Premio Scenario: il teatro che sarà
BOLOGNA – Il teatro che verrà passa necessariamente dal Premio Scenario, da diverse edizioni di stanza a Bologna. I dodici giovani finalisti hanno presentato i loro venti minuti per entrare ufficialmente nel grande calderone del teatro che conta, a vederli operatori, direttori, giornalisti, critici, studiosi e studenti. I quattro vincitori, che si esibiranno nel prossimo gennaio a Roma con il loro lavoro, stavolta completato, sono stati Dad or Alive dei BumBumFritz il Premio Cipiciani per il dispositivo scenico, a L’isola dei Ciccioni felici di Andrea Mattei il Premio Periferie, a Infinita Bellezza dei Fondamenta Zero il Premio Scenario, e infine a Concerto per uno sconosciuto del Progetto Kungsleden il Premio Belledi per la sfida artistica.
Ci siamo stupiti, positivamente, nel non aver trovato, nella rossa Bologna, le bandiere sventolanti della Palestina. Non abbiamo trovato una nuova Emma Dante, non siamo stati folgorati dai nuovi Babilonia né siamo rimasti estatici di fronte ad un nuovo Davide Enia. Ma i tempi sono quello che sono e purtroppo molti ragazzi hanno la sindrome della rassegnazione, sia nei temi portati alla luce nelle loro digressioni, sia nelle modalità e nelle forme proposte. Nessuno ha bucato lo schermo, o la quarta parete, nessuno ci ha fatto esultare, sussultare sulla sedia o gridare al miracolo ma alcune cose buone ci sono comunque state, certo su filoni già ampiamente battuti e solcati ma è comunque un inizio. Si può dire però che, generalizzando, manca quel quid, quella fame di voler mordere e azzannare il mondo, quella voglia di emergere e farcela. Non deve essere semplice però avere dai venti ai trenta anni e i mass media e la società bombarda i ragazzi dicendo loro che tutto gli è dovuto, che avendo tutti i diritti (sulla carta) non devono lottare per ottenerli o ancor meglio per garantirseli o difenderli. Se hai tutto (se ti hanno fatto credere che puoi aver tutto, in teoria, per poi scontrarti con la dura realtà della pratica) è difficile avere quel mordente che servirebbe, quella cazzimma che pochi mostrano, quel fuoco negli occhi. Tutto è ammantato da un q.b. di timidezza e garbo, di gentilezza e anche le provocazioni sono subito detonate, disinnescate, autosabotate quasi scusandosi. Se non sei fuori dal coro se non rischi a quell’età quando lo farai? Ecco, in una parola, è mancata la sfrontatezza di chi non ha niente da perdere e tutto da guadagnare, è mancata una sana arroganza, una veemente presa di posizione, tutto, a parte alcuni casi, è apparso annacquato. Anche il “politico” ha sofferto di originalità e molto sembrava preso da tesi precostituite e ripassate di quarta mano da adulti. Un pensiero autonomo, un’idea nuova, personale, originale non l’abbiamo vista né individuata. Sono un po’ ripiegati su se stessi questi giovani, nella paura ma anche senza tanti orizzonti e obbiettivi da deflorare. Sarà il tempo, come sempre, a chiarirci le idee. Vogliamo dare un minimo quadro di ognuno di questi dodici estratti o incipit di lavoro che diventeranno il teatro che vedremo nel prossimo futuro. Quindi drizzate le antenne, segnatevi i nomi perché chissà con la maturazione e la consapevolezza, con la crescita personale e la formazione professionale, l’impianto non può far altro che migliorare. Questi sono pulcini che hanno appena lasciato il nido delle scuole, delle accademie e hanno tutto il diritto di provare a volare, certo i venti là fuori sono forti, i fondi sempre meno, la concorrenza esponenziale. Qualcuno ce la farà, i giovani servono agli ingranaggi del Sistema, molti altri saranno triturati rimanendo nel sottobosco, sempre più fitto e numeroso di insoddisfatti, di creativi ai quali mancheranno le opportunità. Ancora hanno tutta la vita davanti, per sbagliare, per decidere, per scrivere, per farsi conoscere e notare. Ecco le nostre annotazioni, i nostri appunti, le nostre osservazioni, le nostre critiche. Punto per punto, pezzo per pezzo.
Uno dei pochi pezzi per il quale venti minuti non sono bastati a capire l’andamento del plot è sicuramente Boys will be boys del gruppo milanese Il turno di notte che ha incuriosito sullo sviluppo della trama e dei personaggi che hanno con sé un velo di mistero. In scena una lei e un lui. Una storia però poteva essere ripulita da vari orpelli scenici, primi tra tutti i microfoni inizialmente verticali come pioppi in una faggeta poi spezzati a terra a costruire triangoli. Ci sono soprannomi di provincia e una storia di violenza di coppia che molto ricorda purtroppo la cronaca recente. Ognuno sta male ma nessuno tira fuori il proprio dolore tra vergogne e pudori, l’impotenza, il giudizio asfissiante degli altri. Se la storia fosse stata raccontata da un soggetto monologante forse avrebbe avuto più pathos, sarebbe stata più avvincente e convincente.
Debole, scenicamente e di scrittura, ci è apparso Mor – Storia per le mie madri della torinese Lucia Raffaella Mariani, una storia sospesa a ritroso nel tempo tra la Svezia e l’Italia. Nello stereotipo di Pippi Calzelunghe e delle sue trecce (ricalcato dall’autrice in scena a tessere il filo della trama nei suoi interstizi), in questa storia tutta al femminile dove gli uomini, come spesso accade, sono assenti quando non sono proprio deleteri, di violenze e punizioni tutto è risultato fumoso, sopra le righe, vagamente da teatro-ragazzi.
Tra quelli che ci sono piaciuti maggiormente spicca certamente Concerto per uno sconosciuto a cura del gruppo comasco Progetto Kungsleden capitanati da Pietro Cerchiello, uno che là sopra ci sa stare eccome. Una storia e un fare teatro antico, ovvero di parola. Vivaddio. Finalmente ancora resiste. E’ il racconto di un cammino, fuori e dentro di sé, di questo ragazzo nel nord della Svezia, in un mese 460 chilometri, tra scenari pazzeschi e freddo pungente. Ma è un viaggio per scoprirsi, per conoscersi anche attraverso i compagni casuali incontrati per la via che si affacciano grazie alle sue parole. “Fuori c’è il mondo che mi aspetta” si ripete come mantra. Fa il verso involontariamente, a Nicola Borghesi e i suoi Kepler quel mo(n)do di incedere narrativamente tra l’emozione, l’intimista, l’ironico e l’esistenziale. Ma il tutto ha una veste affascinante e ammaliante, delicata, accattivante, sentimentale, provinciale nella quale riconoscersi, suadente quel tanto che basta per lasciarsi trasportare da chi sa fare della parola un cargo per avvicinare i mari delle distanze.
Anche il successivo Processo all’esistenza di Emanuele D’Errico, che fa sentire tutto il clangore napoletano, ci è rimasto impresso per la forza comunicativa, in una sorta di rap duro e sociale dove l’imputato era anche il giudice e viceversa. Un po’ Rocco Hunt, un po’ Geolier e molto Anastasio, non a caso tutti campani. Rime taglienti e pungenti per un prodotto non innovativo ma che ha mostrato potenza di fuoco, desiderio di far uscire il proprio nome, barre come lame per tagliare l’anonimato.
Altra buona prova, con qualche riserva, è stata senz’altro L’Isola dei Ciccioni felici del bolognese Andrea Mattei che ha fatto della sua robustezza il focus e l’impianto della sua arringa, discussione e digressione. Tra l’arroganza e l’autoironia, mai commiserazione, con un piede dentro il teatro e uno fuori a guardarne le conseguenze, il protagonista diventa il personaggio O, tondo già nel nome e ci conduce dentro i meandri della consapevolezza, dell’accettazione, dell’affetto, la necessità d’amore e d’amare. Qual è il rapporto con il tuo corpo? è la domanda che scuote la platea. La frase da segnarsi, il padre gli dice: “Smetti di mangiare” lui risponde: “Io mangio sennò di che cosa parliamo?”, fino a togliersi gli abiti e rimanere in mutande esibendo il tabù. A terra rimane una forma antropomorfizzata composta da vestiti, ma lui non c’è più, si è volatilizzato. Tanto bisogno di applausi e di essere, finalmente, “visto”.
Altro incipit che ci ha fatto molto riflettere, stavolta sul tema del razzismo latente diffuso, è stato Infinita bellezza dei Fondamenta Zero di Milano. In scena due attori, un’attrice e un attore italiano di origine non caucasica: su questo dettaglio si basa e ruota tutto il plot attraverso il divertente dispositivo di un libretto, consegnato al pubblico, le cui pagine vengono girate tutti assieme svelandone il senso, i significati delle varie scene e predicendo quelle che verranno. Carini e affiatati da una bella amalgama e alchimia i due giocano, con leggerezza, sugli stereotipi, smitizzando i cliché e tutta quella pesantezza politica strumentalizzata che è cappa per il pensiero di ampio respiro.
Eccoci a Tartare Generation del collettivo imperfettostato di Milano che molto, almeno nella forma, devono ai Babilonia Teatri, a partire dalle tute in acrilico dai colori sparati. Anche qui disperazione, rassegnazione, nichilismo sparso sul sofà, disfattismo, tra canzoncine e filastrocche pop, vorrebbero fare una fotografia dei post adolescenti di oggi disillusi, impotenti davanti alle responsabilità, che rifuggono, senza quella dose necessaria di rabbia, di forza interiore per confrontarsi con il mondo là fuori, che non fa sconti. E allora, invece che ragionare sulla propria esistenza fallimentare si cercano pretesti più alti e massimi sistemi per darsi un tono, per avere una mission, che sia la guerra in Medioriente o la crisi climatiche, argomenti lontani ma utili per non pensare allo squallore, all’inconcludenza di certe esistenze. La scena iconica è quella in cui cantano “Tanti auguri a te” scartando fotografie come regali: foto di massacri, di Gaza, di Alan il bambino con la maglia rossa e il visino nella sabbia o l’incontro grottesco tra Trump e Zelensky al funerale del Papa. Alla fine però il sapore è di un qualcosa di già ampiamente registrato e discusso ed analizzato. Giovani, carini e disoccupati. E un po’ cinici, come ci piace pensarli questi giovani spalmati sul divano come burro di arachidi.
Ancora un buon esempio di teatro di narrazione classico senza tanti voli pindarici è Sulphur di La Gattuta/Rinaldi di Riccione che ripercorrono la storia familiare di Mario Rinaldi, nonno dell’autore, fotografo nella miniera di zolfo più grande d’Europa, in Romagna. Lui in tuta, da una parte le fotografie ad asciugare dopo la camera oscura, dietro le foto d’epoca e questo dialetto che dolce ti colpisce come un’onda calda. Ci sono spunti da Paolini come da Baliani (in questi giorni sempre presente in sala con acume e attenzione) e c’è una bella carica emotiva, senza lacrimevoli e svenevoli maniere, nel riportare alla luce questa piccola storia che entra nella storia più grande del loro paese come del Paese. Una storia che ci ha ricordato l’Ilva con il suo riscatto e con le sue morti. Venti minuti che hanno avuto la potenza di essere incuriosenti sulla loro crescita e conclusione.
Fare o non fare figli e collegare questa decisione alla crisi climatica è lo scheletro di Dad or Alive dei BumBumFritz di Padova che sul palco hanno snocciolato una serie di dati e sondaggi ma il teatro è un’altra cosa. Con una tuta bianca da laboratorio e coreografie e balletti hanno puntato più sulla forma che sulla sostanza, in un ragionamento molto forzato. Ci è sembrato di ascoltare gli Offlaga Disco Pax ma anche Colapesce e Dimartino con quella voglia di non sense ritmata sull’ecoansia, un’analisi che è rimasta in superficie schiacciata dai ritornelli e dai refrain mixati. L’eco del vuoto. Il testo che pare un pretesto per farci vedere le danze e le piroette che avrebbero dovuto scatenare la nostra ilarità.
Il limite di Lieve, indicibile di Guidotti/Mezzopalco/Longuemare di Bologna è stato un testo troppo letterario per essere detto e una formula che si dipanava attraverso il mondo inesistente di stazioni e treni immaginari. Sembra di stare al binario 9 e tre quarti a King’s Cross in Harry Potter, sembra di annusare le atmosfere che già Gli Omini descrissero nel loro Ci scusiamo per il disagio. Al testo ballerino e zoppicante pseudosarcastico fa da contraltare un’altalena dove la protagonista mostra le sue buone doti atletiche e le sue brave evoluzioni ma i due piani, attoriale e fisico, non vanno di pari passo. Però ha avuto una menzione.
Davvero non male Mio padre è Sylvester Stallone della Compagnia A.D.D.A. di Livorno dove Davide Niccolini porta in scena la vita avventurosa, tra strada e sport, del padre Riccardo olimpionico di lotta libera a Mosca ’80. In audio c’è la voce di Rocky perché potrebbe essere un film la nascita, la crescita, i successi fino all’incidente stradale che gli costa la carriera. E il figlio, grande phisique du role (potrebbe interpretare le fiction al posto di Raoul Bova), con quella che fu la maglia ufficiale del padre con la scritta Italia si muove tra ironia, commozione e fisicità mostrando doti in ogni ambito raccontando la durezza dei quartieri di Livorno, studiando il quaderno degli appunti degli allenamenti del genitore, fino a parlare con lui impersonificato da una sedia ribaltata a terra. C’è amore e voglia di riscatto nel parallelismo tra il padre caduto e il figlio che ha raggiunto il suo sogno insperato: fare l’attore.
Chiudiamo con Tartaruga degli Slap-Scratch da San Giovanni Lupatoto, raffinato, elegante e delicato quadro esistenzialista dove si muovono, fumosi e di sogno, un dj-rumorista-ambient, uno scrittore con la sua macchina da scrivere, e la sua ombra che spunta, cresce e sorge dai suoi appunti accartocciati dietro di lui. Una performance di teatro danza, alla Peeping Tom, un gioco muto che esplode per forma, rarefatta e seppiata, sia per il contenuto misterioso, magico, impercettibile d’incubo. L’ombra, una silhouette di danzatrice snodabile che si muove a stop motion, lo cinge, lo avvolge, lo integra a riformare l’unità, giocando sui pesi e le consistenze, sulla croccantezza della vita. E’ lieve lo scambiarsi di ruolo e il constatare i tanti, piccoli, infiniti, incipit fallimentari che costellano la nostra esistenza. Che lo scratch sia con voi.
Il nostro podio personale era così argomentato: Concerto per uno sconosciuto, Sulphur, e Tartaruga.
Tommaso Chimenti

