Colpi di scena: L’Italia, il Bataclan e gli incendi

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Di Tommaso Chimenti

 

Se vuoi avere un quadro completo di quello che sta accadendo e si sta muovendo, e verso dove sta andando il teatro italiano, fare un salto a “Colpi di scena” è un ottimo esercizio, un riassunto fattivo, un condensato di temi dipanati in nuove produzioni. L’Accademia Perduta ha presentato (tra Faenza e Forlì, tra il Teatro Testori, il Diego Fabbri, il Felix Guattari, il Piccolo, l’Ex ATR e il Masini) una quindicina di titoli, quattro produzioni interne, per un ampio ventaglio di proposte, idee, messinscene. Da questa bella vetrina apparecchiata abbiamo scelto sette titoli da analizzare e sviscerare iniziando da “Uno Spettacolo Italiano” (prod. ERT, Agidi, Sardegna Teatro) del duo Fettarappa/Borghesi, un’affabulazione, seguendo i canoni classici della loro espressività e del loro modo di stare sul palcoscenico, tutta sul filo di quel sarcasmo intellettuale di maniera cercando di affermare negando, “spacciandosi” per artisti di destra come se l’essere di sinistra avesse bloccato le loro carriere visto che sono lanciatissimi e in auge, hanno buone produzioni, vincono premi nazionali e nel caso dei Kepler 452 sono spesso all’estero. Che cos’è allora questo continuo vittimismo e questo piangersi addosso? Si sentono underdog che è proprio l’accusa che la sinistra fa al Governo Meloni. La narrazione è parodistica, stanca e infarcita di cliché e luoghi comuni e, almeno per quanto riguarda l’ottimo e sagace Borghesi, qui cade nello stesso trabocchetto, autonomamente allestito, che lo vide protagonista ne “Gli Altri” ovvero di scadere nel basso, nel becero, nel triviale, proprio le caratteristiche che intimano all’altra parte politica. Sembra di stare dentro un film di Virzì, tipo “Ferie d’Agosto” o il meno riuscito “Un altro ferragosto”, dove la dicotomia destra/sinistra è presto detta: quelli destrorsi parlano sboccato e si grattano le parti intime mentre discorrono, non sanno ragionare né argomentare, vogliono risolvere le controversie con decibel alti della voce e con le mani. I due arzilli giovanotti, che hanno tutta la platea dalla loro perché concorde con quanto stanno sentendo per riaffermare e rafforzare concetti stantii sui quali sono già d’accordo (il teatro dovrebbe porre domande e non dare certezze), forzano concetti come la Patria o l’Inno o la Bandiera pensando di essere divertenti nel ripetere pedissequamente le stesse bolle di sapone vuote sentire da Floris o dalla Gruber, da Telese o da Zoro, da Lerner o da Formigli rimpastandole come verità perché la Destra è cattiva e ovviamente sono ancora, dopo ottant’anni, tutti fascisti. Perché? Perché lo diciamo noi che abbiamo tutte le verità. Perché noi siamo intelligenti e pungenti e abbiamo studiato mentre gli altri no. Impersonificando due artisti, due teatranti diciamo, che hanno deciso di cambiare casacca “perché hanno vinto loro”, dileggiano parossisticamente gli avversari politici (spesso sembra, dai toni usati, che siano nemici), ne deridono le battaglie sugli immigrati, contro la droga, sull’occupazione delle case (dovrebbe essere la Sinistra ad occuparsi delle fasce più povere e più aggredibili e più deboli della società, proprio quelle che in questi tempi si sentono sempre meno sicure, dovrebbe essere la Sinistra a chiedere il rispetto delle pene e l’ordine), ne scherniscono i valori con discorsi da bar ma con una patina di alterigia salottiera, si beffano nel dirsi come sono stupidi gli altri per sentirsi più svegli e acuti, perspicaci e brillanti, li canzonano come minus habens e li trattano come Uomo di Neanderthal, li irridono con perifrasi borghesi (quello che vorrebbero combattere) per darsi di dotati, capaci e dai ragionamenti lucidi e perspicaci. Come se per sembrare più alti non ci restasse che abbassare gli altri. Allora sì che i nani appaiono come giganti. Chi non la pensa come loro, Ça va sans dire, è sciocco e stupido, sprovveduto e stolto, grossolano e incapace. La satira è lontana anni luce da questa decadente caduta di stile. C’è un qualcosa di vagamente e velatamente ostile (non arriviamo a dire violento), astioso, c’è una carica di fondo aggressiva e dispotica. La buttano in caciara (gli riesce benissimo), fanno confusione, caos, sollevano un polverone nel perfetto stile di quelli che sono per il confronto.

E allora ecco bordate al Crocifisso, alla Guardia Costiera, naturalmente non vuoi mettere un braccio teso? Mentre sulla scena un mezzobusto ha la funzione di interpretare un sottosegretario alla cultura (“non credo neanche sia laureato”) che deve tutorare gli spettacoli. Il trito del Pensiero Unico si spinge fino al “riprendiamoci la Gioconda”, alle donne che devono solo cucinare (peccato che questa Destra sia stata capace di proporre la prima Presidente del Consiglio donna nella storia d’Italia), inneggiando alle droghe, ponendosi contro chi non vuole le città ricoperte di scritte o chi vorrebbe maggiore pulizia delle e nelle nostre strade e poi il maschio italiano, il Ministero della Famiglia, il gender, il negazionismo riguardo l’egemonia culturale della sinistra, le famiglie tradizionali. Fino ad arrivare a portare in scena un kalashnikov e successivamente una pistola, oggetti che ad una parte politica sono sempre piaciuti. Tutto questo detto per negazione, certamente, così c’è meno responsabilità. Spettacoli che vogliono indottrinare, che vogliono far passare verità sotto forma di ironia. I conservatori, con i loro valori, fanno così paura? Forse la sinistra, per sapere chi è, deve cercare nemici nei quali specchiarsi quindi non è qualcosa ma è qualcosa di contro. Una raffigurazione della destra macchiettistica e fumettistica zeppa di stereotipi, narrazione alla quale il Paese reale ha smesso da diverso tempo di credere. Dovrebbero un po’ aggiornarsi perché nel frattempo il mondo è andato avanti e anche altri nel mentre hanno studiato e non si bevono più la solita minestra. Nel teatro italiano, evidentemente, non c’è spazio per chi pensa cose differenti, anzi viene silenziato e zittito. “Il fascismo degli antifascisti” diceva il loro guru P.P.P. Mino Maccari, con l’appoggio di Flaiano, invece sottolineava che “i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Tutti stolti e ignoranti tranne loro.

Da un tema scottante ad un altro ed eccoci a “La Diva del Bataclan” (prod. Cranpi, Scarti, Romaeuropa, Teatro Quarticciolo) con il testo di Gabriele Paolocà che indaga marginalmente l’enorme storia dell’attentato terroristico di matrice islamista (130 morti più 400 feriti anche gravi) per concentrarsi su una vicenda di impostura, di scambio di persona, di ricerca del consenso e della popolarità, di cercare un posto al sole in questo mondo dove un like può salvare la vita e l’indifferenza social virtuale è un disvalore. Parliamo della forma dello spettacolo: non un musical come preannunciato, anche se le tracce cantate dalla voce di Claudia Marsicano sono una decina (anche le canzoni sono state scritte da Paolocà in tanti differenti stili), quanto una sorta di revival con molto testo, un monologo altalenante tra il successo, la gloria e il fango e la miseria fino alla condanna, intervallato da queste ballate. Dopo ogni tragedia c’è sempre qualcuno (è accaduto anche con l’11 settembre newyorkese) che si spaccia come uno dei sopravvissuti miracolosamente al tremendo avvenimento. Questo fa attirare su di sé attenzioni mai provate prima, fa avere un ruolo nella nostra società melodrammatica, ti dona visibilità, ospitate, forse una missione, diventi un punto di riferimento invidiato, amato, accolto. Soprattutto se sei un leone (leonessa in questo caso) da tastiera ovvero coloro che mettendo i “mi piace” a qualsiasi campagna di moda, con qualche gattino, buonismo sparso e opinioni mai controcorrente, visto che la loro vita reale è triste e vuota, si costruiscono online una reputazione che non esiste, e almeno lì, in quella second life sono felici e si sentono, finalmente, appagati e soddisfatti. Ma è tutta una bugia e una falsità. Ultimamente abbiamo visto come la musica dal vivo sia tornata prepotente sui palchi del teatro italiano. Questo esperimento canterino potrà sicuramente avvicinare molti giovani al teatro. La scena si apre con una struttura di fili argentati che, non sappiamo quanto volontariamente, somiglia alla tiara papale forse proprio perché gli assassinii dell’ISIS miravano a minare il nostro stile di vita occidentale e per riflesso la nostra cristianità che è la base dell’europeismo. In questo “Bataclan” non viene sottolineato il fatto che i terroristi fossero islamisti ma ci si concentra sulla patologia dei bianchi nostrani, tutti dediti alle superficialità dell’esistenza, ormai devoti all’ozio, moralmente deprecabili tra ansiolitici, concerti metal che inneggiano la morte, rapporti malati con l’immagine di sé, famiglie disfunzionali, come se tutto questo fosse una critica alla nostra società deviata. Nelle canzoni, in un perfetto stile sanremese, abbiamo riconosciuto forme (plaudibile comunque lo sforzo di variazioni all’interno dell’arco delle possibilità ritmiche e dei generi musicali) assimilabili ora a Cristina D’Avena nelle facili rime, passando per gli 883 nel generazionale, Mina nel sentimentale, il rock di Irene Grandi fino alle elucubrazioni jovanottesche. Come se fossimo dentro un X Factor francese. Con il dolore acuto di tutta una Nazione i mitomani sentono meno il loro travaglio esistenziale perché in quel momento di intenso lutto comunitario anche gli altri stanno male. Nel disastro collettivo queste persone sono intimamente contente perché così anche gli altri sentono la stessa disperazione e infelicità alle quali sono costrette quotidianamente queste persone disturbate e truffatrici che si approfittano anche di un evento tanto eclatante e tanto tragico per avere un minimo di luce verso la propria persona.

Bella, interessante, profonda e mai banale è la scrittura di Pier Lorenzo Pisano che fa agire i suoi personaggi su un piano realistico, all’interno di scampoli temporali miscelandoli avanti e indietro, e su un piano metaforico come se il livello attoriale si muovesse dentro un contenitore-box di un set cinematografico, o meglio di una serie televisiva, le luci, i riflettori, il verde del fondale e quella finzione disvelata che maneggia il dentro e il fuori, la fiction e la realtà scenica. “Scatenare incendi” (prod. Gruppo della Creta, Pallaksch) è la dissoluzione di una famiglia dopo che un evento catastrofico, improvviso e inaspettato ha spezzato legami di sangue e ridotto in cenere parentele e affetti. C’è mistero e paura strisciante, una tensione costante tra queste impalcature che sanno di (de)costruzione e precariato e tre generazioni, tra chi ha un figlio e lo perderà, tra chi non ne vuole e lo avrà, tra sensi di colpa e responsabilità, tra perdoni difficili da poter ratificare, tra una pace impossibile da sancire, vite interrotte. Il refrain è “nelle puntate precedenti” che i protagonisti si dicono all’interno dei loro dialoghi intelligenti in un testo che non finge naturalismo ma che palesemente sa di essere teatralizzato, detto, narrato. Si sentono parole come “stagione” e “palinsesto” e ancora “nelle puntate successive” come stare dentro il dramma, reale e finto allo stesso tempo, come avere un telecomando per mandare via, con un click sul tasto giusto, tutto quel dolore espanso, “se andare avanti è inutile allora fateci tornare indietro”. Pisano riesce ad emozionare anche con una drammaturgia pirandelliana e “fredda” dove il calore sta soltanto nel titolo, ottiene il risultato, con un impianto innovativo, di stare in equilibrio in un gioco di scatole cinesi, a scomparsa, del teatro, simulato ma mai falso, artificiale ma mai fasullo, che imita il luogo delle riprese (purtroppo però la vita è one shot), amplificando e moltiplicando la finzione, ma con la realtà dei fatti, dei personaggi e dei sentimenti, vera, tangibile, reale, concreta, in un cortocircuito, tra il glaciale del dispositivo e il bollente contenutistico che brucia sempre, perché carbonizza il ghiaccio come arde il camino. Cercatelo nelle programmazioni dei teatri.

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