A tu per tu con Alessia Scilipoti

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Alessia Scilipoti è una flautista classica con un approccio profondamente contemporaneo, capace di attraversare linguaggi musicali diversi e di sperimentare nuove possibilità timbriche e interpretative. Il suo percorso unisce una formazione rigorosa al Conservatorio di Milano a una curiosità artistica che spazia dalla musica classica alla contemporanea e oltre. Nel suo ultimo disco, Fragile, Alessia esplora temi di vulnerabilità e introspezione, intrecciando le sonorità del flauto con un’estetica musicale attenta all’innovazione e alla ricerca. In questa intervista ci racconta il suo percorso, le collaborazioni e le influenze che hanno plasmato la sua visione musicale.

Come hai iniziato a studiare il flauto traverso? C’è stato un momento o un incontro particolare che ti ha fatto capire che sarebbe diventato il tuo strumento principale?
Ho iniziato a studiare il flauto traverso intorno ai dieci anni, prendendo lezioni dal maestro di sassofono della Banda musicale di San Marco d’Alunzio — un luogo a cui torno ogni volta che posso, per rivivere le sensazioni dei miei primi anni di studio. Ho sempre portato avanti la musica in parallelo ad altri percorsi, e ho cominciato a credere davvero in una carriera musicale solo intorno ai ventun anni, mentre studiavo ancora ingegneria. Nel mio cammino ho avuto la fortuna di incontrare molti maestri, ma sono stati decisivi il sostegno umano della mia insegnante del Triennio al Conservatorio di Milano, Simona Valsecchi, che ha creduto in me prima ancora che lo facessi io stessa, e Davide Formisano, che con pazienza e generosità mi ha trasmesso conoscenze tecniche e interpretative preziosissime.

Nel tuo percorso ti sei avvicinata alla musica contemporanea, esplorando nuove possibilità timbriche e tecniche. Cosa ti affascina di più di questo linguaggio e come si è evoluto il tuo modo di suonare nel tempo?
La musica contemporanea mi affascina tanto quanto un’opera di Verdi o una sonata di Corelli. Frequento teatri e sale da concerto molto spesso, cercando di ascoltare sempre qualcosa di nuovo, anche ciò che si allontana dal mondo musicale. Tengo molto a prendermi cura dell’educazione del mio bagaglio culturale: tutto ciò che leggo, studio e ascolto cambia il mio modo di pensare e, di conseguenza, di suonare. Ciò che mi piace della musica di oggi è proprio la sua contemporaneità, anche se è difficile definirla in un tempo in cui tutto scorre velocemente. Cosa è davvero contemporaneo, e cosa non lo è più? Da interprete sento una grande responsabilità nel suonare questa musica e nell‘educare il pubblico „contemporaneo“ all’ascolto del linguaggio di oggi. È stimolante poter essere i primi a dare voce a una nuova composizione, ma anche una grande responsabilità, perché significa trovare la giusta chiave di interpretazione prima di chiunque altro.

Come è nata la collaborazione con Vincenzo Parisi, che ha partecipato al tuo disco “Fragile”? Vi siete trovati subito in sintonia o il vostro dialogo musicale si è costruito gradualmente?
Ho conosciuto Vincenzo Parisi tra le aule del Conservatorio di Milano, dove ho avuto modo di entrare in contatto con il suo stile compositivo e la sua visione musicale. Il brano ‘72 Tape Machine’ è nato per Fragile da una sua idea preesistente, che si è intrecciata con il concept del disco. La composizione è cresciuta insieme, attraverso sessioni di confronto e sperimentazione, anche per esplorare le potenzialità espressive, percussive e fonetiche del flauto contralto.

Quali sono i tuoi ascolti al di fuori della musica classica che pensi possano averti influenzata? Ci sono generi, artisti o sonorità che ti ispirano nel tuo modo di intendere il flauto e la composizione sonora?
Stimo profondamente gli artisti che non hanno paura di uscire dagli schemi. Ascolto davvero di tutto e mi confronto con curiosità con i gusti di amici e nuove conoscenze — è un modo per arricchire il mio bagaglio di ascolti e aprire prospettive diverse. Tra gli artisti che più mi ispirano e che ammiro per la loro libertà espressiva e devozione alla ricerca musicale cito Franco Battiato e Björk.

“Fragile” è un titolo che porta con sé un significato forte. Cosa rappresenta per te questa parola e in che modo si riflette nella musica del disco e nel tuo modo di intendere l’espressività?
Parto dal presupposto che l’arte sia un atto di altruismo e condivisione, ma anche una forma di esposizione intima, in cui si lascia sbirciare, attraverso uno spiraglio, ciò che appartiene all’anima più nascosta. Fragile nasce proprio da questa condizione di apertura e vulnerabilità che è, in fondo, l’atto musicale stesso — soprattutto quando si suona da soli, di fronte a dei microfoni. Il flauto diventa l’estensione del mio respiro: un pezzo di metallo che vibra con le mie emozioni. La voce, invece, è l’espressione più profonda dell’interiorità, uno strumento che tutti possediamo ma che resta unico e indissolubilmente legato alla fisicità del corpo umano. Fragile racconta, in una maniera fragile e sincera, storie universali della condizione umana: l’amore tormentato evocato da Petrarca in Dolce tormento, i contorni sfumati della memoria in Der Umriss, e la condizione fisica e mentale sospesa di Alpha Waves, dove la coscienza si spegne e la mente si perde in un flusso caotico di percezioni.

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