Grey Horse’s standpoint: il nuovo singolo di Simone Sello

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Simone Sello, musicista e compositore italiano residente negli Stati Uniti, ci conduce in un viaggio unico con il suo nuovo singolo “Grey Horse’s Standpoint”, disponibile sulle piattaforme digitali dal 12 settembre 2025 e in rotazione radiofonica dal 26 settembre. Un brano che intreccia il fischio, la chitarra slide e il canto lirico, creando atmosfere sospese e meditate, capaci di evocare deserti infiniti, tramonti incantati e mondi surreali dove la fantasia incontra la musica. Dalla collaborazione con artisti di fama internazionale a un percorso solista segnato da sperimentazione e attenzione al dettaglio sonoro, Sello unisce l’eleganza del classicismo alle suggestioni del rock, dell’elettronica e del surf. La sua musica non è solo ascolto: è esperienza, emozione, viaggio tra paesaggi reali e immaginari, come dimostra il videoclip di “Grey Horse’s Standpoint”, dove un cavallo grigio esplora deserti e astronavi in una favola visiva tra Spaghetti Western e fantascienza. Con l’album Paparazzi, Izakayas and Cowboys, Sello ambisce a trasportare l’ascoltatore in un mondo di contrasti armoniosi, storie sospese tra Oriente e Occidente, passato e futuro. In questa intervista, ci svela l’anima del suo nuovo singolo, le ispirazioni che guidano la sua musica e i sogni che lo spingono a continuare a creare.

Buongiorno Simone, è un piacere intervistarti. Voglio innanzitutto farti i miei complimenti: “Grey Horse’s Standpoint” è un brano straordinario, capace di trasportare chi ascolta in un mondo sospeso tra sogno e realtà. La tua musica è evocativa e cinematografica, e il videoclip aggiunge un tocco magico e surreale che rende l’esperienza ancora più intensa.

“Grey Horse’s Standpoint” unisce fischio, chitarra slide e canto lirico in un’atmosfera quasi cinematografica. Come è nata l’idea di questa combinazione sonora e cosa volevi comunicare a chi ascolta?

L’idea è nata dal desiderio di mettere in dialogo gruppi di elementi apparentemente distanti: la voce lirica e il fischio morriconiano “contro” la chitarra elettrica e i suoni elettronici. Sono linguaggi diversi — umano ed evocativo da un lato, strumentale e futuristico dall’altro — che insieme raccontano una storia senza parole. Volevo che l’ascoltatore si trovasse in uno spazio sospeso, dove il passato e il futuro si guardano e si riconoscono. È una piccola parabola sul coraggio di restare fermi mentre tutto intorno si muove, narrata con ironia surrealista e senza retorica.
Nel videoclip, un cavallo grigio si muove tra deserti e astronavi, mescolando Spaghetti Western e fantascienza. Quale messaggio o emozione volevi trasmettere attraverso queste immagini surreali?

All’inizio il cavallo grigio rappresenta l’osservatore, colui che vive tra due mondi. È l’anima antica che esplora un orizzonte tecnologico senza perdere la propria identità. Il deserto e lo spazio sono due dimensioni di solitudine e di libertà: lì tutto è possibile, anche che un cavallo salga su un’astronave. E proprio in quel momento l’osservatore diventa protagonista grazie al suo coraggio. Mi piaceva l’idea di giocare con l’assurdo per parlare di qualcosa di molto umano — la ricerca di un senso, di un punto di vista nel caos costante della natura umana.

Hai lavorato con molti artisti e in diversi generi musicali, dal rock alla musica elettronica sperimentale. In che modo la tua esperienza passata influenza la composizione di brani come “Grey Horse’s Standpoint”?

Ogni esperienza lascia una traccia, anche quando non è evidente. Dopo tanti anni passati tra session, produzioni e generi diversi, credo di aver imparato a considerare il suono come un linguaggio aperto. In “Grey Horse’s Standpoint” ci sono echi di tutto ciò che ho vissuto — dalla libertà del rock all’attenzione per il dettaglio elettronico, fino alla tensione narrativa tipica del cinema. Tutto confluisce in una forma che non cerca di piacere, ma di raccontare.

Il brano descrive un punto di vista europeo su paesaggi tipici del nuovo mondo. Cosa ti affascina dei luoghi desertici e come influenzano la tua musica?

Il deserto, per me, è un luogo mentale prima ancora che geografico. Mi affascina perché è uno spazio dove il suono respira, dove il silenzio diventa parte della composizione. Quei paesaggi, che ricordano i set dei film western ma anche certe visioni futuristiche, sono perfetti per evocare la sensazione di isolamento e di ampiezza che talvolta cerco nella mia musica. È come se il paesaggio diventasse uno strumento invisibile, che suona insieme a me in un ambiente sinestetico.

Guardando al futuro, cosa speri di raggiungere con l’album “Paparazzi, Izakayas and Cowboys” e quale ruolo vorresti che la tua musica giochi nella scena internazionale?

Questo album è un viaggio in più tappe, dove ogni brano è un capitolo di un film immaginario. Vorrei che fosse percepito come un’esperienza sensoriale completa — non solo musicale, ma anche visiva e concettuale.Sul piano artistico, spero che possa dialogare con pubblici diversi, perché è un progetto che unisce culture, generi e suggestioni lontane. A livello personale, mi piacerebbe che la mia musica continuasse a costruire ponti: tra passato e futuro, tra realtà e immaginazione, tra oriente e occidente. Ho concepito questo progetto – così come il precedente The Storyteller’s Project – soprattutto come performance live, in cui i musicisti e le proiezioni video raccontano storie in perfetta sinergia. Quindi per ora voglio portare questi progetti dal vivo e, parallelamente, iniziare a concepirne di nuovi, partendo da queste esperienze.

Questa era l’ultima mia domanda. Grazie per il tuo tempo dedicatoci.

Grazie a te Giuseppe e alla redazione del Corriere dello Spettacolo.

Giuseppe Sanfilippo

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