Intercity Barcellona: Kant era Sperduto?

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di Tommaso Chimenti

SESTO FIORENTINO – Un intreccio di corna, tradimenti, gelosie, fiducia, amicizia e amori, matrimoni stantii si intrecciano sullo sfondo di “Sperduti”, testo del catalano Ramon Madaula, per la regia di Dominick Tambasco, all’interno di Intercity Barcellona, rassegna che ogni anno indaga la drammaturgia di un Paese, di una Capitale. Un testo un po’ datato, del ’18, vagamente banale, per capire dove sta andando il teatro in Catalogna, una drammaturgia molto leggera ed effimera per capire che cosa pensano, cosa esprime oggi quella parte d’Europa tra voglia di separatismi e una tensione ideologica sempre costante e forte nei confronti di Madrid. Una storiella che ci ha lasciati tiepidi questo “Sperduti”, carina e innocua, che ci ha regalato qualche sorriso ma che, in definitiva, ci ha fatto sentire abbastanza frustrati per una commedia che non sposta, non colpisce, non infiamma gli animi, che non scuote né fa riflettere. Da zero a zero. Certo, un (buon) intrattenimento scontato e ordinario, divertente, dinamico, d’evasione potremmo dire. Ma da cosa dovremmo evadere? Due operai, manutentori di sistemi di riscaldamento (la caldaia accende i termosifoni, quindi la miccia, la scintilla, dà calore alla casa, riscalda, ristora, quello che i due sanno fare per lavoro ma che non sanno più fare nel loro privato), si ritrovano sempre nello stesso bar e da colleghi di lavoro diventano amici. Si raccontano, si aprono, si confidano, soprattutto sulle rispettive situazioni familiari, le piccole crisi matrimoniali, il menage stanco e la routine casalinga, la quotidianità che si ripete, la noia, lo stallo, l’insoddisfazione, compresa quella sessuale. Gabriele Giaffreda è Lluis (un po’ George Clooney), Simone Tangolo è Joan (ci ha ricordato il Diego Abatantuono de “I fichissimi”: una buona alchimia la loro) che tra un caffè e un whisky organizzano un contratto, redigono un gioco, provocazione, patto orale per mettere alla prova sia la loro neonata amicizia sia il rapporto con le rispettive consorti. La trama già vista e sentita nel “Così fan tutte” dove Ferrando e Guglielmo scommettono con Don Alfonso sulla fedeltà delle loro fidanzate, Dorabella e Fiordiligi. Casualmente o per varie concomitanze familiari ognuno singolarmente si incontra con la moglie dell’altro (esaltando la fedeltà irreprensibile delle donne e sottolineando la meschinità degli uomini: cliché superati abbondantemente da decenni) raccontando poi al coniuge reportage dettagliati al bar (inutile la presenza della ragazza barista; ci aspettiamo che abbia una qualche rilevanza con uno dei due protagonisti mentre nella realtà scenica versa soltanto da bere agli operai; sorvoliamo sulla performance-incursione danzereccia conclusiva in un finale bis posticcio del quale non sentivamo la mancanza né la necessità) aizzando la gelosia dell’amico divenuto a quel punto rivale. Se il primo racconta la verità, il secondo si inventa che con la moglie dell’amico ci sia stato del sesso al primo appuntamento, addirittura sotto un albero di melo, primo indizio biblico, come l’albero della discordia, del serpente tentatore e del pomo vietato. Il testo è molto consolatorio e democristiano: al tradimento il primo reagisce cercando di guardare, vedere, ascoltare maggiormente la compagna ricomponendo il matrimonio, amandola di più, rimettendo a posto i cocci di anni passati logorandosi tra le quattro mura. Senza scossoni ci si incammina verso il finale dove uno stereotipato, ipotizzabile e immaginabile coup de theatre ci attende: le mogli, scoperto l’inganno, si prendono qualche giorno sabbatico, la classica pausa di riflessione, e partono per un fine settimana (per recarsi al Museo del Prado a vedere i quadri di Bosch, seconda traccia biblica con le sue tavole del Giudizio Universale, il che certifica la cultura delle donne contro l’essere bifolchi, burini e villani dei loro uomini, basici e in qualche modo scimmieschi) che avrà risvolti hot, osé e saffici. Insomma tutto già visto sotto al sole con quel tocco di rivincita rosa e vendetta pungente, sulla carta imprevedibile ma purtroppo prevedibilissima, di un sano e, ovviamente, positivo e battagliero femminismo barricadero (il candore virgineo e puro delle donne è svelato, palese e lampante, anche dalla scelta dei nomi, assolutamente non casuale, per la terza incursione biblica: Maria ed Ester) che giustamente reagisce contro lo sconfitto, gretto e sciocco, marcio e démodé machismo patriarcale. Chi perde, alla fine, è sempre il maschio, che, in quanto tale, nasce ed è retrogrado, fallace e guasto, con il suo ruolo che ormai è superato e superfluo, sostituibile e futile. Chi si ferma è sperduto. E chi è rimasto ancorato al passato, chi si è fermato è, neanche a dirlo, l’uomo i cui punti di riferimento sono stati messi in dubbio, scivolando e crollando sotto il peso del rinnovamento, del domani, del futuro, del verbo portato avanti dalle paladine dei diritti. Guadagniamo l’uscita con la strana sensazione di piacevolezza, per la forma, e di delusione, per i contenuti.

Di tutt’altro tono è “L’Imperativo categorico” per profondità, acume, sensibilità sociale. Unica pecca l’essere stato in versione mise en espace, con il copione in mano si perde molto della fascinazione, del pathos, dell’immersione nella scena anche se i due attori, Tommaso Taddei, anche regista, con gli occhi spiritati che sembra uscito da “Arancia Meccanica”, e Rossana Gay, utilizzano al meglio lo spazio povero (due sedie e un tavolo) per sopperire a questi fogli che intralciano la visuale e che, solitamente, fanno decrescere la credibilità di un testo a metà strada tra una lettura e l’interpretazione. Si sente che il testo è stato scritto da un’autrice, Victoria Szpunberg: la donna è al centro, con le sue paure, psicosi, tremori, mentre le ruotano-ronzano attorno varie figure maschili ognuna portatrice di discordie, animosità, criticità, problematicità. L’uomo qui è il potere, tu chiamalo “patriarcato”, se vuoi. Una professoressa universitaria alle prese con l’insegnamento di Kant, si desume dal titolo, che però inserisce nel suo programma Kafka. E qui inizia una caduta negli Inferi, una scivolata dopo l’altra, un lento declino nel vortice di un castello, appunto, kafkiano, fino a toccare, amaramente, anche se si ride delle vicende fantozziane occorse alla protagonista, il punto di non ritorno. Non riesce a dormire perché il vicino di casa tiene la musica altissima fino a tarda notte, ha scatti di nervi, parla da sola, ha cali di pressione e sviene spesso, cerca un nuovo appartamento ma, a causa dell’overtourism e del fatto che Barcellona è stata trasformata in una serie interminabile di b&b (la fine che ha fatto Venezia e quella che faranno ad esempio città come Firenze e Napoli), riesce soltanto a trovare sottoscala pagati a peso d’oro. Ha gli acufeni, è stressata, ha un forte esaurimento, soffre di depressione, è aggredita e corrosa dall’ansia.

Sembra quasi che soffra della Sindrome di Tourette, è una pentola a pressione che non riesce a sfogarsi, impallinata in ogni direzione senza salvezza, senza rimedio, senza possibilità di tornare a respirare serenamente. Taddei è il preside del dipartimento inquadrato e burocrate ottuso, è il cameriere che pare comprensivo per poi saltarle addosso, è il vicino di casa russo arrogante che verrà trafitto dalla professoressa con un coltello (qui echi da “Lo Straniero” di Camus), è lo psichiatra che proferisce come mantra “Bene, bene, bene” quando non va bene per niente, è l’agente immobiliare che cerca di propinarle un loft minuscolo a prezzi folli, è l’uomo trovato su Tinder (uno dei migliori scambi di dialoghi della serata) un tuttologo, di quelli che hanno fatto “l’università della strada” e che spaccia banalità per verità, è il poliziotto che ascolta la sua deposizione quando va in Questura per consegnarsi alla giustizia e confessare un omicidio ma, anche in quel caso, non viene considerata, ascoltata né vista dall’uomo di turno. Oltre all’overtourism, al caro affitti e alla conseguente crisi abitativa, la Szpunberg tocca anche il problema dello smercio e spaccio di cocaina con il porto di Barcellona che è diventato uno degli sbocchi a livello planetario dove quotidianamente arrivano tonnellate di polvere bianca nei container dal Sud America da immettere nel florido mercato europeo e infine anche l’empasse dei docenti nei confronti degli studenti, anche se maggiorenni, vilipesi, bloccati nello stallo di dare qualsiasi regola, o voto, sempre sotto il giudizio e la lente di ingrandimento di un video ripreso con i telefonini e messo online, di una denuncia, di uno screditamento professionale soltanto perché si è stati rigidi, professionali, severi. Siamo tutti ingranaggi e parti di un meccanismo, il cosiddetto Sistema, che, se non rispettiamo le regole che ci impone, ci fagocita e stritola e tritura, facendoci credere di essere liberi quando invece siamo soltanto pesci che seguono la corrente del mare, immersi in un’onda più grande di noi, intenti a risolvere problemi più che a preoccuparci della nostra esistenza e soprattutto della felicità sempre più miraggio. Siamo piccoli, frammentati, frammentari, divisi, schiacciati da conformismo, mediocrità, superficialità, granelli di sabbia dispersi per le strade delle grandi metropoli a fare pendant con l’arredamento urbano con il diktat di dover essere sempre docili, remissivi e frustrati. “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”.

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