Non poteva che essere il Teatro degli Arcimboldi ad ospitare il debutto di Frida – Opera Musical, un bel lavoro sulla vita della più famosa artista messicana, portato in scena dalla MIC International Company, già nota per la sua bellissima Divina Commedia. Portare sul palco la sua vita, con la sua complessità, è stata un’impresa importante e certamente non facile.
Il palcoscenico più grande d’Italia, il secondo d’Europa, il TAM, è testimone di un’opera potente e visionaria che intreccia arte, rivoluzione e passione. Al centro dell’opera la complessa e sfortunata vita di Frida Kahlo: il suo amore tormentato con Diego Rivera, la forza del suo corpo ferito, la resistenza e la voglia di vivere, la lotta per l’identità e la libertà. Nata nel 1907, fin dall’adolescenza manifesta una personalità molto forte, unita ad un singolare talento artistico e ad uno spirito indipendente e passionale, riluttante verso ogni convenzione sociale. Vuole diventare medico, ed inizia a dipingere per divertimento, ritraendo i suoi compagni di studio. A diciotto anni, a causa di uno scontro con un tram, l’autobus su cui viaggia finisce schiacciato contro un muro, con conseguenze gravissime per Frida: la colonna vertebrale le si spezza in tre punti nella regione lombare, si frantuma il collo del femore e le costole, la gamba sinistra riporta undici fratture, il passamano dell’autobus le trafigge l’anca sinistra, il piede destro rimane slogato e schiacciato, la spalla sinistra lussata e l’osso pelvico spezzato in tre punti. Subisce trentadue operazioni chirurgiche ed è costretta ad un riposo forzato nel letto di casa, col busto gessato, per mesi. Inizia così una serie di autoritratti; riesce successivamente a camminare, con dolori che sopporta per tutta la vita. Fatta dell’arte la sua ragione d’essere, decide di sottoporre i suoi dipinti a Diego Rivera, illustre pittore dell’epoca, che rimane colpito dal suo stile: nel 1929 si sposano, nonostante i ventun anni di la differenza e la risaputa reputazione di donnaiolo di lui, che la tradisce persino con sua sorella Cristina. Dipinge piccoli autoritratti ispirati all’arte popolare ed alle tradizioni precolombiane, con l’intento di ricorrere a soggetti delle civiltà native, affermando la propria identità messicana, evidente anche nel suo modo di vestire, ispirato al costume delle donne di Tehuantepec. Nel 1953 le viene amputata la gamba destra per un’infezione; muore di embolia polmonare l’anno successivo.
Lo spettacolo fa un ritratto profondo e vibrante della pittrice che ha saputo trasformare il dolore in colore e la fragilità in potenza creativa; veniamo immersi nel Messico post-rivoluzionario, tra fermenti ideologici, arte, influenze europee e figure chiave come Zapata, Trotsky, Breton. La relazione tra Frida e Diego è il nucleo pulsante della narrazione: un amore smisurato, radicale, imperfetto, che si fa alleanza e scontro, passione e ideologia, un legame che attraversa infedeltà, successi e rivoluzioni personali e collettive. A fare da cornice, il Messico colorato, allegro e dissacrante della Catrina, protagonista assoluta dell’immaginario e della cultura popolare messicana, icona di morte e di vita, di satira e di bellezza eterna; è lei che incarna lo spirito del Messico profondo nel quale convivono colori, musica e passione, dove la vita e la morte danzano insieme al ritmo dell’arte, un Messico dalle radici azteche nel quale la musica avvolge tutto e tutti in un canto continuo alla vita. Un inno alla libertà di essere e al coraggio dell’arte, un racconto dell’animo umano, della sua miseria e della sua potenza, tra vizi, peccati e virtù che non conoscono l’usura del tempo.
La narrazione della vita di Frida è fedele, la regia discreta, lenta in alcuni punti, con alcune scene riempitive che potevano anche essere evitate, specialmente data la lunghezza dello spettacolo, più di tre ore. Come per La Divina Commedia, anche Frida viene definita giustamente Opera Musical in quanto decisamente non è un musical theatre ma più un’opera lirica: questa è una caratteristica di tutti i lavori italiani di questo tipo, definiti spesso in modo non proprio corretto musicals quando in realtà sono opere pop. Il musical, quello vero, quello americano, è completamente un’altra cosa; d’altronde si sa, l’Italia è la patria dell’opera lirica, questa sappiamo fare.
La regia è di Andrea Ortis, che con Gianmario Pagano ha curato anche i testi, le musiche di Vincenzo Incenzo. Lo stesso regista interpreta Diego e ne fa un ritratto coerente di un uomo di mezza età che si vede minacciato dal talento della ragazza tanto più giovane e non si fa scrupoli a tradirla impunemente. Brava, bella voce e nel ruolo Giulia Maffei come Frida, persino somigliante fisicamente: entusiasta, innamorata e curiosa, pronta ad affrontare le difficoltà che la vita le ha posto dinanzi fin da giovanissima, regala a Frida la sua voce e la sua anima. Catrina è invece interpretata da Drusilla Foer, personaggio en travesti creato da Gianluca Gori: sicuramente nel ruolo, ma sul canto c’è da lavorare. Ritroviamo con molto piacere Floriana Monici, un’icona del musical all’italiana, indimenticata Rizzo ne Grease della Compagnia della Rancia, qui nel ruolo di Lupe, ex moglie di Diego.
Le discutibili coreografie di Marco Bebbu vedono protagonisti dei bravi danzatori, peraltro tutti microfonati, infatti cantano tutti, cosa difficile da vedere in Italia. Nonostante i movimenti a scatti e con zero armonia li facciano sembrare più che ballerini degli epilettici, portano a casa un buon risultato. Bellissime le scenografie di Gabriele Moreschi così come i costumi di Erika Carretta, molti e molto diversi fra loro.
Ci sono artisti unici, che risiedono in un “non luogo” diventando parte di un “non tempo”, artisti trasversali, che raggiungono la vita di tutti in modo magico e perfettamente reale. Frida abita il “per sempre” riuscendo a parlare ogni lingua possibile. Una donna profondamente messicana, che ogni popolo del mondo sente un po’ sua sentendosi, a sua volta, un po’ messicano. Ecco perché ho scelto Frida, perché nessuno come lei è riuscito ad attraversare le barriere del dolore diventandone evoluzione, ponendosi al di fuori della realtà oggettiva, trascendendola e superando così il limite imposto dell’immanenza. La sua opera va oltre l’esperienza sensibile del vivere e pur rappresentandone la durezza tangibile, il dolore effettivo, tutta la fattuale afflizione, lo travalica diventando, nella sua arte pittorica, espressione di valori ultrasensibili. Frida non si contiene, non si trattiene; Frida è portatrice del valore identitario e libero del popolo messicano, non è arginabile nei confini di un tratto moderato, supera gli steccati di una perfetta comprensione assumendo, piuttosto, la sembianza del cielo e lo fa, mettendo a nudo la sua travagliata esistenza che diventa così, alta, infinita, immutabile e potente, proprio come lo è, il cielo. Di fronte a ciò, non rimane che stare, contemplando lo spazio aperto che Frida ci pone davanti, così mistico e reale, così terreno e celestiale, così splendidamente indomito, libero ed eterno, dice il regista Andrea Ortis. Niente di più vero: da vedere assolutamente.
Chiara Pedretti
Teatro Arcimboldi
Viale dell’Innovazione 20 – Milano
Fino al 2 Novembre 2025
Biglietti da EUR 32,20 a EUR 79,30
www.teatroarcimboldi.it

