Tutti a scuola degli amanti

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Il genio musicale mozartiano non finisce mai di stupire e ogni riproposta teatrale è occasione di nuovo scandaglio della sfaccettatura psicologica che sottende alla produzione del musicista. Ad esempio, nella trilogia italiana di Mozart-Da Ponte troviamo il sentimento amoroso declinato in tre forme, solare ed elettrizzante nelle Nozze di Figaro, mortifero e con riflessi patologici nel Don Giovanni mentre l’ultimo capitolo, il Così fan tutte, in scena in questi giorni al Teatro alla Scala, non è codificabile secondo i consueti parametri melodrammatici e se ne sta a parte. L’equilibrio perfetto tra i fattori che concorrono a comporre la partitura (il versante musicale, librettistico e visivo), sfocia con la più grande naturalezza in quella che è la rappresentazione della vita realmente vissuta. Solo la coppia Mozart Da Ponte avrebbe potuto mettere in scena tale soggetto con successo, traducendo il guazzabuglio del cuore di manzoniana memoria, in un vero capolavoro. L’opera mozartiana rifugge dalle tinte forti quanto da grevità farsesche, non vuole raccontarci una storia ma mostrarci un’amara verità: ciò che noi, con una certa dose di enfasi, collochiamo nelle alte sfere dei sentimenti, l’amore appunto, non è altro che il desiderio paludato di belle parole. Ma il desiderio si sa, è suscettibile di vagabondaggio da un oggetto all’altro in un processo che sfugge alla razionalità. Tutto questo sciorinato con grazia, ironia e leggerezza, dove l’ambiguità dei cuori fa sì che i confini tra gioco, verità e coinvolgimento si facciano sempre più labili sino a scomparire. Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti è un’opera comica in due atti che il salisburghese musicò su libretto di Da Ponte, con prima rappresentazione il 26 gennaio al Teatro di Corte di Vienna, cui seguirono solo cinque rappresentazioni per l’improvvisa morte dell’Imperatore Giuseppe II e per il periodo di lutto che ne seguì. Una fortuna di pubblico e critica che si sovrappone perfettamente alle vicende che l’opera ebbe a subire dopo la composizione. Ripresa per alcune recite nel 1790 – una diretta da Mozart – poi Vienna non ne sentì più una nota, vivente il maestro. Il titolo annuncia quell’ambiguità che sarà accettata in alcune epoche ma rifiutata in altre. Da Ponte usa il tema dello “scambio delle fidanzate”, che risale fino al tredicesimo secolo. Un soggetto che non scandalizzava la morale viennese del tempo, ma che nel successivo secolo bacchettone era considerata un’opera “rischiosa”. Poche le rappresentazioni e per giunta purgate. Dagli anni ’50, invece, il capolavoro mozartiano ha riguadagnato il posto che gli spettava, comparendo tra i primi venti titoli più frequentemente messi in scena. Alla Scala, pur non avendo goduto il favore delle due consorelle (le prime quattro edizioni svolsero alla Piccola Scala), la partitura è stata data con regolarità. Dal dopoguerra, si ricorda la spettacolare edizione del 1956 per i festeggiamenti del bicentenario della nascita del compositore con un cast sopraffino composto cha comprendeva Schwarzkopf, Sciutti, Panerai e Alva, diretti dal mai abbastanza compianto Guido Cantelli. Nuovo spettacolo nel 1961, regia di Roth ripreso l’anno dopo, mentre nel 1965 è la volta di Maner Lualdi di cimentarsi con una nuova visione di Così fan tutte. Nel 1976 finalmente l’opera mozartiana approda alla sala grande sul palcoscenico del Piermarini, regia di Giuseppe Patroni Griffi e direzione di Böhm specialista del repertorio. Sarà Riccardo Muti, nella splendida cornice ideata dallo scenografo e costumista Mauro Pagano e dal regista Michael Hampe, a render giustizia a questo capolavoro, con riprese nel 1989 e nel 2007. Ultima edizione nel 2014. Ora sul palcoscenico del Piermarini va in scena una nuova produzione firmata da Robert Carsen in cui il regista canadese pensa la vicenda ambientandola nel contesto di un reality show, dove tutto è immagine e apparenza. Il risultato è visivamente convincente, tutto organizzato e comprensibile fin dal primo colpo d’occhio, con l’utilizzo di un impianto girevole a mostrare ambientazioni che si susseguono: pareti bombate, immenso schermo, perfezione tecnologica presa a prestito da TV e cinema incanala l’attenzione dello spettatore sulla parte visuale, nessuna zona d’ombra, ma la musica di Mozart non la impregna e se ne va da un’altra parte. A dar voce e corpo alla girandola amorosa una compagnia di canto corretta, in cui nessuno spiccava per personalità, tutti molto impegnati sul versante della recitazione. Fiordiligi e Dorabella voci “piccole”, non granché differenziate nel colore di voce e algide nel fraseggio. Elsa Dreisig nella tecnicamente impervia Come scoglio immoto resta ingrossa i suoni a simulare corposità di dell’ottava inferiore, restando sempre generica in espressività e non scintilla nella coloratura, “aprendo” in acuto. Nina van Essen, Dorabella mostra leggero vibrato, in Smanie implacabili non risalta oltre una smania di generico furore e posticcia agitazione; nei recitativi manca la rotondità di pregnante fraseggio italiano, risolvendosi tutto in una resa priva di vera passione. Sandrine Piau presta a Despina voce usurata, al limite dell’udibile se non cantava al proscenio. Luca Micheletti fa valere la sua professionalità per Guglielmo mentre Giovanni Sala era un Ferrando dal canto poco sensuale e amoroso. Apprezzabile Gerald Finley, Don Alfonso corretto per misura e signorilità, senza possedere gran spessore vocale e spiccato fraseggio. Dirigeva il Maestro Alexander Soddy rende a Mozart sfodera tempi sempre aderenti e avvolgenti, a rendere le perfette geometrie sonore della partitura; suono terso che si traduce in brillantezza e resa ottimale dell’orchestra. L’ouverture è un puro piacere: dopo una breve introduzione, che per un attimo sospende la nostra attenzione, fa seguito un Presto e che “presto”! La vivacità di una commediaa-intrigo è già qui tutta contenuta. Una visione a tutto tondo, che riesce ancor più coinvolgente in quei momenti in cui “le intermittenze dei cuori” richiedono passionalità e partecipazione, in una preziosità di accompagnamenti a suscitare puro struggimento in Soave sia il vento, o la rarefatta screziata poesia degli attacchi per Un’aura amorosa. Soddy siede anche al cembalo in una plastica, quanto espressiva, gestualità. Pubblico via via più convinto, applausi in crescendo e festeggio finale. Al Teatro alla Scala, recite fino al 26 novembre.

gF. Previtali Rosti

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