Ospitalità al Teatro Strehler con un titolo importante, che immediatamente evoca grandi interpreti e storiche produzioni: Re Lear, nuova produzione firmata da Teatro di Roma, Effimera e LAC Lugano Arte e Cultura. Gabriele Lavia, uno dei decani del teatro italiano, passata la soglia degli ottant’anni, decide di cimentarsi con il vecchio Lear, dopo essere stato Edgar nella storica messinscena di Giorgio Strehler, nella Stagione del Piccolo Teatro 1972/73. L’attore esplora il campo della follia, allestendo questa che è definita la tragedia per antonomasia. In questo testo, accanto alla pazzia, vista come rifugio, sono presenti anche altri elementi d’indubbia importanza che lo rendono difficilmente rappresentabile, poiché solo in parte si mette in luce tutto il carico di ambiguità e d’interrogativi che s’intrecciano nel testo: l’incapacità di spiegare razionalmente la vita. Un compito che al grande drammaturgo è poeticamente riuscito. Re Lear, tragedia rappresentata davanti a Giacomo I la notte di Santo Stefano, durante le vacanze di Natale del 1606. La storia di Lear e delle figlie era antica e ben conosciuta all’epoca in cui Shakespeare compose la tragedia, anche al pubblico dei teatri. La critica fa osservare che nei confronti delle “fonti” l’atteggiamento del drammaturgo è stato insolitamente scrupoloso e attento; sola “licenza” quella del personaggio più straordinario della tragedia: il fool, il matto. E non è improbabile che il poeta la leggesse la prima volta nel suo Holinshed, che proponeva la vicenda in termini di leggenda se non di fiaba. Holinshed, infatti, informa che il regno di Lear iniziava dall’anno 3105 dalla creazione del mondo; nell’anno, cioè, in cui Joas prese a regnare su Giuda, così come Cordelia, la figliola buona, gli successe nell’anno 3155, ben cinquantaquattro anni prima della fondazione di Roma, durante il regno di Giuda e Geroboamo in Israele. Il nucleo della storia, allora, è in Holinshed assieme ad una prima onomastica: le proteste esagerate d’affetto di Regan e Gonorilla, la ragionevole limitazione difesa da Cordelia, il matrimonio delle tre figliole, i maltrattamenti delle prime due, fino a che Lear si rifugia in Gallia per reclamare l’aiuto della terza, lo sbarco di costei in Britannia con le forze armate, la vittoria sulle sorelle e la reintegrazione del padre sul trono (sul quale regnerà ancora per due anni), prima che Cordelia gli succeda Non c’era in Holinshed la spartizione del regno alle figlie perverse alla sua morte. La sua esautorazione avveniva per gradi; e la perfidia delle due figlie, in fondo, si riduceva a questo. E’ importante seguire e individuare l’atteggiamento di Shakespeare nei confronti di tutte le “fonti” che vengono ampliando il nucleo centrale della storia. Si aggiunga che in nessuna delle pur numerose fonti, il drammaturgo inglese poteva trovare suggerimenti per il personaggio più straordinario della tragedia: il fool, il matto. Dramma complesso e scomodo, modulato su una struttura narrativa quadripartita e di parallelismi, nel quale, oltre ai temi della classicità come l’amore, l’ambizione e la gelosia, si racconta del rapporto violento e doloroso tra apparenza e realtà, entro il quale è possibile agire con nobiltà solo mascherandosi – Kent/servitore e Edgard/Tom. Con Re Lear Shakespeare tocca le cime più alte della sua arte di drammaturgo e di poeta. L’urlo di Lear: “Matto, no, dei! Non voglio diventare pazzo!”, è forse l’esclamazione più allucinante che l’uomo abbia pronunciato davanti alla morte che si fa avanti nel disfacimento della vecchiaia. Questa la tragedia quale fu concepita dal genio del bardo inglese, che nello svolgerla riuscì a eguagliare l’intensità e la potenza della tragedia greca. Una nota curiosa è l’esistenza di uno scioglimento diverso, che fu raffazzonato ad uso di attori inglesi che giudicarono più saggio porre un finale lieto al termine della storia: Re Lear e Cordelia, secondo questa variante irriverente dell’idea del drammaturgo, sono salvati da Edgardo, il quale sposa Cordelia, rimasta erede del padre. Gloucester benedice gli sposi…e Shakespeare si rivolta nella sua tomba! La traduzione utilizzata in questa nuova produzione è di Angelo Dallagiacoma e Luigi Lunari, senza sfumature consolatorie, impastata di dolore e disperazione, in cui i personaggi “negativi” mostrano il limite dell’arroganza umana: resta solo un deserto di disperante crudeltà, un’onda che sembra propagarsi all’infinito e non cessare. Il Re Lear di Gabriele Lavia è un vecchio stanco che si trascina, capriccioso e facilmente iroso, tirannico senza curarsene, geloso dell’adulazione e del consenso dei suoi cortigiani, riesce abbastanza bene nel tratteggiare la ridondante e fisica imperiosità del monarca e l’incontestabile ubbidienza in ogni sua pretesa, pur ridotto a un enfant gâté dall’immemore potere. Potente nelle maledizioni, sconsolato nelle considerazioni sull’ingratitudine filiale, partecipe ma non straziante nei momenti in cui fa prova e tocca con mano le commozioni umane (Soffiate venti). Meno sublimato e pregnante nella scena della follia, non possedendo la corda astratta della pazzia, forte tensione emotiva tra psiche e corpo e non schizofrenica farneticazione. Lavia soffre più fisicamente che interiormente e tuttavia, in un esagitato andirivieni, si erge sull’intera compagnia per maestria e sapienza attorale, maestro nello scolpire la parola: costruisce Lear, più che intrinsecamente viverne le laceranti e drammatiche passioni. Manca la profonda tragicità del personaggio, non riuscendo a marchiare nell’animo dello spettatore i disgreganti drammi che vive. I compagni di palcoscenico fanno corona all’attore con professionalità, senza che nessuno spicchi per carisma. Pregevole e rude interpretazione di Mauro Mandolini, quale Conte di Kent; sovraccaricato da inane balbuzie; si rileva l’artigianato attorale di Luca Lazzareschi, Conte di Gloucester in fraseggio quasi profetico e dai dolenti accenti finali. Per veemenza di fraseggio e subdola quanto lucida malvagità si apprezza Ian Gualdani, (Edmund), la cui l’interpretazione, marcata da violenta e fisica passione, lascia intravedere una complessità d’animo. Giuseppe Benvegna, non sviscera completamente il complesso e sfaccettato personaggio di Edgard che vivifica con buona volontà. Il Matto di Andrea Nicolini, è attore accattivante ma senza lo spessore per esplicitare a fondo la follia di cui è portatore, stralunato e clownesco nella relazione con il “nonnino” Lear. Non più che corrette le parti femminili delle due regine – Goneril di Federica Di Martino, Regan di Silvia Siravo – altezzosamente asciutta e cuor di marmo la prima, più passionale la seconda, espressive nelle esagerate proteste d’affetto per Lear, si fan valere scenicamente, anche se, nel finale, tendono a calcare sul pedale dell’interpretazione. Cordelia è Eleonora Bernazza, dal bel personale e dall’ancor più interessante materiale vocale e di canto (pur relegata in una parte limitata) sensibile ai palpiti del personaggio. Giovanni Arezzo, un iroso e veemente, anche se tutto in superficie, Duca di Cornwall mentre Giuseppe Pestillo, era uno statico Albany. Beatrice Ceccherini un asettico Oswald, Gianluca Scaccia intenso Francia, Lorenzo Tomazzoni inerte Borgogna e Alessandro Pizzuto Servo. Non particolarmente coinvolgente lo spettacolo, impiegando il solito bric a brac di elementi per evocare a vista il farsi del teatro, è firmato per regia dallo stesso Lavia, scene di Alessandro Camera e costumi sontuosi di Andrea Viotti. La regia pur funzionale in più momenti, non appare sempre omogenea e della stessa qualità inventiva, in un estenuato entrare e uscir da fuori scena. Pubblico attento e in relazione empatica con il palcoscenico, festeggia la compagnia nel finale, riservando a Gabriele Lavia un particolare calore. Milano, Teatro Strehler. Recite fino al 9 novembre.
gF. Previtali Rosti

