Anna Cappelli, splendida prova per Valentina Picello

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Tra ironia feroce e devastante spiazzamento del pubblico, continua la serie del ”tutto esaurito” di Anna Cappelli di Annibale Ruccello, autore tra i più incisivi che il teatro italiano abbia espresso negli ultimi cinquant’anni. Ultimo testo scritto alle soglie della morte, dal mai abbastanza rimpianto drammaturgo napoletano nel 1986, trentenne, Anna Cappelli è una potente e visionaria metafora della condizione di un’anima morbosa, avviluppata in una patologia affettiva che deborda dai normali confini per raggiungere la patologia: il suo amore si rivela alla fine “cannibalico”. Lungo monologo formato da sette scene che si concatenano a segnare il cammino compiuto dalla protagonista Anna, impiegata in un ufficio, dall’iniziale difficile convivenza in una stanza ammobiliata, a dividere la cucina con l’invadente Signora Tavernini, padrona dell’appartamento – che già svela l’abissale solitudine in cui si dibatte – all’irregolare scelta di andare a convivere con Tonino, il ragionier Scarpa. Non c’è intesa con la proprietaria, quasi parlassero due diversi linguaggi, come non c’è più con la sua famiglia, che l’ha “spossessata” della stanza che rappresentava per lei rifugio e sicurezza. Idilliaci momenti sono solo quelli iniziali con Tonino, ma la presenza della vecchia “tata” Maria mina il precario equilibrio tra i due e le pulsioni affettive patologiche della protagonista deflagrano, quando si rende conto che non ci sarà futuro per lei, arrivando all’estremo di voler possedere e inglobare fisicamente Tonino: lo uccide e nella scena finale, gli confessa come non ci fosse nessun’altra possibilità da seguire. La protagonista in Anna Cappelli viene quindi a essere l’assenza, assenza di tutto, del possesso delle cose, della mancanza dell’altro, ma anche per esteso dell’impossibilità di comunicare. Uno sguardo amaro che Ruccello estende, metaforicamente, a coinvolgere l’umanità. Il testo, scritto in una lingua volutamente monocroma e priva di afflati, ben rimarca la piattezza del quotidiano vivere della protagonista, illuminata dalla considerazione “ che Tonino sia stato per lei l’unica cosa bella della vita”, prima di precipitare definitivamente nel baratro della follia, rimedio al tragico vuoto per la perdita del “possesso” dell’amato. Potenza drammatica di scrittura ben esemplificata in scena dal vero e proprio tour de force di Valentina Picello, premiata quale miglior attrice Premio della Critica 2025 per questo e altri tre spettacoli. L’attrice ci attende già sulla “scena” al nostro ingresso, si trova già immersa nel personaggio di Anna, biascicante nel vuoto e ruminando meccanicamente fra relitti di elettrodomestici e cyclette e lampadario crollato, in un mare di terra. Sorride, con sguardi straniati, palese anticipo del disagio interiore di un’anima che ha lottato: espressività dipinta su quel viso, ad anticipare l’intensità di recitazione del lungo monologo che la vede contrapposta a immaginari interlocutori. In poliedricità di gamme, in varietà di registri, in sconfinata tavolozza di colori di voci, palpabile tensione nelle sospensioni recitative e veemente nelle accelerazioni delle frasi negli scatti di rabbia. Disincantata ma ancor possessiva nel ricordo della sua stanza nella casa paterna, s’illumina di struggente tristezza nella fulminea apparizione del padre. Intensa nell’amore della nuova “casa”, dei suoi muri. Palpitante nella fisica resa degli stati del corteggiamento amoroso. Lucidità di giudizio, senza quasi recriminazioni o segni d’isteria, flemmatica nel considerare la situazione, infine straziante nell’analisi della separazione. Ieratica quasi nella scena finale, in quel contenitore frigorifico illuminato che ne esalta i lineamenti in cui si consuma il banchetto suicida. La regia, efficacissima nell’esplorare l’abisso della devastazione operata nell’animo umano, era affidata all’argentino Claudio Tolcachir, che in intensa e vitale commistione di tragico e ironico, fa rivivere con grande intensità le violente contraddizioni di Anna Cappelli, in un’efficacissima desolazione espressa dalla scena di Cosimo Ferrigolo, luci Fabio Bozzetta a esaltare gli stati d’animo della protagonista. Una produzione Carnezzeria, coproduzione Teatri di Bari, Teatro di Roma in collaborazione con AMAT & Teatri di Pesaro per RAM – Residenze Artistiche Marchigiane. Travolgente accoglienza finale per Valentina Picello, richiamata in scena innumerevoli volte.

Al Teatro Franco Parenti di Milano, in scena fino al 9 Novembre. Da non perdere.

gF. Previtali Rosti

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