentrarsi sul lato umano e relazionale del lottatore, interpretato da un sorprendente Dwayne Johnson in una delle sue rare performance drammatiche, affiancato da Emily Blunt nel ruolo della compagna. Il film esplora le fragilità dell’atleta, in particolare la dipendenza da antidolorifici, ma fatica a trovare una risonanza universale, rimanendo confinato in un contesto sportivo di nicchia, poco familiare al pubblico europeo.
Entrambi i film, pur ricchi di spunti, non hanno lasciato il segno nella critica internazionale, ricevendo applausi cortesi ma senza entusiasmo.
La giornata è stata illuminata, invece, dalla consegna del Leone d’Oro alla carriera alla leggendaria Kim Novak, che compirà 92 anni il prossimo 13 febbraio. Il riconoscimento arriva insieme alla proiezione del documentario “Kim Novak’s Vertigo”, che ripercorre la sua carriera e il ritiro dalle scene per vivere in un ranch in Oregon, dedicandosi alla pittura. Il film celebra non solo il capolavoro di Hitchcock che la rese immortale, ma anche il suo universo artistico, sospeso tra sogno e surrealismo.
«Ricevere questo premio da un festival così prestigioso è un sogno che si avvera», ha dichiarato l’attrice visibilmente commossa. «Porterò nel cuore ogni momento vissuto qui a Venezia.»

