Così si sarebbe espresso il cantante Pino Daniele in una sua celebre canzone, altrettanto Fabrizio De Andrè nella famosa canzone Don Raffaè…
Barista, ma quanto ci vuole per fare questo caffè… meno male che l’ho chiesto “espresso”!
Ehi, senza portare fretta… prima è necessario raccoglie il seme contenuto nella drupa della pianta, poi metterlo in un sacco di juta e come prima operazione spedirlo per la fase più importante: La lavorazione della tostatura e macinazione! Ed eccolo arrivato al bar… questo minuscolo chicco che piace al mondo intero. Ricordate che al barista, non basta chiedere un caffè semplicemente, poiché ci sono due modi per spiegare meglio la domanda: Espresso o ristretto, equivale l’uscita dalla macchina un poco di liquido nero con quella stupenda schiuma di color marrone oppure Lungo… quasi a riempire la tazza… sapendo che buona parte sarà composta d’acqua! Poi ci sono le varianti, con latte, caldo o freddo, solo schiuma, eccetera, infine per noi cultori di caffè esclude in modo categorico… la tazza dell’americano!
Qui comincia la sua storia… intanto preparatevi un buon caffè come sapete farlo voi, giacché leggende su questo prodotto sono state scritte a iosa, voi avete solo l’imbarazzo della scelta… a differenza per la data incerta della scoperta.
Immaginatevi di essere all’inizio del 700 d.C. in un altopiano qualunque dell’Etiopia, è risaputo che le capre mangiano di tutto. Alcune di esse, dopo aver mangiato delle bacche rosse, fu così che inizia la nostra storia… Gli occhi del pastore, videro parte del suo gregge riscontrare un inconsueto stato di vigore, sospettoso raccolse alcune di quelle bacche e si avviò verso il monastero per cercare risposte. Qui la leggenda si sdoppia intrecciandosi con un’altra ancora più singolare: Il monaco, prese le bacche e ne fece una tisana… La seconda storia, pensando siano velenose per gli umani considerato il colore simile alle fiamme dell’Inferno equivalendo la bacca opera del demonio, le scaraventò nel fuoco, alcuni minuti dopo… l’aria della stanza s’invase di un gradevole aroma… ottenendo la tostatura. Tutte queste leggende non trovano verità, tranne quella di una piacevole lettura, senza l’assoluta certezza di chi abbia scoperto questa piacevole bevanda apprezzata in tutto il mondo!
Le Repubbliche Marinare iniziarono a consolidarsi tra il XI e XII secolo, solcando mari e oceani per acquisire merci e conoscere altri popoli, il nostro prezioso liquido entrò in Europa solo nel secolo XVII, con la Serenissima esportando dallo Yemen semi di caffè, meraviglia della natura.
Anche l’Italia per un periodo ebbe il suo proibizionismo considerando illegale consumare il caffè questo a causa della pressione di moralisti politici e come sempre la Chiesa ci mise lo zampino, in questo caso fece in modo di contrastare i consumatori di caffè, in modo condannevole, arrivando a considerarlo addirittura peccato mortale… considerata bevanda satanica perché importata dagli infedeli musulmani. Una nota simpatica del racconto di questa controversia, dovete sapere che in Germania, li considerava spacciatori, il bere caffè era bevanda molto diffusa, tanto da indurre Johann Sebastian Back a comporre la musica della Cantata del Caffè, opera comica profana sfruttando la musicalità esprimeva l’umorismo di tale situazione mettendo alla berlina la disputa accesa ai tempi di Federico II di Prussia. In seguito, come sempre a metterci una toppa su quanto era stato dichiarato, fu la Chiesa con Papa Clemente VIII, dopo averlo bevuto, diede in suo benestare.
Si ma tutto questo articolo senza aver parlato della caffettiera… avete ragione… In Europa si diffuse a partire del 1600, la più surrogata di caffettiere, considerata la più antica è Jabene, utilizzata in Sudan e Etiopia, la Ibriq turca o quella francese Salmovar, poi nella metà dell’Ottocento a Berlino inventarono la Vaacum. Nel I901 l’ingegnere Luigi Bezzera creò una macchina per il caffè in ottone cromato, per poi brevettarla il 19 dicembre dello stesso anno. Anche Achille Gaggia non fu da meno con la sua leva a pistone… sino ad arrivare a quella del francese Morize, che fu poi perfezionata a Napoli facendo nascere la famosa caffettiera (ancora molto in voga presso le tradizionali famiglie napoletane) chiamandola amorevolmente Cuccumella.
Da noi la Moka, arrivò molto tempo dopo grazie all’intuito dell’industriale inventore Alfonso Bialetti piemontese, nel 1933 portò in casa degli italiani un’icona inimitabile di design tutto italiano (esposta nella Triennale Design Museum di Milano e al MoMA di New York), diffondendosi velocemente in tutta Europa!
Morale della storia: Quando sorseggerete il vostro caffè… pensate al suo lungo e faticoso percorso prima di entrare in quella tazzina…
Daniele Giordano

