L’Oreste (Ὀρέστης) è una tragedia rappresentata ad Atene nel 408 a.C., negli ultimi anni della vita di Euripide.
Si tratta di una delle opere più tarde del tragediografo e riflette chiaramente la sua disillusione verso la polis ateniese, ormai logorata dalla guerra del Peloponneso e dalla crisi dei valori tradizionali.
L’autore riprende la vicenda del matricidio già narrata da Eschilo nell’Orestea, dandone una lettura completamente diversa, esternata attraverso un dramma della follia, della solitudine e della disgregazione morale. Euripide, tuttavia, capovolge molti degli aspetti eroici tradizionali del mito, mostrando personaggi psicologicamente vulnerabili, immersi in una società priva di valori certi.
La tragedia affronta temi attuali e interessanti: la vendetta, la colpa, la follia, la legge, l’amicizia, la solitudine dell’individuo. In particolare Euripide amplifica l’aspetto psicologico e sociale della vicenda mettendo in scena non solo il fato, ma anche la complessità della coscienza umana, la fragilità interiore.
La versione proposta è un adattamento con regia di Alessandro Machìa, che indaga con insistenza la dimensione del divino e dell’umano. Lo spettacolo riprende il mito di Oreste(interpretato magistralmente da Marco Imparato), perseguitato dalle Erinni dopo aver ucciso la madre e in balìa di divinità e assemblee che condannano il suo gesto. La tensione drammatica è palpabile: Oreste non è solo eroe, ma vittima e carnefice di sé stesso, abbandonato, perseguitato e la sua amicizia con Pilade emerge come una delle poche luci tra le tormentate vicissitudini del protagonista. Il legame tra Oreste e Pilade permette all’illustre Euripide di introdurre il tema dell’amicizia , tema altrettanto importante quanto il destino o la vendetta.
ll rapporto tra Oreste e Pilade è uno dei più intensi ed autentici del teatro greco: Pilade, (interpretato da un eccellente Giulio Forges Davanzati), è l’unico che non abbandona l’amico, lo sostiene e condivide il peso della sua colpa.
Euripide innalza l’amicizia a valore assoluto, unico legame autentico in un mondo ormai in disfacimento.
Molti studiosi, tra cui la grecista Eva Cantarella, hanno rilevato come, nel caos dell’ingiustizia, Pilade simboleggia la fedeltà, la compassione, l’umanità. Il suo legame con Oreste va oltre l’ordinaria amicizia: è come se fossero due in uno, una sorta di «uno per due» nell’emergenza del fato. Pur non essendo il protagonista assoluto, la sua fedeltà evidenzia la vulnerabilità di Oreste, che senza di lui sarebbe più solo.
La regia di Alessandro Machìa riesce ad offrire una nuova vita ad un testo antico: la solitudine dell’uomo, la sua agitazione interiore, la fragilità davanti al sacro emergono visibilmente e con decisione.
Il cast è ben armonizzato e affiatato: tutti gli attori danno corpo ad una tragedia che non è solo storica o mitologica, ma umana e psicologica, potendo contare su attori di rilievo come Andrea Tidona, Marco Imparato, Giulio Forges Davanzati, Alessandra Fallucchi, Claudio Mazzenga, Silvia Degrandi, Caterina Petrucci, Alessandro Giorgi, Alessia Ferrero.
I dialoghi sono incisivi, ricchi di ironia e di riflessione morale.
Le scene, i costumi, le luci e l’intera scenografia collaborano nella restituzione di un’atmosfera cupa, intensa, che fa percepire la tensione tra libero arbitrio, colpa e intervento divino.
La performance riesce a dar voce all’angoscia e al tormento: Oreste non è un semplice eroe, è un uomo lacerato e lo spettacolo lo fa percepire. Questo contribuisce a una resa che si avvicina alla sensibilità contemporanea.
A volte l’intervento divino (quel deus ex machina, tipico di Euripide) può risultare un po’ forzato, fuori luogo, alleggerendo la tensione tragica essenziale.
Questo mette in evidenza nient’altro che la sfiducia nella razionalità: la salvezza non proviene più dagli uomini, ma da un intervento esterno e artificiale
Insomma, lo spettacolo è un ottimo esempio di come un classico come Oreste possa esser reinterpretato con vigore e decisione. Se siete appassionati del teatro che esplora l’animo umano, il conflitto tra volontà e destino, la tragedia come riflessione e non solo come evento, questa messinscena, tenutasi al Teatro Arcobaleno, merita di essere segnalata per future repliche.
Rachele Carrè

