Maria Mater “strangusciada”

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Al Teatro Fontana di Milano

Cleopatràs, Erodiàs e Mater strangoscias sono i I Tre Lai, ultima testimonianza di Giovanni Testori, apice e summa della creatività del linguaggio del drammaturgo di Novate Milanese. Monologhi scritti negli ultimi giorni di vita e pubblicati postumi, mettono al centro tre importanti figure femminili della storia: Cleopatra, Erodiade e la Madonna. In Cleopatràs che piange Antonio, “il suo Tugnàs”, non è difficile scorgere lo stesso Testori che dolorosamente racconta, mettendo in luce con struggenti turbamenti dell’anima, il mistero della vita e dell’amore. I restanti Due Lai: Erodiàs e Mater strangosciàs, apparentati da rimandi manzoniani quasi assenti in Cleopatras, ma anche per lo sfondo in cui sono ambientati, la Palestina della Bibbia per le storie della Madonna e di Erodiade. In Erodias la protagonista sviscera in ogni sua piega la folle passione che l’ha travolta e lacerata per il profeta Giovanni/Jokanaan che la porta alla perdizione e all’annullamento di se stessa. In Mater strangosciàs Testori guarda alla Vergine Maria, dipingendola come una donna del popolo, umile, semplice, pura. Piange la perdita del figlio e lo fa in dialetto brianzolo, la lingua della terra di Testori, che il poeta reinventa mescolandovi latino e altri idiomi. Uno straziane addio, non esente da tratti di comicità, ma soprattutto una disarmante preghiera, un lascito di speranza, ribadito nel teatralissimo finale, dopo il grido imprecante al Creatore. Lodevole l’iniziativa del Teatro Fontana di riprendere il riuscitissimo spettacolo creato dal compianto regista Gigi Dall’Aglio per Arianna Scommegna (già intensa Cleopatras) che rende in placido disincanto l’umiltà – quanto luminosa e scevra d’artefazione – della figura della Madonna. L’attrice milanese, evoca nel suo apparire il modello della donna delle campagne padane, foulard in testa, che impasta con dimestichezza e convinzione. E la rende con un’interpretazione terragna, in partecipe dimensione, non giocando col verso testoriano, ma vivendolo fisicamente e lo fa con totale immedesimazione. In Mater strangoscias, fa di Maria una rappresentazione di palpabile ingenuità materna, del pari lacerante e straziante, facendo vivere sotto i nostri occhi (quasi nuovamente partorendolo) un Gesù umanato e morente, fatto di pasta e sangue, in cui verità teologiche sono adagiate con naturalezza su uno sfondo di cascine lombarde e partitelle di calcio, evocate da vecchie fotografie che ripetutamente bacia con indicibile trasporto. Struggente nella veemenza di attrice, impiega tutto il corpo nella resa dell’intensità del testo (quegli occhi mutabilissimi!), sfrutta i registri di una voce variegata in repentini cambi di tono: dai timbri scuri e melliflui iniziali a quelli flautati e acuti e allegri quasi, a quelli struggenti e desolati di anima prostrata da dubbi e disillusione, macchiata da un lacerante grido e nello sfinimento della morte. Notevole impegno che si riverbera in fisicità recitative di assoluta naturalezza e padronanza negli squarci di canto del par fascinanti, fra un abbandono lirico e commosso di un’accettazione dell’immanente, con spiegazione toccante di ogni “resurrezione”, che pervade il creato e giustifica l’esistenza umana, ma anche quella animale. E raggiunge punte d’intensa drammaticità in quell’urlo di dolore al Creatore, nel finale.  Regia quanto mai rivelatrice del testo, del mai sufficientemente rimpianto Dall’Aglio che coniuga, in padane movenze, rimandi tra passato e presente agli immaginifici sfondi dell’animo della donna e madonna, esaltando ancor più i travolgenti e musicali versi di Testori. Uno spettacolo pieno di rimandi e simboli alla tradizione cristiana che permeava un tempo le nostre contrade, per terminare con il pregnante finale in cui la “mater”mangia di quel pane che prima aveva impastato.

Progetto sonoro reso dal vivo dall’intesa fisarmonica di Giulia Bertasi, intessuto di sonorità vecchie e nuove, con echi di citazioni d’opera; la stessa si fa anche “angelo” sempre presente alla vicenda. Scene naturalistiche di Maria Spazzi, luci potenti di Pietro Paroletti. Una produzione ATIR. Accoglienza molto calorosa per Arianna Scommegna e per la fisarmonicista Giulia Bertasi, richiamate in scena da ripetuti applausi.

gF. Previtali Rosti

 

 

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