A tu per tu con la scrittrice Emma Maffucci

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ROMA –  E’ una donna solare, simpatica, decisa, il tono della voce acceso, sicura di sé, mai burbera ma certamente consapevole, tutta d’un pezzo, di quelle signore che hanno sempre saputo cosa volevano. Emma Maffucci ha pubblicato tre libri, “Orchestra di vita” dove intreccia vicende politiche a situazioni personali anche intime, “In volo con Narciso” raccontando il femminile in contrasto con le negatività tossiche del maschilismo, “Lei, sole accecante”, saga di una famiglia inglese che attraversa quattro generazioni con un segreto a fare dal filo conduttore sotterraneo, fino a questo nuovo “Omertà parlante”, tutto da scoprire, uno scritto profondo che apre le porte su mondi nascosti, criptici, enigmatici, pericolosi. Qui di seguito pubblichiamo, quasi interamente, la prefazione-intervista che la scrittrice ci ha concesso.

Nel giardino di Emma Maffucci i colori non sono solo sfondo: sono voce. Il suo sorriso accoglie, ma non promette risposte. Il romanticismo del luogo è punteggiato da qualcosa di indefinibile. Forse è la luce del mistero che lei sprigiona senza volerlo. Ci sediamo. È lì che comincio a comprenderla, a sentirla.

Quando hai iniziato a scrivere?

“Nella mia mente da sempre. Non da quando ho preso la penna in mano. Quando ho avuto il coraggio di farlo, perché ci vuole coraggio anche a scrivere”.

Qual è il luogo migliore per scrivere, il tuo buon ritiro? Dove  prendi ispirazione per i tuoi libri?

“Il mio buon ritiro è stato a lungo l’Umbria, la Toscana, e la Spagna una casa a picco sul mare poi tutto  cambiato. Non mi chiedere il  perché, a questo non posso rispondere”.

I suoi occhi all’improvviso si bagnano di lacrime trattenute.

“Adesso le mie case sono il mondo. Un viaggio continuo tra luoghi, persone, e storie da ascoltare. Questo è diventato il mio vero “buon ritiro”. La  mia esistenza è sempre in movimento.

Ogni luogo esplorato diventa spazio di riflessione, ispirazione, per poi trasformare tutto in racconti.

I racconti dell’anima. Il mondo per me, è diventato il mio rifugio, una casa senza pareti che respira con la natura e con la memoria. Perché raccontare non è solo scrivere, è tradurre il mondo con sensibilità e intuizione. Per restituirlo in parole che lasciano il segno. Almeno, spero”.

Cosa ti ha spinto a scrivere “Omertà Parlante”?

“E un paradosso cucito a mano. L’omertà per definizione è silenzio. Negazione. È il codice muto che regola ciò che non si può dire, ciò che va seppellito, nascosto. Ma cosa succede quando questo silenzio inizia a parlare? Ho voluto ribaltare il concetto, il linguaggio delle verità proibite, quelle che nessuno osa pronunciare ma che esistono, pulsano, e aspettano solo la sua giusta voce per uscire. Un libro forte, faticoso, cinico, violento, pieno di coraggio, d’amore. Le verità a volte sono troppo scomode per essere dette a alta  voce. Ho deciso di raccontarle così, in un romanzo capace di contenere ciò che il mondo, e il nostro io, a volte censura. L’attesa, l’intuizione, il coraggio, la rabbia, il silenzio, il radicamento, la bellezza, l’amore, il dolore, la rinascita, la gioia. Non so se ho vissuto tutte  queste emozioni.  Ma quelle che ho nominato le ho attraversate. Le parole sono materia viva. Ma solo tra le mani giuste diventano memoria, e non è detto che le mani giuste siano le mie, ma ora sono parte della mia voce”.

Diamante e Perla: quanto c’è di te?  E perché questi nomi?

“Ho scelto questi nomi non semplicemente per la loro bellezza, ma per ciò che racchiudono. Il diamante brilla, si desidera, ha altissimo valore, non si brucia, non si spacca, però taglia, è raffinato, elegante, mai volgare, si nota ma non parla, luccica ed  ha un anima. Perla invece nasce nel silenzio di un’ostrica ferita nella profondità del mare, se non la prendiamo non viene a galla: è delicatezza, trasformazione, mistero appunto mistero”. Mi chiedi quanto c’ è di me in questi personaggi?

È come chiedermi quale parte di me non ha mai ceduto, anche quando tutto intorno chiedeva silenzio. Quasi tutto c’è di me. Diamante è la voce più potente proprio quando tace. Il lettore non la sentirà mai gridare. Ma sentirà il rumore del mondo mentre lei passa. La parte che non abbassa lo sguardo. La lama che non taglia, ma apre. In me c’è la sua capacità di restare in piedi anche quando il terreno trema e si aprono voragini. La ribellione silenziosa, che non ha bisogno di urla per essere ascoltata. Diamante è il mio no detto con dolcezza e determinazione, il mio sì senza chiederne il permesso. La pietra che non si consuma. Sono le lacrime di dolore che si trasformano in cascate di dolci ricordi e sfociano in un mare di risate. È  il rispetto per i sentimenti veri. È la cancellazione dalla mente e dalla vita, in senso metaforico di chi mi ha fatto del male. Perché anche dimenticare, a volte, è un modo per sopravvivere.

E di Perla? Cosa c’è in te, Emma?

“Perla è la parte ingenua, ma curiosa, una curiosità che la trasforma. Obbediente, sì ma solo per ascoltare meglio. Assimila tutto, tace, osserva e poi, nel momento esatto, quando nessuno se lo aspetta, prende decisioni irrevocabili. Quelle che cambiano senza pensarci troppo e spostano le traiettorie  del destino. È la parte di me che dice basta senza rabbia, senza rancore. Non colleziono vendette. Dico quello che penso, sempre. E dopo, sparisco. Perché chi ha detto la verità non deve restare a difenderla”.

È in quel momento che lo sguardo di Emma si accende, insieme al sorriso che parla da solo. Come se l’anima avesse appena confermato.

“Dentro Perla c’è la forza segreta di Diamante. Poi, va detto, ho scartato il nome  “Ametista” perché mi ricordava qualcuno che faceva l’oroscopo”.

Hai mai pensato di mollare questo libro in questo anno di lavoro?

“Certo quasi tutti i giorni, ma poi rileggendomi dicevo: devi andare avanti, non puoi pretendere che le persone ti leggano se non hai il coraggio di scrivere”.

E gli uomini di questo libro?

“Ci sono uomini che si muovono con il potere tra le mani come fosse seta nera, fredda, elegante, letale. La loro crudeltà non è sempre brutale, talvolta è sottile, strategica, fatta di silenzi che pesano come condanne. Altri invece sono uragani: violenti, viscerali, distruttivi. Anche questo serve perché nel dolore che causano nasce la consapevolezza delle protagoniste. E poi c’è il loro amore”.

Cosa ti aspetti da questo libro?

“Niente. Aspettarsi qualcosa da un libro è come chiedere cosa si aspetti dal futuro. Cerco un’eco. Se chi mi leggerà sentirà  anche solo una riga vibrare sarà già vittoria. Mi aspetto che chi lo leggerà non resti illeso. Non perché si ferisca, ma perché accenda qualcosa che non si spenga facilmente. Le critiche le ho ricevute ancora prima di iniziare, altrimenti non l’avrei scritto. Ne sono arrivate durante il percorso, altrimenti non avrei continuato, e proprio alcuni giorni fa. Vuol dire che qualcosa si è mosso. Vado avanti. Accetto, percepisco ma non ascolto. Mi affido alla curiosità, all’anima, al mio vissuto. E spero che proprio questi ingredienti, imperfetti e potenti, invoglino i lettori a proseguire. Come me che non ho alcuna intenzione di fermarmi. Soprattutto, spero di lasciare una domanda scomoda. Non è scritta da nessuna parte. È quella che il libro sussurra tra le righe e che forse, se  il lettore non avrà fretta, riuscirà a sentire. E questa sarà la mia vittoria per averlo scritto”.

Come decidi gli argomenti da trattare nei tuoi libri?

“Non li scelgo a tavolino. Non stendo scalette, non faccio piani. Scrivo. E man mano che scrivo l’idea prende una forma confusa. Poi riassetto, cancello, riscrivo. Sono emozioni che bussano mentre elaboro una frase, memorie che tornano, personaggi che non riesco a dimenticare. Spesso accade mentre sono in viaggio. In un treno o su un aereo, mentre osservo, ascolto, fotografo. Tutto ciò che mi circonda diventa un potenziale racconto. A volte mi è bastato un colore di un abito per creare una storia, una parola detta con amore, una notizia in tv, o semplicemente osservare le persone. Tutti i personaggi dei miei libri sono veri, vivi, magari non sanno neppure di esserne i protagonisti ma sono loro che ho incontrato, intravisto, udito. Un personaggio di questo libro, per esempio, è nato a Monte Carlo. Ero a cena con amici, e mi ha colpito un signore elegante, fuori dal tempo. Non sembrava camminare: sembrava fluttuare, col suo stile un po’ retrò. Così è nato uno dei miei personaggi. Sto già pensando al prossimo libro. E l’idea mi è venuta settimane fa quando ho ricevuto un biglietto di congratulazioni molto speciali da parte di una persona che mi ha letto. Chissà forse sarà proprio lui il protagonista del mio prossimo libro a sua insaputa”.

Qual è il miglior complimento che ti hanno fatto i tuoi lettori e lettrici?

“Quello che mi da più soddisfazione e orgoglio è semplice, ma potentissimo. Quando mi scrivono, o telefonano dicendomi: sono entrato completamente nella storia. Ho visto i personaggi, camminato nei luoghi, ho sentito le emozioni dentro di me. In breve ero parte del libro. Io, non ho bisogno di altro, è la coronazione della mia vittoria. Il tempo è scaduto. Adesso sa più di quanto riesca a scrivere”.

Tommaso Chimenti

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