L’invenzione della parola: Elena Ferrante da pagina a scena

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Nel raccoglimento discreto della Sala Melpomene del Teatro delle Muse di Ancona, dal 6 al 9 novembre, ha debuttato Invenzioni, raffinata e profondamente meditata trasposizione teatrale ispirata a L’invenzione occasionale (2019) di Elena Ferrante. L’adattamento e la regia sono di Andrea Giannoni, mentre la scena è interamente affidata alla presenza magnetica di Viola Graziosi, interprete di rara sensibilità e rigore.

Quando il pubblico entra in sala, la scena è già viva: l’attrice, seduta alla scrivania, sfoglia lentamente il libro da cui tutto prende origine. Non si tratta di un inizio, ma di una continuazione: lo spettatore entra in un tempo già in atto, in un pensiero che precede il suo sguardo. È un gesto semplice e potentissimo, che dischiude da subito il senso profondo dello spettacolo — la parola come atto ininterrotto, come flusso che non ha né principio né fine.

Il testo di riferimento, pubblicato da E/O nel 2019, raccoglie i brevi scritti che Ferrante compose per la rubrica settimanale del «The Guardian» tra il 2018 e il 2019. Non si tratta di racconti, ma di frammenti riflessivi, in bilico tra autobiografia e saggio, in cui l’autrice affronta temi cruciali del nostro tempo: la formazione dell’identità femminile, la tensione tra libertà e appartenenza, la scrittura come spazio di resistenza. In questi interventi, l’esperienza personale diventa forma di conoscenza, e la lingua un campo di lotta e di rinascita.

Giannoni costruisce una drammaturgia in dodici quadri che non seguono un ordine narrativo, ma delineano un itinerario di coscienza. Con Stefania Cempini, crea una scena sobria e allusiva: una scrivania, un computer, un salotto per il pensiero e una piccola serra, dove la cura delle piante diventa metafora della scrittura come paziente coltivazione di sé. Tuttavia, l’impianto scenico, volutamente “retrodatato”, sembra evocare un tempo sospeso, quasi domestico, in contrasto con la modernità dei temi ferrantiani. Il lampadario al neon, con la sua luce fredda e implacabile, introduce una inimicizia luminosa: un antagonismo fra la vitalità del pensiero e la sterilità dell’ambiente, fra la vita e la materia.

Graziosi trasforma i frammenti del libro in un flusso scenico continuo, amalgamandoli in una performance viva, ma attraversata da un tono meditativo, quasi trattenuto. La sua recitazione, precisa e interiore, evita ogni imitazione: più che rappresentare la Ferrante, ne fa vibrare la voce interiore, l’intelligenza affettiva, la tenacia etica.

L’intervallo tra una scena e l’altra è scandito anche dai mutamenti di abito, che si fanno segno visivo di un percorso interiore. In un momento, l’attrice indossa maglia e pantaloni — simbolo di una forza conquistata, di una femminilità temprata dal confronto con la realtà sociale e dal bisogno di autodeterminazione. In un altro, appare nella nuda essenzialità del reggiseno e dei pantaloni, quasi a evocare la vulnerabilità dell’essere, la verità del corpo che la scrittura custodisce e disvela insieme. Nella scena finale, il gesto del rivestirsi con gli stessi abiti dell’inizio suggella un ritorno in sé, un ciclo compiuto: la scrittura come percorso di spoliazione e di ricomposizione, la vita che torna al punto di partenza con una consapevolezza nuova.

Invenzioni è dunque un teatro del pensiero, dove la parola diviene corpo e il corpo si fa linguaggio. Giannoni orchestra un equilibrio raro tra riflessione e emozione, tra distacco e intimità, mentre Graziosi offre una prova d’attrice rigorosa e vibrante, restituendo la tensione morale e poetica dell’universo ferrantiano.

Dopo Ancona, lo spettacolo proseguirà la tournée con le seguenti tappe: L’Aquila (20–21 novembre), Castelfranco Piandiscò (25 novembre), Teatro Lido di Ostia (28 novembre), San Miniato (27–28 febbraio 2026) e Roma, Teatro Diamante (16 aprile 2026).

In un’epoca che consuma la parola nella fretta, Invenzioni restituisce al linguaggio la sua dignità di pensiero incarnato. È un’esperienza teatrale che non rappresenta la letteratura, ma la reinventa, trasformando la scrittura di Ferrante in una meditazione viva sul coraggio di dirsi e di tornare, alla fine, a sé stessi.

Andrea Carnevali

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