La terza fiaba barocca di Emma Dante all’Argentina

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I grandi spettacoli teatrali e le pellicole cinematografiche di valore derivano  da grandi testi letterari classici o moderni,come pure da fatti di attualità esistenziali o sociali, per esempio il Festival del Cinema di Roma è stato vinto da “40 secondi” in  onore di Willy Montero ucciso spietatamente a Colleferro per aver cercato di difendere un amico.  La scrittrice palermitana Emma Dante fantastica , creativa ed estrosa, attingendo ispirazione per il suo mondo fiabesco barocco dal capolavoro fantasioso, magniloquente immaginario del romanzo surreale e satirico visionario  “Lo cunto de li cunti” di G.B.Basile il principale autore del primo Seicento a Napoli insieme al letterato Marino compositore dell’opera retorica “Adone”,giunge alla conclusione della sua trilogia con una smaccata satira pungente del potere regio. ll repertorio immaginifico di Basile si ricollega al laicismo narrativo e descrittivo  di Boccaccio nel capolavoro medievale preumanista e l’analisi dei personaggi “Il Decamerone” di Giovanni Boccaccio e rispetto a questo lavoro del Basile aveva già ricavato due favole sull’avidità sessuale femminile e sulle devianze  o menomazioni giovanili rispettivamente in “La scortecata” e “Pupo di zucchero”.In questa terza fiaba il racconto grottesco è più drammatico e gli aspetti inquietanti tragici superano quelli comici indagando l’animo umano con ludica ironia. Non sempre la regalità sono rose e fiori e basta il minimo accidente per provocare danno all’immagine e e corpi fisici del re  che,  come Carlo d’Inghilterra venuto  Roma per una riconciliazione con il Papato dopo lo scisma di supremazia di Enrico VIII affetto da tumore, subisce dei dolorosi danni patologici, come quelli che colpiscono il re Carlo III d’Angiò re di Napoli , Sicilia, Albania e Costantinopoli tornante vincitore da una battuta di caccia. Preso da un bisogno irresistibile, si nasconde per liberare il suo corpo in una fronda selvatica e per pulirsi le terga ricorre alle piume di una gallina creduta stecchita. Invece lo sbaglio è grave perché il volatile con le piume setose s’installa nell’intestino e lo rode impedendogli di defecare tra immani tormenti,ma regalandogli ogni giorno un uovo d’oro che l’ipocrita ed opportunista corte desidera per guadagnare sulle angherie del disgraziato sovrano. L’animale corrode le viscere e gli intestini del re divenendo un’assurda metaforica identificazione genetica.  In tredici giorni la regressione dell’essere umano al degrado bestiale è compiuto ed i cortigiani che sono voltagabbana ed hanno fatto il doppio gioco,simbolizzato dalle maschere in faccia del teatro classico greco, lo riveriscono, l’aiutano finalmente a liberare l’interiora, ma lo chiudono in una gabbia di legno od alta culla pe il neonato infante. In tutte le tre  favole l’autore scandaglia l’indole umana  con la giusta filosofia di spirito ed umana.Non mancano la maldicenza,la mormorazione con acuta critica sociale che non perdona il tradimento di Arlecchino e la ribalderia di Pulcinella. Alla fine Basile si domandava se no si sarebbe mai usciti da questo male  etico tuttavia guardando ai reati criminali e tradimenti ,imposture di oggi si sarebbe disperato eticamente. L’adattamento noir della Dante si arricchisce delle maschere da gallina ed il rosario in  mano, insomma ibrido di sacro e profano umano  ed animale anche nei costumi neri con il rosario in mano in una scenografia scura. Lo spettacolo esilarante si replica fino a domenica prossima 9.

Giancarlo Lungarini

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