Colpi di Scena II parte: Bovary, Bianco, Deframmentazione, Ombrelloni

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FORLI’ – Se nella prima parte abbiamo trattato tre lavori, in questa seconda ne analizzeremo quattro che hanno puntato sulla parola, sull’attorialità, sulla carne, sulla pasta, sulla sostanza. Quando c’è qualcosa da dire, gli orpelli si affievoliscono proporzionalmente. Parliamo qui di “Bovary” (prod. Manifatture Teatrali Milanesi) che prende sì le mosse dal capolavoro di Flaubert ma che, grazie alla regia di Stefano Cordella e alla drammaturgia di Elena Patacchini, riscopre tutto un senso nuovo a parole antiche. In una scena curata, rarefatta e raffinata, grande spessore hanno le luci che dipanano ombre durissime e stralci e fasci e lampi di chiarore in una nettezza e nitidezza che separa, frantuma e fa da frontiera tra il reale e il possibile, tra il presente e le fosche, cupe conseguenze del futuro. L’impianto di Cordella ricorda le sue regie “russe” e quel sentimento di sconfitta, di perdita, di abbandono lento, scivoloso verso il baratro, l’oblio ineluttabile, irrefrenabile, unstoppable. Aleggia l’avvoltoio, pesa la cappa esistenziale, affligge la nuvola del fallimento, l’incubo che avanza a brevi passi, a piccole dosi verso la disfatta che inevitabilmente arriverà catastrofica. Una donna, in chiave contemporanea, (grande merito ad Anahì Traversi per aver tratteggiato tutte le sfumature di questo personaggio sofferente) schiacciata dalla vita borghese che non riesce ad uscire dall’impantanamento nel quale si è volontariamente reclusa. Sembra non avere scelta, sembra non darsi una seconda chance: “Da domani cambio vita” si ripete ogni giorno senza riuscire a fare il primo passo per poter finalmente riemergere dall’apnea del menage familiare senza amore che la soffoca, “Questa non è la vita che dovrei vivere” si flagella corrosa nelle sabbie mobili dell’abitudine che l’ha spenta, svuotata, inaridita. E’ infelice con il marito (Pietro De Pascalis che assume in sé il ruolo dello sparring partner), scontenta, depressa, si sente incompresa, non sa prendere una decisione che la salvi e preferisce andare a fondo insieme alla sua insoddisfazione, non sa cosa vuol fare: “Avere sempre lo stesso male, anno dopo anno”. E’ impotente e non sa come affrontare i flutti della vita che si infrangono sulle sue speranze. Si trascina nei giorni, nella noia, nell’attesa di qualcosa che, godotianamente, non arriverà: “Ho la sensazione che ci stiamo allenando per vivere la vita vera più avanti”. La scena minimalista e pulita è sgombra quanto invece è affollata la sua mente da pensieri negativi che le occludono il panorama. Si autopunisce: “Non ho alcuna vocazione. Mi sembra sempre di non essere all’altezza, di non essere al posto giusto”, esprimendo tutta la sua sindrome dell’impostore. E’ nell’ultimo quadro, quando la nostra Emma si toglie i panni dell’oggi e si veste di abiti ottocenteschi (elegantissima postura), che la letteratura si fa carne e che il classico entra nelle nostre vite, che le parole diventano monito e scarica, che il teatro, nella sua sublimazione dei sentimenti, si fa concreto e non volatile. L’elenco finale delle cose che tutti noi (nell’Occidente progressista, nel Primo Mondo pensandoci svegli, furbi e intelligenti ma ripresentando a noi stessi sempre i soliti schemi) mettiamo in atto per sentirci migliori, per rimetterci in pista, per dare una scossa alla nostra vita (il pilates e lo yoga, il paracadutismo e il nutrizionista, l’amante e i tatuaggi, provare la ketamina o la chiesa) ci tocca da vicino, ci schiaffeggia, ci fa sentire automi che ripropongono solchi, che reiterano scelte, fallimenti e rivoluzioni, credendoci originali e unici, mentre siamo solo ingranaggi che rimettono in atto le stesse dinamiche altalenanti di up e down, di abissi per poi nuovamente cercare di boccheggiare a riprendere ossigeno. Fino alla volta successiva.

E’ sempre difficile e complicato parlare di malattia, soprattutto se terminale, senza risultare da una parte melodrammatici e lacrimevoli e dall’altra cinici e freddi. Invece con “Bianco” (prod. Binario Vivo, Accademia Perduta, Teatri Molisani), il colore degli ospedali, dell’asetticità, ma anche dei globuli che dovrebbero sconfiggere le cellule patologiche, non si ha mai la vera sensazione della tragedia, non si ha mai la stretta ricattatoria alla bocca dello stomaco proprio perché la narrazione concede e lascia, tiene e riprende il filo sulle montagne russe delle emozioni dando adesso speranza ora negando il domani, adesso una carezza confortevole, ora uno schiaffo di dura realtà. Come nella Commedia all’Italiana dove si rideva anche nelle disgrazie e dove la malinconia si prendeva il suo spazio anche in mezzo ad una felicità semplice. Scritto da Giuseppe Tantillo (anche in scena, solido) i dialoghi tra due malati oncologici (interessanti le proiezioni che paradossalmente rendono il tutto anche leggero e giocoso, fumettistico e pop) hanno un qualcosa di poetico e filosofico senza mai scadere nell’intangibile e nell’inafferrabile, al contrario sono concreti perché riescono a centrare il punto della discussione senza voli pindarici. E’ un continuo andare avanti e indietro nel tempo, a visionare pezzi di vita e scene, con la malattia che va avanti per l’uno e si stoppa per l’altro o viceversa, che ci lascia sgomenti e senza fiato nel seguire le vicende di queste due giovani persone, che avrebbero davanti tutta la vita (in scena anche la bravissima Valentina Carli) e che invece devono sudarsela a morsi, recuperando un centimetro alla volta, strappando un giorno di vita in più. L’happy end borghese non è previsto, il che non vuol dire che non ci sia, ma le banalità sono state estromesse ed escluse da questa drammaturgia, sempre lucida e precisa senza essere fredda o distaccata in un esercizio stilistico che ha ben equilibrato pancia e testa, cuore e cervello. Ci ha ricordato ora la serie “Tutto chiede salvezza” da Daniele Mencarelli, adesso “La Linea Verticale” di Mattia Torre, piccoli capolavori. Assolutamente da vedere, sentire, ascoltare con ogni parte del corpo. Per riflettere senza pedanterie.

E’ una storia complessa con molti risvolti e angoli bui, diverse derive, vari punti di vista e spunti di pensiero quella di Fabio Pisano, giovane drammaturgo napoletano che ha ben chiaro come si scrive e quello che vuole raccontare. Il titolo fa sembrare il play di una pesantezza abnorme, “De/Frammentazione di dramma assoluto” (prod. servomutoTeatro, Liberaimago) e strizza l’occhio ad un certo teatro sperimentale (sono questi i titoli che allontanano il pubblico), paludato e asfittico mentre qui, dopo alcuni attimi di comprensione delle modalità espressive nelle quali sono inseriti gli attori, si ha la netta sensazione del godere dell’arte del teatro, del respirare quell’alchimia tra vicende esposte e la forma, originale, attraverso la quale le parole hanno trovato la sua foce e il suo compimento. E’ un disegno cerebrale immerso in un alfabeto che fa compiere allo spettatore quella fatica per entrare in un’altra procedura di comprensione del testo. Pare un lavoro a tavolino degli attori nelle battute iniziali di una produzione dove c’è qualcuno, solitamente il regista, che legge le didascalie, le note a margine. All’inizio questo meccanismo appare faticoso, meccanico, farraginoso, forse anche inutile. Poi però esplode. Due attori che si muovono come automi e dicono le battute suggerite dal didascalista kantoriano lì a fianco per continue ripetizioni che fanno sembrare i due interpreti burattini senz’anima manovrati, soltanto contenitori di contenuti altrui. Dall’altro lato una sorta di segretaria di produzione/assistente alla regia con fogli da seguire, slide da proiettare. Esiste il personaggio 1, uno, e il personaggio 0, zero, ed è in questo sistema binario, di rette parallele senza incontrarsi mai, che si dipana la bella, aggrovigliata, intensa come radici di mangrovie, drammaturgia efficace e vivace di Pisano. Altra nota interessante è che i tre personaggi (Roberto Marinelli gran voce la sua), 1, 0 e il/la didascalista/deus ex machina, sono intercambiabili creando una perdita di punti di riferimento/naufragio allo spettatore, un cortocircuito, un deficit di certezze utile quanto salvifico per rimanere attivi e pungolati di fronte all’arte. Si comincia dalla fine per poi risalire la corrente e scoprire nelle battute terminali il puzzle e unire i puntini della tela appunto, come il titolo ci consiglia e sussurra, frammentata. C’è un marito sterile e una moglie che vorrebbe un figlio, c’è un amico disponibile a donare il seme (il contrario di quello che (non) fece Onan), il figlio nasce handicappato fino all’epilogo ovviamente tragico. Una grande idea sviluppata non linearmente per cercare nuove strade e soluzioni diverse dall’ordinario. Basta che l’intellettualismo e l’ipercerebralizzazione non prendano il sopravvento.

L’ultimo spettacolo che affrontiamo è “Ombrelloni” (prod. Accademia Perduta, Studio Doiz) che invece ha una forma che potremmo definire semplice, un testo comprensibile che qualcuno potrebbe derubricare a confortevole, divertente. Tutt’altro: è un affresco di un’Italia che non c’è più, è un saggio sulla Romagna, in forma scanzonata e disincantata certo, è un tratteggiare, attraverso personaggi esagerati (alla “Bar dello Sport” di Benni), quel gusto antico di nostalgia, quel passato da dopoguerra di una Penisola che andava, fantozzianamente, verso gli anni ’80 delle rate, verso gli anni 2000 della recessione e dell’euro, verso gli anni Venti di questo millennio pieni di timori, di sciagure in giro per il mondo, di meno voglia di far festa, sempre attaccati ai nostri telefoni. In una carrellata di Vitelloni, Lorenzo Carpinelli (coadiuvato dall’espressivo Giacomo Toschi al sax; pare di sentire Lisa Simpson), al sapore de “L’estate sta finendo” dei Righeira o meglio ancora di “Spiagge” di Renato Zero, o “Sapore di mare”, se ne stanno nella loro camice floreali che sembra di vedere in scena Colapesce e Di Martino. L’immaginario è sicuramente felliniano quello costruito da Iacopo Gardelli (suo anche il “Gramsci Gay”), di quelle favole che iniziano con “C’era una volta” con il romagnolo a solleticare la voglia perenne di sabbia, sdraio e appunto ombrelloni. E ci vengono incontro personaggi strani, stralunati e iconici senza tempo, simboli del bagnasciuga come Eros il gestore del bagno che parlava con puntiglio energico “predappiese” e non si capiva niente in un gramelot esilarante, la coppia mal assortita e il fotografo Loris, terzo incomodo nel classico triangolo amoroso, le settimane enigmistiche consumate, Braccioli un tipo ossessionato dalla Croazia, o ancora quella donna bellissima che più prendeva il Sole più diventava bianca cadaverica soprannominata “La diva di Chernobyl” per la sua pelle quasi trasparente e Walter il non vedente eroe fino a Butrigoni sindaco del PD che ha l’idea di sfruttare una vecchia piattaforma di gas che inquinerà tutta la riviera in una sorta di “Nemico del Popolo” ibseniano però con lieto fine. Il finale languido ci porta ai giorni nostri dove “abbiamo buttato giù le dune naturali per costruirne artificiali per proteggere la spiaggia”, giorni senza memoria, giorni perennemente di emergenza senza alcuna visione prospettica della politica come delle persone, tutti impegnati a governare l’oggi, a tenere botta, a resistere alla vita invece che a viverla. Un piccolo gioiellino di scrittura con un attore che ha saputo portarci dentro un mondo, facendoci sorridere, a tratti anche amaramente. Tutti, a qualsiasi età, dovrebbero avere la possibilità di gustarlo, goderne, assaporare attraverso “Ombrelloni” echi lontane di un’epoca forse più sempliciotta ma sicuramente più felice, forse perché eravamo meno consapevoli ma certamente più soddisfatti. O ci facevamo meno problemi mentre oggi è tutto drammatizzato, eravamo meno connessi con il resto del mondo quindi non ci sobbarcavamo i dolori altrui, avevamo meno informazione e meno scolarizzazione e in quella linearità provinciale, anche banale se vuoi, i piaceri della vita erano le piccole cose che si apprezzavano fino in fondo perché conquistate, ottenute con la fatica, con il sacrificio, con il lavoro, quando i sogni erano ancora tutti intatti, quando eravamo italiani brava gente, quando il mondo faceva un po’ meno paura.

Tommaso Chimenti

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