Per la rassegna EXTRA il Teatro Manzoni ha presentato uno spettacolo inedito, riportando a Milano e in Italia lo storico amatissimo gruppo degli Inti Illimani. È stata una serata indimenticabile, ricca di musica, nostalgia, umanità, canzoni, riflessioni, dove il tempo, da quel lontano 11 settembre 1973, l’inizio della feroce dittatura di Pinochet e la morte di Allende, fosse tornato con forza e lucidità, ma senza nessuna patina polverosa. Anzi, sembrava che tutti guardassero al futuro con lo stesso spirito che animava quegli anni e quelli a seguire.
Molti c’erano negli anni settanta, le lacrime sono arrivate, inevitabilmente, il desiderio di tornare indietro, di rivivere gli anni della giovinezza, di lotte, di piazze piene, di solidarietà, di uomini che avevano ideali, ideali da rispettare e per cui vivere e combattere. Forse erano solo utopie, ma erano sincere, autentiche. E in fondo, molte cose sono cambiate, per quelle utopie.
Il musicista e compositore toscano Giorgio Wilson, regista dello spettacolo, ha creato sapientemente e brillantemente, un immaginario treno che scorre nel tempo e nello spazio, dove a bordo ci sono, oltre a lui, i due fratelli fondatori dello storico gruppo, Jorge e Marcelo Coulon, e lo scrittore Federico Bonadonna coautore della drammaturgia. Al di là dei finestrini del treno in movimento, scorrono immagini storiche, luoghi che hanno toccato gli Inti Illimani nel loro esilio, Roma, Berlino, Budapest, personaggi famosi di quell’epoca, ma anche e soprattutto la gente nelle piazze, le bandiere sventolanti, i canti di lotta.
E mentre il treno scorre, i ricordi, su questo treno immaginario, riaffiorano, e a volte sono dolorosi, altri, divertenti, come se tutti loro fossero veramente dei viaggiatori, ma quelli di una volta, che in treno scambiavano parole con il vicino di posto, per davvero “sociali”, o magari scrivevano poesie, o un diario di bordo, immergendosi nel paesaggio che scorreva davanti ai loro occhi. E ognuno aveva un motivo per essere lì.
Vediamo filmati d’epoca in bianco e nero di quando gli Inti Illimani vennero in Italia e subito si imposero all’attenzione della gente, non solo per la loro drammatica storia, ma per la loro “diversità”, perché a quel tempo tutto era più lontano, quasi sconosciuto. Divennero simbolo di resistenza, come lo furono i nostri partigiani, o i dissidenti mandati nei gulag russi. Indossavano sempre i poncho tradizionali, per dirci da dove venivano e dove sarebbero andati, suonando con gli strumenti tradizionali quelle melodie andine che sapevano di mondi sconosciuti, di terra da lavorare, di povertà, di resilienza, di umanità. E loro, incarnavano tutto questo, senza mai eccedere, senza finzioni e ipocrisie. Loro erano lì per raccontare con la musica che la lotta contro l’oppressore è sempre dura, snervante, piena di incognite, morti, tragedie, ma non bisogna mollare mai. Per la libertà.
E la sala risuona di canzoni diventate veri e propri inni generazionali: da “Gracias a la vida” di Violetta Parra, cantautrice e poetessa cilena, a “Vale la pena”, da “El Aparecido” a “El pueblo unido”. Molte figure storiche verranno ricordate, come quella di Victor Jara, cantautore e musicista, assassinato dalla dittatura di Pinochet.
Gli Inti Illimani festeggiano a breve i sessant’anni di attività del gruppo, formatosi nel 1967 nelle aule dell’Università insieme a Horacio Durán, José Seves, José Miguel, Horacio Salinas e Max Berrù, gli stessi che nel 1973 arrivarono in Italia e rimasero per 15 anni, in esilio. Dal primo disco del 1967 arriveremo ad “Agua”, album nato tra il 2020 e il 2022 e realizzato tra Firenze e Santiago del Chile, composto da tracce cantate in italiano e in spagnolo, e scritte da Wilson.
Per due ore, che sono volate, la gente in sala si è sentita trascinare in qualcosa che sembrava dimenticato e poi, questa sera, è riaffiorato come una ventata di aria nuova, pur affondando le radici nel passato. Sembrava di essere in una piazza allegra e non violenta, a marciare, tutti uniti, sorridenti, incontro al futuro.


