L’importanza di chiamarsi Ernesto è, tra le commedie di Oscar Wilde, sicuramente quella che in fatto di forma è la più all’avanguardia. Andata in scena a Londra nel 1895, poco tempo prima che l’autore fosse travolto dallo scandalo giudiziario, presenta una trama di per sé non particolarmente intrigante, dall’intreccio privo di reale coinvolgimento, un’agnizione finale ancor meno credibile, ma i dialoghi sono di una raffinata eleganza e di sottigliezza capaci di evocare un mondo molto stilizzato. Il commento, il paradosso, la battuta cinica e arguta non sono solo uno strumento per criticare la società, ma divengono la struttura vera e propria del testo: Masolino D’Amico (alla cui traduzione si è fatto ricorso in quest’edizione), in Italia uno dei massimi studiosi di Oscar Wilde, afferma “è la parola a farla da padrone, divenendo l’unica realtà tangibile”. A differenza di quello che accade nel Romeo e Giulietta di Shakespeare, dove la protagonista si dichiara disposta ad amare Romeo sotto qualunque nome lui prenda, le due protagoniste della commedia sono irremovibili nel sostenere che potranno amare solo un uomo che si chiami Ernesto, un nome che suscita in entrambe un senso di sicurezza, anche se questa è puramente fonetica! Ne risulta un capolavoro di non-sense, dove, in maniera tagliente e priva di ogni morale, si arriva a far coincidere quello che si è con quello che appare. Non esiste una realtà concreta che trovi un nesso, una relazione con il mondo della parola, un mondo puramente virtuale: si passa da un dialogo a un altro, dove gli aforismi fanno da collegamenti. In questo modo i personaggi della commedia non argomentano più partendo da precisi punti di vista dettati da convinzioni etiche o da caratteristiche psicologiche, ma solo per il piacere, raffinato ma sterile, di creare affermazioni che risultano impeccabili dal versante stilistico. Recitano insomma, e sanno di recitare, calcando metaforiche tavole di un palcoscenico ma senza essere dei veri e propri personaggi: semplicemente un prolungamento della voce dell’autore che mette in ridicolo la società in cui vive, se stesso assieme al suo ostentato “dandismo”. In questo modo possiamo riconoscere anche il nostro vacuo modo d’essere, l’atteggiamento dandy che permea anche noi, essendo questa commedia quasi profetica per il ribaltamento tra realtà e immaginazione, che ha trovato nel nostro tempo preoccupanti conferme. The Importance to be Ernest, un gioiello della letteratura teatrale che vive della sua artificiosità e leggerezza, dovrà essere portato in scena senza spingere sull’interpretazione, pena la distruzione del mondo astratto e di quello stile volutamente non realistico da farsa filosofico – esistenziale che ne ha decretata la fortuna nei suoi cento e più anni di esistenza.
Il lavoro del regista Geppy Gleijeses è consistito nel convogliare la tensione fisica di ogni attore (pur servendosi di una gestualità e mobilità dei visi molto concreta) dentro la parola, dotandola di forza capace di evocare un mondo di teatro nel teatro. Vero e proprio testo dell’assurdo, elegantemente sbalzato nel raffinato e iconico primo atto, sottolineato nella messinscena del secondo, un’astratta e un po’ surreale ambientazione del giardino della Manor, in campagna. Per non parlare dei costumi, fascinosi, rilettura spinta all’eccesso della moda dell’epoca. L’importanza di chiamarsi Ernesto, recita nel sottotitolo Commedia Frivola per Gente Seria, poggiava su due eccellenti presenze sceniche: Lucia Poli, irresistibile nel dar vita a una Lady Bracknell dagli sferzanti quanto inflessibili dettami di vita, snob ante litteram incurante del giudizio degli altri ma ossessionata dalle “regole” dell’apparire. Impagabile tanto nelle studiate inflessioni di voce quanto nelle posture e sguardi, nel perfetto agire delle mani. Accanto a lei Giorgio Lupano, fremente Jack Worthing, nell’affilato quanto impeccabile understatment, riesce amante inizialmente trattenuto ma poi passionale, in elegante equilibrio tra leggerezza e profondità. Sferra ironia del pari affilata di Lady Bracknell, unico in grado di competere con le sue pretensioni e contraddizioni. Algernon Moncrieff è Luigi Tabita, quasi personificazione della sorniona indolenza di Oscar Wilde, riveste il personaggio d’ironia brillante e irriverente, specchio di una società permeata d’ipocrisia e in cui le apparenze contano più della sostanza, ma artefice di battute fulminanti che ancora ci intrigano per sorprendente franchezza. Efficace Lady Gwendolen Fairfax di Maria Alberta Navello anche se dalla resa un po’ stereotipata. Un’ancora acerba Giulia Paoletti dava corpo all’ingenua e fresca Cecily Cardew; godibilissima caratterista Gloria Sapio quale Miss Prism; sapido Reverendo Chasuble di Bruno Crucitti; Riccardo Feola era meglio come maggiordomo Merriman, mentre è un caricato cameriere Lane. Scene di Roberto Crea, costumi di Chiara Donato e musiche di Matteo D’Amico. Una produzione Dear Friends, ArtistiAssociati – Centro di produzione teatrale. Successo caloroso, con entusiastiche chiamate al proscenio per Lucia Poli e Giorgio Lupano. Al Teatro Franco Parenti di Milano fino al 9 Novembre.
gF. Previtali Rosti

