Qui, al Teatro degli Audaci di Roma, di cui Flavio De Paola è fondatore e direttore artistico, non ci si annoia mai, si ride parecchio, ma c’è sempre spazio per pensare, per riflettere, per scoprire che ciascun testo teatrale ha un suo messaggio, una morale, e ognuno di noi ha l’impressione che sia scritto solo ed esclusivamente per lui/lei. Ne facciamo parte in qualche modo, come se ci riflettessimo in quello cui assistiamo, come se le storie fossero le nostre storie, o spaccati della nostra vita. Non è bellissimo?
Il famoso testo “Aspettando Godot” scritto in francese nel 1948/49 dal Premio Nobel Samuel Beckett e poi tradotto in inglese nel 1954, è forse l’esempio più notevole e più rappresentato al mondo del Teatro dell’Assurdo. E pensare che all’inizio non fu un successo per niente…
Questa volta la regia è di Flavio De Paola.
In scena, due vagabondi in bombetta e vestiti consunti, un po’ Chapliniani, Vladimiro (chiamato anche Didi) interpretato da Flavio De Paola, ed Estragone (detto Gogo), interpretato da Gianluca delle Fontane. Non sappiamo perché si trovino in una landa brulla dove campeggia un solo albero spoglio e qualche piantina secca, e di sicuro non lo sanno nemmeno loro, perché in ogni caso lo spazio, e soprattutto il tempo, sono simultaneamente azzerati e dilatati, nell’attesa dell’arrivo del fantomatico Godot.
Ogni gesto, ogni parola, ogni tentativo di uscire da quella situazione ci appare assurdo, senza logica, senza senso, senza grammatica, come se seguissero un flusso di coscienza, o incoscienza? e tutto ciò diventa fonte di divertimento e di disorientamento da parte del pubblico che non capisce dove vogliano andare a parare. Eppure… eppure…
A volte discutono come filosofi esistenzialisti, altre, come comici del varietà in un vaudeville. Beckett ha scritto una tragicommedia non priva di suspence, elemento essenziale della drammaturgia sia teatrale che cinematografica, dove tutto ruota in torno a quel Godot che lo spettatore si chiede, primo, chi sia, e secondo, se mai arriverà. Insomma, lo spettatore partecipa di questa febbrile attesa, e intanto elucubra nella sua testa che anche a lui è successo di aspettare qualcosa, qualcuno, che però…
Didi e Gogo, nell’attesa, hanno poi un incontro molto strano con Pozzo, un proprietario terriero, interpretato da Ilario Crudetti, e con il suo servo Lucky, intrepretato da Emiliano Ottaviani. Sì perché Lucky, è così fortunato… che è legato con una corda al collo come fosse un mulo, e subisce ogni tipo di angherie dal loquace, vorace, furbastro padrone. Beckett affronta il tema sociale della sottomissione di uomini da parte di altri uomini, ne mette in risalto, appunto, l’assurdità, scrivendo per Lucky un lungo monologo à bout de souffle, che si riversa senza virgole e senza pause, senza capo né coda, come un fiume in piena sulla scena. Bella faticaccia per l’attore.
Eppure, dietro a quell’assurdo che ci travolge, spiazzandoci ogni volta, tra un turbinio di battute senza apparente senso, sballottati tra il sogno e la realtà, tanto che ci viene fatto di domandarci se quella frase sui pazzi non riguardi l’Autore stesso… sappiamo esserci un significato esistenziale, come se quel Godot rappresentasse per ognuno di noi una situazione di stallo, in attesa che cambi qualcosa nelle nostre vite, eppure, non reagiamo, non facciamo nulla, presi dalla pigrizia, dall’inerzia, dalla pazzia… aspettando la manna dal cielo, senza renderci conto che noi siamo, in qualche misura, fautori del nostre azioni.
E se invece Godot fosse la morte?
Uno spettacolo divertente e amaro insieme, dove anche i costumi sono molto particolari e inventivi, e interpretato da quattro perfetti attori nelle loro difficili parti, e che ci hanno messo anima e corpo per rendere ancora una volta “Aspettando Godot” degno di essere visto, o rivisto.
La fortuna aiuta gli Audaci… e che la pazzia sia sempre con loro.
E Godot? Sia quel che sia… al diavolo!
Bravi davvero.
Senza pubblico non c’è teatro e senza teatro, addio civiltà (Flavio De Paola)
Daria D. Morelli Calasso


