Introduzione: Anatemah è un trio musicale che unisce sperimentazione, improvvisazione e elettronica, creando un universo sonoro unico e stratificato. Il loro nuovo album esplora tematiche di introspezione, vulnerabilità e trascendenza, segnando una nuova fase della loro evoluzione artistica. In questa intervista, i membri del gruppo raccontano il processo creativo dietro il disco, le scelte stilistiche e ciò che li guida nella composizione e nelle performance dal vivo.
Nel nuovo album avete esplorato tematiche di introspezione, vulnerabilità e trascendenza: come avete cercato di fare qualcosa di nuovo con queste emozioni, evitando semplicemente di ripetervi?
Michele: «Abbiamo cercato di dare alle emozioni una forma nuova, non tanto raccontandole ma facendole accadere dentro il suono. La vulnerabilità, per esempio, è diventata un criterio estetico: il suono che si incrina, il fiato che cede, il ritmo che si sposta. Ci interessava la parte fragile, non quella eroica. Ogni brano è nato da un piccolo cedimento, da una crepa che si è trasformata in un linguaggio.
La vostra evoluzione musicale ha attraversato varie fasi — quanto guardate al passato e quanto volete rompere con esso in questo lavoro? Quali elementi stilistici avete voluto conservare, e quali invece decidere di lasciare andare?
Alessandro: «Credo che il passato non vada mai negato, ma attraversato. In questo disco abbiamo tenuto viva l’idea del trio come dialogo paritario e la libertà dell’improvvisazione, ma abbiamo lasciato andare le forme troppo codificate, la prevedibilità. Volevamo un linguaggio più esposto, più vulnerabile, che accettasse anche l’errore come parte del processo creativo. È un modo per restare vivi, non per replicare schemi.
Puoi parlarci del processo creativo dietro questo album: quando è nato, come avete scritto i pezzi (insieme, separatamente?), e in che modo è stato diverso rispetto ai lavori precedenti?
GianRanieri: «È nato da un lungo lavoro collettivo, in cui ognuno portava materiali, idee, frammenti sonori, che poi smontavamo e ricomponevamo insieme. Molto è nato dall’improvvisazione, ma non nel senso di “jam”: piuttosto un ascolto reciproco molto profondo, dove ogni gesto dell’altro diventava spunto per costruire. L’elettronica ha avuto un ruolo importante nel legare e trasformare tutto, nel creare ambienti sonori da abitare. È stato un processo circolare, più che lineare.
Quando componete un disco così intenso, a quale tipo di ascoltatore pensate? Preferite parlare ai vostri fan storici o cercate anche nuove persone? E che effetto sperate che abbia su di loro?
Alessandro: «Non pensiamo a un ascoltatore preciso. Ci interessa più creare uno spazio di ascolto, un tempo sospeso. Se qualcuno riesce a lasciarsi prendere, anche solo per un frammento, abbiamo già raggiunto il nostro scopo. Non cerchiamo di convincere o rassicurare, ma di spostare un po’ l’attenzione, aprire un varco, una domanda. È musica che si offre senza spiegarsi troppo.»
Ora che l’album è uscito, quali sono i vostri piani per il live, la tournée o altre esperienze dal vivo?
Michele: «Il live sarà una nuova tappa del percorso: non vogliamo semplicemente “riprodurre” l’album. Ogni concerto sarà un esperimento, un rito sonoro e visivo, con spazi di improvvisazione e interazione con le immagini. Porteremo Sambèło da ròcoło in contesti diversi, dai club ai teatri, ma anche in luoghi non convenzionali, dove il suono può dialogare con l’ambiente. Dal vivo il disco continuerà a trasformarsi.»
Conza

