Alla Mostra del Cinema, presso i locali dell’Italian Pavilion, nella Sala Tropicana 2 dell’Hotel Excelsior, la potente testimonianza di Barbara Sirotti: “Non stavo per morire per mano di un nemico esterno, ma per mano dell’uomo con cui dividevo il letto”. Due cortometraggi per trasformare il dolore in arte e consapevolezza collettiva.
VENEZIA, 1 SETTEMBRE – In una delle conferenze più intense e partecipate dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il cinema ha smesso di raccontare storie immaginate per dare voce a una ferita autentica e ancora aperta. Protagonista dell’incontro è Barbara Sirotti, autrice e interprete di due cortometraggi che nascono da una drammatica esperienza personale: la violenza domestica subita per mano del proprio compagno.
«Non stavo per morire per mano di un nemico esterno», ha dichiarato Sirotti davanti a una sala gremita, «ma per mano dell’uomo di cui mi fidavo. Il mio compagno. Colui con cui dividevo il letto». Le sue parole sono taglienti, prive di attenuanti. Racconta di essere stata soffocata nel sonno, un gesto che definisce “l’atto più intimo di una coppia, più ancora dell’amore stesso”. Da quella lacerazione nasce il bisogno di raccontare, di trasformare il trauma in narrazione, di dare forma – e senso – all’orrore vissuto.
A moderare l’incontro è il giornalista Marco Bonardelli, affiancato dalla doppiatrice Benedetta Degli Innocenti e dallo psicologo e psicoterapeuta Tony Bellucci, esperto in dinamiche relazionali tossiche e autore di saggi sul tema. Al centro del dibattito i due cortometraggi Aria e Libera, scritti e interpretati da Sirotti, con la regia di Brace Beltempo.
I film, che raccontano la vicenda autobiografica dell’attrice riminese, rifiutano una narrazione lineare e si immergono in un’atmosfera sospesa, quasi distopica. La protagonista si muove all’interno di un loop temporale, un labirinto emotivo fatto di sogni, incubi, proiezioni, ricordi. Una dimensione che ricorda il tempo irreale vissuto durante il lockdown, in cui il confine tra realtà e percezione diventa labile. La violenza, in queste opere, non è solo fisica: è mentale, invisibile, continua.
Dopo la proiezione, il Dottor Bellucci apre il dibattito con una domanda centrale: “Come si fa a uscire da una relazione violenta? Come si riconosce un abusante, se lo si ama?” La risposta, spiega, è complessa, e parte da un dato scientifico: l’innamoramento è un’alterazione chimica che può compromettere la capacità di giudizio. Bellucci introduce il concetto di gaslighting, la manipolazione psicologica che porta la vittima a dubitare della propria realtà. «Siamo a Venezia», osserva, «e il gaslighting è come la nebbia della laguna: se non la riconosci, non la vedi».
Il cuore del problema, sottolinea il terapeuta, è la perversa alternanza tra affetto e svalutazione, che crea dipendenza emotiva e distrugge l’identità della vittima. «Il nemico non è fuori», afferma con forza. «È a tavola, è nel letto. È lì dove non dovrebbe essere».
Un altro passaggio fondamentale riguarda la durata delle emozioni: «Un’emozione, in sé, dura solo 90 secondi», spiega Bellucci. «Ma chi abusa crea ancore emotive che prolungano l’effetto, alimentando un ciclo che si auto-rinnova: basta un profumo, una parola, un gesto per far riaffiorare il legame tossico». Uscire da questa prigione non significa solo scappare fisicamente, ma rieducare il proprio sistema emotivo, imparare a riconoscere i meccanismi che ci fanno tornare indietro.
Il messaggio finale è un invito a un cambio di prospettiva culturale: smettere di colpevolizzare le vittime. Il vero lavoro, afferma Bellucci, non è solo proteggere chi subisce, ma educare la collettività a riconoscere l’abuso anche quando si maschera da amore.
La conferenza si chiude con un lungo applauso e con le parole di Sirotti, che riassumono tutto il percorso:
«Chi è vittima di violenza deve attraversare il deserto del dolore per guarire».
Una frase che resta nell’aria, come eco di una lotta che è ancora lontana dall’essere vinta.
Antonio M. Castaldo

