“Tonio” dai nove “do”

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Alla Scala va in scena il buonumore con La Fille du régiment di Gaetano Donizetti. Appuntamento nel cartellone scaligero con la commedia in musica, molto atteso per godere della presenza di Juan Diego Florez, beniamino del pubblico, che torna a misurarsi a Milano con il personaggio di Tonio dopo la stratosferica eccellenza raggiunta nell’edizione del febbraio 2007. A Parigi era tradizione, nel giorno della presa della Bastiglia, veder La Fille du régiment regolarmente messa in scena all’Opéra-Comique, teatro popolare in cui gli spettatori prevalentemente di estrazione borghese, accorrevano per rivivere le vicende di Marie, vivandiera del 21° Reggimento e dei suoi compagni, allegramente infiocchettati con coccarde tricolori e patriotticamente inneggianti alla Francia, al suono dei rutilanti “rataplan” cantati nell’opera. Dramma giocoso in due atti, musica di Gaetano Donizetti su libretto di Jean Francois Bayard e Jules Henry Vernoy de Saint Georges, andò in scena per prima volta al Théâtre de l’Opèra Comique di Parigi l’11 febbraio 1840. Scritta in un genere che alterna al canto ampi squarci di recitazione (raramente tentato da compositori non di lingua francese), sfortunatamente l’opera inizialmente non incontrò un gran successo. Forse da attribuire alla protagonista, tal Maria Borghese o Bourgeois, debuttante a Parigi dopo una brillante carriera nei teatri italiani, che non si rivelò all’altezza delle difficoltà dello spartito (pur essendo stata indicata personalmente da Donizetti) deludendo le attese. Le recensioni furono per la verità, abbastanza lusinghiere e blandamente adulatorie: rimarcando la raffinatezza e il canto malizioso, non bastanti a conquistarle i favori del pubblico parigino. Peggio il tenore Mariè, Tonio ritenuto fuori parte. Gli effetti militareschi della musica, su cui poggia gran parte della caratterizzazione dell’opera, non piacquero completamente, tanto che Berlioz, sempre velenoso quando si trattava di giudicare i colleghi, accusò Donizetti di aver riproposto, dopo i dovuti camuffamenti, un’opera caduta in Italia: Betly o la capanna svizzera. Il compositore bergamasco pubblicò una smentita sui giornali parigini, negando che tra le due partiture ci fosse correlazione. Otto anni più tardi, morto il musicista, i parigini compresero il valore della Fille du régiment, amandola poi profondamente. Cambio d’opinione tardivo: nel frattempo alla partitura erano arrisi successi in Italia, Germania, Inghilterra, e nella stessa provincia francese. Opera brillante, costellata di arie “rullanti”, accompagnate da tamburi e fanfare militari, in cui l’azione ruota attorno a un’eroina briosa e piena di vita, attorniata da caratteri comici simpatici e bonari, come il vecchio Sergente Sulpice del 21°. L’azione ha luogo fra i monti del Tirolo svizzero, verso il 1815, nel periodo delle guerre napoleoniche. Da ricordare infine che Gaetano Donizetti preparò nello stesso 1840 La figlia del reggimento, adattamento italiano per il Teatro alla Scala, vera e propria riscrittura in cui i dialoghi parlati, caratteristica dell’opéra-comique, si trasformano in scene interamente orchestrate. Alcuni pezzi di gusto squisitamente francese sono sacrificati per altri più consoni al gusto italiano, come il finale, che vede sostituito il celeberrimo Salut a la France con un duetto. L’incantevole e affascinate ruolo di Marie è stata uno dei favoriti delle grandi primedonne del XIX e XX secolo, tra le più famose Henriette Sontag, Adelina Patti e l’adorata Jenny Lind, rappresentata spessissimo nelle stampe ottocentesche nelle vesti della vivandiera del reggimento. Nel secolo appena trascorso ricordiamo Lina Pagliughi, Joan Sutherland, Beverly Sills, ma anche Mirella Freni e Natalie Dessay. L’allestimento messo in scena dal teatro milanese porta la firma di Laurent Pelly per regia e costumi (ripresa da Christian Räth), scene di Chantal Thomas, luci Joël Adam e coreografia di Laura Scozzi. I dialoghi Agathe Mélinand. Si tratta di una ricostruzione del Grand Teatre del Liceu di Barcellona, da una coproduzione originale del Metropolitan Opera di New York, Royal Opera House Covent Garden di Londra e Wiener Staatsoper. Allestimento godibile nella sua semplicità ed efficacia, anche se strizza l’occhio al pubblico a suscitare un facile al consenso, con trovate al limite del circense: quei mutandoni, stesi sul filo, che si avanzano a tempo di musica. O l’ingresso di carro armato, o il quadrone finale del “gallo” di Francia, emettente anche un sonoro chicchirichì, in una plateale estroversione che sovraccarica la vicenda mentre il secondo atto, più stilizzato nelle scene e astratta nei bei costumi alla “My fair lady” riesce più godibile.  Il regista fa di Marie una Pippi calzelunghe ante litteram, dall’indomito carattere selvaggio, relegandola in un cliché scontato e dalle movenze d’automa che la privano di una calda umanità. Godibile la parte musicale, con la maggior parte del merito da ascrivere sul palcoscenico alla consumata maestria di Juan Diego Flórez nel personaggio di Tonio (che gli calza come un  guanto), riuscendo ad essere ancora sorprendente, non solo per le condizioni vocali a fronte di trent’anni di carriera (lo si ricorda ancora quale Chevalier Danois nell’Armide di Gluck, il 7 dicembre 1996), ma per l’interpretazione che riesce ancor più matura. Certo il volume di voce si è assottigliato e lo smalto del timbro è meno intenso, ma “corre” per tutto il teatro per la perfetta impostazione, giovandosi di una musicalità che lo mette a suo agio di fronte a qualsiasi asperità vocale. L’ottava alta è ancora privilegiata, e la fa valere in Pour mon ame, la famosissima aria dai nove Do – eseguito senza tentennamenti di sorta, suscitando un boato d’applausi. Tenero e partecipe interprete, significa ogni parola mostrando, nel corso della rappresentazione, il compimento di uno sviluppo nella personalità del personaggio, dall’ingenuo e stolido tirolyen iniziale, al convincente amoroso nel duetto Depuis l’ìnstant in cui mette tutta la carica e partecipazione, per divenire tenero amante nel successivo ensemble A cet aveau si tendre, accanto al più asettico soprano. Sempre vario e sapido nei recitativi trova sfumature giuste per ogni frase, tocca momenti di pura commozione in Pour me rapprocher de Marie, pura lezione di canto grazie al tono malinconico che la voce sua assume nel canto di fonazione francese. Attore consumato, completa la sua recitazione con una gustosissima mimica facciale. Meno sorprendente la Marie di Marie Julie Fuchs, voce “piccola” di scarsa risonanza sensuale nel timbro puntuto, pur proiettata. S’impegna ma non colpisce, non ammalia e non travolge nelle acrobazie di coloratura. Sprizza allegria e gioia di vivere nell’iniziale duetto con Sulpice, svetta in alto in Au bruit de la guerre, ma i bassi sono flebili. Festante nel rondò Chacun le sait briosa, le agilità pur nitide e fluide, mancano di rotondità e spessore. Riesce struggente in Il faut partir in cui, sfruttando un canto a mezza voce, trova accenti di struggente malinconia, in lineare arcata sonora. Esagerata carica di comicità nel trio Le jour naissait dans le bocage, e troppo studiata nelle stridenti stonature. Meglio fa in  Par le rang et par l’opulence mette più ricchezza di colori, accenti di un canto elegiaco. Conclude con il pirotecnico Salut a la France a metter in mostra una coloratura fine a se stessa, non resa a fini interpretativi. Il veterano Pietro Spagnoli era Sulpice gustoso e molto ben calibrato, dallo strumento vocale ancora omogeneo. La Marquise de Berkenfield aveva la voce e l’azione di una puntuale (anche se non carismatica) Géraldine Chauvet.  Efficace il tremebondo Hortensius di rotonda dizione di Pierre Doyen mentre Barbara Frittoli riduce La Duchesse de Crakentorp a una macchietta caricata. Buono il Caporal di Emidio Guidotti, flebile paysan Aldo Sartori, Un notaire Federico Vazzola. Non più che corretta la direzione di Evelino Pidò alla guida dell’Orchestra del Teatro alla Scala che pur assecondando le voci, non ha saputo elaborare una direzione sprizzante vitalità e brio. Efficace nei coloriti interventi il Coro scaligero, diretto da Alberto Malazzi. Successo calorosissimo per la compagnia di canto, con punte di puro entusiasmo per la protagonista Fuchs, ma ancor più per Juan Diego Florez. Al Teatro alla Scala.

gF. Previtali Rosti

Foto Brescia e Amisano

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