di Tommaso Chimenti
La chiamano “strage silenziosa” ma tanto taciturna non sembra, anzi ogni anno in Italia sono oltre mille i morti sul lavoro, oltre mille famiglie che non vedono tornare a casa i propri congiunti salutati la mattina. Un tempo le derubricavano con la dicitura di “morti bianche” ma qui di candido e puro, virginale e immacolato non c’è proprio niente. Quel bianco stava d indicare l’assenza di una causa diretta e individuabile, di un colpevole preciso, un’immensa ipocrisia portata avanti dalla politica e dai mass media perché questi infortuni, che poi si rivelano mortali, sono legati alla mancata sicurezza sul posto di lavoro, ai mancati controlli, alla mancata applicazione delle norme, alle condizioni precarie, al lavoro nero. Poi esiste il fenomeno degli incidenti che la stampa certifica durante il primo giorno lavorativo: alla tragedia si aggiunge anche la beffa. Solitamente quel lavoratore era da mesi o da anni impiegato in quella mansione senza un regolare contratto e solo dopo l’ormai avvenuta disgrazia viene formalizzata la sua assunzione mostrando i documenti che quello era il primo giorno di attività quasi a scaricare sull’inesperienza dell’operaio l’accaduto.
Che il lavoro sia un diritto fondamentale sancito anche dalla Costituzione è un mantra che ci ripetiamo a più riprese ma ormai sembra che sia soltanto una formula da recitare, una pratica vera solo in teoria: il lavoro deve, a questo punto dovrebbe, poter essere esercitato in condizioni e garanzie tali da tutelare la salute, la sicurezza e il benessere di chi lo sta svolgendo. Si dovrebbe lavorare per vivere e non morire di lavoro. Molte di queste frasi però restano slogan da corteo del Primo Maggio che, oltre alla giusta indignazione, non cambiano il corso delle cose. I numeri, freddi e crudi, fanno impressione, fanno rabbrividire ma ormai sembra che la pubblica opinione sia arrivata al punto di non ritorno dell’assuefazione davanti a questo vero e proprio bollettino di guerra, della rassegnazione di fronte alla cronaca quotidiana, dell’accettazione passiva di questi dati che ogni anno si aggirano sui tre morti al giorno, tre vite spezzate ogni ventiquattro ore, oggi, in Italia.
La sicurezza sul lavoro troppo spesso è considerata un pesante e pedante obbligo normativo da rispettare o un costo da ridurre quando i datori di lavoro dovrebbero capire che è principalmente un investimento sulla qualità della vita, sulla formazione e, conseguentemente, sulla produttività aziendale. Le istituzioni dovrebbero vigilare, controllare, certificare e, ad esempio, la “patente a punti” per le ditte edili è uno strumento legislativo approvato lo scorso anno che avrebbe dovuto porre un significativo freno a questo sanguinoso trend. Una sorta di patente di guida, rilasciata dall’Istituto Nazionale del Lavoro, messo a punto per premiare le aziende che rispettano le regole sulla sicurezza e penalizzare quelle che commettono gravi violazioni accertate. La ricerca costante e ossessiva del profitto non può venire prima della salvaguardia di una vita umana. Una cosa è certa: il diritto al lavoro è inscindibile dal diritto a lavorare in sicurezza. Costruzioni, agricoltura, trasporti, logistica e industria sono i settori più attenzionati e colpiti per carenza di controlli, scarsa cultura della prevenzione, una mentalità che ancora troppo spesso mette al primo posto il guadagno sulla pelle dei lavoratori, i ritmi di lavoro intensi, il lavoro precario o quello in appalto che espongono i lavoratori a ulteriori vulnerabilità. Ecco i numeri degli ultimi anni: nel 2024 le denunce di morti sul lavoro sono state 1090, nel ’23 1147, nel ’22 1268, nel ’21 1221, nel ’20 1270, nel ’19 1156, nel ’18 1264. E davanti a questo quadro preoccupante ci siamo fermati, allarmati, scoraggiati, sconfortati, sconsolati.
La sicurezza sul lavoro rappresenta uno dei temi più delicati e urgenti per l’Italia ma nonostante le leggi esistenti siano tra le più avanzate in Europa, il clima continua ad essere drammatico. L’Italia si è dotata da tempo di una normativa chiara e articolata, in particolare con il Testo Unico sulla Sicurezza sul Lavoro del 2008, che stabilisce diritti e doveri per datori di lavoro e dipendenti. Dobbiamo garantire i necessari Dispositivi di Protezione Individuale, caschi, guanti, occhiali, cinture di sicurezza, mascherine, strumenti che devono essere forniti, mantenuti in buono stato e usati correttamente. Servono ispezioni e un sistema di vigilanza efficace e frequente e le sanzioni per chi non rispetta le norme devono essere più rapide e dissuasive. Servono investimenti nell’innovazione e nella tecnologia e lo Stato può in tal senso incentivare e sostenere le piccole e medie imprese. Infine serve un cambiamento culturale, bisogna smettere di vedere la sicurezza come un fastidio o una spesa e cominciare a considerarla una priorità etica e civile. E questo sarà possibile quando il rispetto delle regole sarà vissuto non come un obbligo ma come un valore. Intanto il 28 aprile, la Giornata Mondiale per la Sicurezza sul Lavoro, è morto un operaio in una cava a Carrara. Così.

