“Il giardino chiuso”. Lodovica San Guedoro, edizioni Effigi

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A cura di Maria Antonietta Montella

 

Il mio cuore è un uccello che sbatte di continuo contro un muro: la tua anima! Che la tua anima sia chiusa, per un motivo o per un altro, non importa. Quello che conta sono

le mie ali ferite e il muro duro, chiuso”.

Hai fatto bene a comportarti male, così mi hai guarita: ora non ti amo più”.

Ho una proposta, sì, una proposta: giacché ora sappiamo entrambi che tutto è finito, cioè che niente può cominciare, fammi conoscere almeno quello che perdo, che perdo per sempre: baciami una volta sola, baciami per davvero, che io possa ricordarlo in eterno! Baciami per suggellare la fine”.

È questo lo stile di Laura…

Dalle pagine di un vecchio manoscritto riaffiora un passato iridescente e inquieto, in cui una scrittrice e un giovane attore, Laura e Giovanni, s’incontrano irresistibilmente giorno dopo giorno tra le vie di Roma. Con una scrittura intensa e visionaria, Lodovica San Guedoro mette in scena l’incanto e la crudeltà dei sentimenti, lasciando emergere il mistero di un legame che resta sospeso, incompiuto, ma indimenticabile.

A proposito del mistero, Laura, alla fine del primo capitolo:

Non è questa sempre stata la mia passione principale?  In tutto e sopra tutto, nell’arte e nella vita, non ho amato io, sempre, e non amo  proprio il mistero? La più bella, la più forte, la più affascinante,  la più antica, la più selvaggia prerogativa della  vita non è il mistero?

Ma  questo romanzo iridescente ha radici nel lutto…

“Il sole sanguina. Era così vitale, era la vita stessa. Era ancora giovane di spirito e di corpo, era fatto per vivere, per non morire mai, era la bontà in persona, la saggezza, la bellezza. Queste non possono ammalarsi e morire. Il mondo cesserebbe di esistere.

Il sole sanguina. Di notte il suo letto è vuoto. La sua chiave non gira più nella serratura della porta. Non lo sento più ridere, parlarmi, chiamarmi.

Il sole sanguina. Chi è quella che si aggira per le stanze? Sono proprio io, ancora io? Quella stessa persona che ero? Anch’io, pur camminando, muovendomi, non ci sono più, da quando mio marito è morto. E le stanze, i mobili, gli oggetti, gli alberi fuori dalla finestra, il cielo, gli uccelli, tutto è cambiato. Non mi parlano più, non mi emozionano più, tutto si è irrigidito, mi fissa vitreo, ostile e pauroso.

Perché quell’uccellino sull’acacia cinguetta vispo, se mio marito è morto? È troppo barbaro, troppo crudele che lui sia morto e quell’insignificante espressione della natura continui a esistere. Il sole sanguina.

Quando mi guardo indietro, ritraggo lo sguardo con orrore come di fronte a un abisso che vuole inghiottirmi. Non posso ricordare la mia vita passata, perché tra quelle forme sempre vedo il suo viso sollevarsi… Allora distolgo lo sguardo, volgo il capo in un’altra direzione, nella vuota stanza in cui sono.

Ma non alzo lo sguardo nemmeno al futuro. Il futuro è per me solo grigia nebbia, vuoto, sigillato dietro porte arcigne e spettrali.

Oggi ho trovato queste carte… Una commedia scritta tanti anni fa, distante da me mille anni luce. Si tratta di una storia veramente avvenuta. È un frammento della mia vita trascorsa.

Oggi volevo sfuggire per poco al presente, e ho avuto il triste coraggio di affacciarmi sull’orlo del passato, di rileggerla, perché sapevo che lui lì dentro non c’era… C’ero io e un mio amico attore, di cui mi ero allora innamorata.

Laura sono io. E Giovanni è lui.

E così, da questo presente senza luce, mi volgo verso un passato ammaliante e iridescente che una volta fu il mio presente.

Eravamo a Roma…”

Il dolore per la precoce scomparsa di una persona tanto amata non si comunica. Non ha parole. È muto. Quando qualcuno muore tutto cambia, non è vero che il tempo dilava il dolore. Anche quando ricordi altri amori, anche quando vuoi ricordare per ricercare sprazzi di vita che non ti appartengono più. Laura si volge al ricordo per non pensare.

Il giardino chiuso è un romanzo teatrale vivido come un film. L’autrice non è nuova a contaminazioni, già ne La vita è un sogno  mescola queste arti con stupefacente, innata abilità e risultati di pura eleganza.

Il titolo, così suggestivo e simbolico, deriva dal Poema paradisiaco di Gabriele D’Annunzio, di cui Giovanni recita una notevole parte nel corso di una passeggiata a Trastevere e poi di nuovo al Verano. I versi in cui compare:

Siete per me come un giardino chiuso,

dove nessuno è penetrato mai.

Di profondi invisibili rosai

giunge tale un divino odore effuso

che atterra ogni desìo di chi l’aspira.

Il giardino chiuso è una storia che travolge per la sua modernità e per la donna nuova che hai di fronte. Laura osa con naturalezza dire e fare tutto. Anche quello che una ragazza di buona famiglia non dovrebbe dire e fare. Giovanni sente, riconosce la forza e la superiorità di lei.

Barbara Anderson su Les Fleurs du mal:

“Laura è indimenticabile nel suo oscillare tra l’audacia e il pudore, la passione che la divora e la dignità che cerca di trattenerla. È libera nel suo abbandono, ma anche incerta e timorosa nel suo trasporto ingenuo e innocente. Pura, incontaminata, fragile e per questo anche forte e impetuosa, travolgente, combattuta tra la morbosa voglia di appartenere e il desiderio di restare libera.  C’è in lei una femminilità ferita ma orgogliosa, una forza vulnerabile. ”

Ancora Barbara Anderson:

“Lodovica ha senza alcun dubbio uno stile unico e inimitabile, capace di fondere la cultura con il sentimento, con l’intelligenza, con la grazia, ironia e commozione.”

“Anche quest’opera di Lodovica è, come le altre, di rara bellezza e profondità.”

“Un romanzo che è vera letteratura, bellissima, integra e luminosa come quella di un tempo. Una scrittura che non scende mai nel banale e restituisce di fatto alla parola il suo valore sacro, quello che solo i grandi autori sanno evocare.”

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