Di Enrico Bernard
Ho assistito al mirabile Sogno di una notte di mezza estate, nella versione coinvolgente di Daniele Salvo, in compagnia di un amico newyorkese che si occupa di teatro. Eravamo accreditati stampa, ma l’amico americano ha comunque voluto informarsi sul prezzo dei biglietti in platea: una trentina di Euro. Ha strabuzzato gli occhi e riporto da cronista il suo commento: a” Broadway – ha detto – per uno spettacolo così ci vogliono quasi mille dollari e un’attesa di qualche mese per prenotare.”
Potrei chiuderla tranquillamente qui, con questo commento che la dice lunga sul livello dello spettacolo, due ore e quaranta minuti di assoluto spasso per la bravura degli interpreti e di una straordinaria Melania Giglio nel ruolo del folletto (di nome di fatto come disegnato da Bardo) Puck, se non fosse che il lavoro drammaturgico di Daniele Salvo mi ispira altre riflessioni.
Il segno della “modernità” di un’opera d’arte, tanto più uno spettacolo, è dato dalle “contaminazioni” dei generi e delle forme che trovano sintesi, anzi meglio dire simbiosi, nel prodotto creativo. Prima parlavo di “spasso”, divertimento per uno spettacolo registrato e condotto da comici efficacissimi nella loro arte di “combinaguai” (Maestri, come Shakespeare definisce i commedianti ingaggiati dal Re Teseo per lo spettacolo in occasione delle nozze reali). Ma è giocoforza notare che con il Sogno si gioca in casa: l’effetto è assicurato dal testo stesso che nasce sulla falsariga della Commedia dell’Arte, tra le tante fonti di ispirazione del teatro europeo del XVII secolo che tanta linfa creativa ha succhiato alla cultura e al teatro italiani.
Assistendo allo spettacolo ad un certo punto ho pensato: beh, se lo vedesse Prokofiev forse si mangerebbe le mani per aver scelto il Gozzi de L’amore delle tre melarance per comporre una delle straordinarie opere musicali del periodo del futurismo russo nel primo ventennio dello scorso secolo. Beninteso le musiche di Patrizio Maria d’Artista meritano a loro volta una particolare attenzione. Ma anche in questo caso grazie a quelle “contaminazioni” di generi che contribuiscono a creare uno spettacolo contemporaneo, ovvero come si usa dire per sottolinearne il livello creativo, “postmoderno”. In effetti la colonna sonora in alcuni punti cinematografica, in altri con passaggi da disco-dance, poi da “ambient”, per passare a Gershwin e al Kurt Weil di Brecht, sarebbe o forse lo è giá da prendere in considerazione per un musical (e la produzione di Marioli a Bideri, figlia del grande e caro editore musicale certamente vi avrá pensato).
Ma il pensiero a Prokofiev non mi viene per esprimere un dotto giudizio musicale, bensì per sottolineare l’astuto, intrigante intreccio drammaturgico con cui Daniele Salvo tesse la tela del suo Sogno scespiriano. Infatti grazie al compositore Russo e alle sue melarance, dal teatro settecentesco di Gozzi, il quale a sua volta riprese e rilanciò la Commedia dell’Arte degli Andreini, Isabella e Francesco capocomici del primo Seicento (fonte costante di ispirazione scespiriana come su accennato), si viene a delineare una parabola che si potrebbe far partire dalla Mandragola (1519) di Machiavelli. Questo per il tema della pianta o fiore dalle magiche proprietá, per poi passare incrociando il teatro nel teatro da Commedia dell’Arte del Sogno, alla natura incantata e magica di Gozzi che sfocia nel surrealismo e astrattismo del futurismo russo. Quindi di lì parrivare al ‘900 di Gerschwin e Brecht-Weil de L’opera da tre soldi non a caso a sua volta derivata dal teatro elisabettiano di John Gay contemporaneo di Shakespeare. Il Puck di Melania Giglio che si fonde col Mecky Messer brechtiano e atmosfere da West side story, è allora uno straordinario esempio della perfetta soluzione chimica e drammaturgica della regia di Daniele Salvo.
Tra luci stroboscopiche, lampi, colonne di vapori che creano la sensazione di un ambiente magico lo spettacolo è un godimento raro nell’attuale panorama teatrale italiano.

