L’8 e il 9 novembre 2025 sono le date in cui il palcoscenico del Politeama Rossetti di Trieste ha presentato “Crisi di nervi – tre atti unici di Anton Čechov “. Diretta dal celebre regista Peter Stein, questa produzione è stata accolte entusiasticamente fin dal suo debutto nella scorsa stagione.
Peter Stein è una figura molto stimata nel teatro tedesco ed europeo, noto per le sue produzioni innovative e audaci di testi sia classici che moderni. Nel 2000 realizzò una messinscena integrale delle due versioni del “Faust” di Goethe e, nel 2008, de “I Demòni” da Dostoevskij, un kolossal di 12 ore che gli valse il premio Ubu. Ha realizzato messe in scena trasgressive e innovative di testi classici (tragedie greche e Shakespeare) e moderni in tutta Europa, da Botho Strauss a Peter Handke. Tra i suoi riconoscimenti figurano: lo Schillerpreis di Mannheim, il Goethepreis di Frankfurt am Main, l’Erasmuspreis di Amsterdam, il Theaterpreis di Berlino, l’Eschilo d’oro dell’Istituto per il Dramma Antico di Siracusa, il Premio Stanislavskij di Mosca, il Festspielpreis di Zurigo, il Prix Europe pour le Théâtre. È Commandeur de l’Ordre des Arts et des Lettres e Chevalier de la Legion d’Honneur, nonché Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Ha ricevuto molte lauree honoris causa e fra i premi più recenti il Premio “Le Maschere 2024” per la regia proprio per “Crisi di nervi”.
Stein sottolinea la sfida di proporre Čechov a causa del profondo coinvolgimento psicologico richiesto agli artisti che non sono interpreti. Spiega che la scrittura dell’autore richiede rigorosamente che gli attori portino la propria e più intima psiche nei personaggi, altrimenti la performance risulta poco credibile se non addirittura falsa. Questo requisito mette alla prova le loro capacità, rivelandone il vero talento.
Le tre brevi opere in un atto (per la durata di un’ora e quaranta minuti in totale) mettono in scena personaggi che attraversano varie crisi dovute a nervosismo, malattie e conflitti.
In “L’Orso”, il protagonista rischia di morire di rabbia per un debito non pagatogli dal defunto marito di una donna, il tutto porta, dopo un lungo battibeccare interrotto dalle incursioni dell’immancabile fedele servitore, a un’assurda sfida a duello che si conclude con lui che implora la vedova di sposarlo.
“I Danni del Tabacco” racconta di un improvvisato oratore che combatte contro l’asma ed altre malattie respiratorie mentre si prepara ad illustrare al pubblico di una conferenza, per l’appunto, i danni del tabacco: alla fine riesce solo a divagare e a confessare il cocente desiderio di sfuggire al suo matrimonio devastante.
Infine “La Domanda di Matrimonio” racconta la storia di uno spasimante timido, impacciato e nervoso, anzi nevrastenico, che non riesce a fare la proposta di matrimonio ad una donzella figlia, di un ricco possidente, a causa delle sue insicurezze psichiche e fisiche. SO giunge a un’accesa e violenta discussione con la sua fidanzata fino a svenire per ipocondria. Dopo tanta disperazione e avvilimento però il lieto (?) fine è assicurato.
Lo spettacolo si dipana in tre situazioni con scenografia essenziale e coerente con l’epoca, il testo e la narrazione: il cupo e scuro ambiente del lutto, con pareti e mobilio nero; l’austera aula con una lavagna su cui troneggia una scritta (“Tabak” in cirillico) col gesso fatta da uno pseudo e sciatto oratore; un luminoso ed elegante salottino con divano rosso. Su tutte e tre le scene incombe il matrimonio: il prima, il durante e il dopo. Alla rovescia però: la tristezza della vedovanza (con apertura però verso un nuovo amore), la rassegnazione e l’avvilimento di un legame ormai consunto dall’abitudine e dalla disistima, il timore di non essere capaci di portare avanti una relazione che termina con la visione speranzosa e l’entusiasmo di un futuro assieme. Il tutto recitato da sei attori eccezionali, Maddalena Crippa, Alessandro Averone, Sergio Basile, Gianluigi Fogacci, Alessandro Sampaoli ed Emilia Scatigno sapientemente guidati da Stein. Si raggiunge un equilibrio tra profondità e leggerezza, con momenti ridicoli e grotteschi che scatenano il pubblico in applausi a scena aperta e gustose risate, quasi liberatorie, forse anche dettate dal fatto che in sala ci fosse il timore che la pièce avesse un carattere solo drammatico.
Da sottolineare che gli attori hanno recitato senza microfono (finalmente!), voci stentoree con “impostazione da teatro” che esaltavano ancor più la loro già magnifica performance.
Da Trieste per ora è tutto
Rosa Zammitto Schiller
