Opera in un prologo e due atti di Gaetano Donizetti, su libretto di Giacomo Sacchero ebbe la prima rappresentazione nel 1844 al Teatro San Carlo di Napoli. Inizialmente l’opera fu commissionata per il Theater am Kärntnertor di Vienna, che il mercuriale impresario bergamasco Bartolomeo Merelli diresse dal 1836 al 1848. Non se ne fece nulla, nonostante il compositore avesse già composto parte della partitura, perché si era scoperto essere stato il soggetto già messo in musica nel 1841, da Franz Paul Lachner: Catharina Cornaro, Königin von Zypern. Große tragische Oper mit Ballet in vier Akten. Non arrise la fortuna alla Cornaro donizettiana nel grande teatro partenopeo: il compositore si era quasi prefigurato l’insuccesso, dopo la sua insoddisfazione per la scelta del soprano Fanny Goldberg a incarnare la Regina di Cipro. Donizetti, con proverbiale alacrità di scrittura, rimise mano a fine 1844 rivedendo la partitura per dotarla di un finale nuovo, in vista delle rappresentazioni che si sarebbero tenute nel febbraio del 1845 al teatro Ducale di Parma: soprano quella Marianna Barbieri-Nini – accanto a Felice Varesi (e Nicola Ivanoff) – che Verdi sceglierà due anni dopo quali interpreti principali per il suo Macbeth. Lo spettacolo di Parma sarà, per il grande bergamasco, l’ultima volta di una “prima” delle sue opere andata in scena lui vivente. Caterina Cornaro non ha mai goduto di grande popolarità, nonostante sia una partitura con ispirazioni di generosa espressività tipicamente donizettiana e arie che grandi cantanti del recente passato hanno reso celebri, una per tutte Vieni, o tu, che ognor io chiamo, e successivo Vieni t’affretta. Opera riesumata da Leyla Gençer nel 1972, riportata sulle scene proprio al San Carlo, Teatro che la vide nascere, mentre Monserrat Caballè nello stesso anno la eseguì a Londra e, l’anno successivo a Parigi, ma in forma di concerto. Bergamo inserì questo titolo operistico nel cartellone del XII Festival “Donizetti e il suo tempo”, 1995, direttore Gianandrea Gavazzeni e Denia Mazzola quale protagonista. Appare ora al Donizetti Opera 2025 in “prima rappresentazione secondo la volontà del compositore”. E’ stata infatti approntata l’Edizione critica, a cura di Eleonora Di Cintio, curata come per le precedenti, da Casa Ricordi con la partecipazione della Fondazione Teatro Donizetti. Per questa nuova edizione, a interpretare Caterina Cornaro è stata chiamata Carmela Remigio, le cui condizioni vocali non sono certo al loro apice. Il soprano abruzzese presta alla figura di Caterina tutta l’energia di cui è capace ma troppo fragile nell’accentazione per una statura regale. In Tu l’amor mio, tu l’angelo è in impari gara con il tenore, spingendo per sostenere gli acuti, mentre in basso ricorre a suoni artefatti per ingrossare il suono. Recitativo Torna all’ospite tetto e aria Vieni, o tu, che ognora io chiamo: la voce non si libra mai completamente, latente nell’espressività di vera passione. Il pubblico la omaggia di un applauso cortese senza aspettare la successiva cabaletta, Vieni t’affretta, non trascinante. Riesce a offrire miglior credibilità In quel dì che rinnegai, trovando accenti calzanti in Pietà, o Signor pur senza raggiungere drammatica larghezza di fraseggio. Enea Scala, generoso Gerardo dagli acuti squillanti, la voce mostra freschezza e “corre” per la sala. Vibrante il fraseggio di tenore contraltino, in Spera in me contagia per emozione e passionalità, in Dunque è ver bugiardo core straziante negli accenti. Va’, crudel eseguito con deflagrante impeto e forza trascinante. Vedi: io piango, amplifica con l’intensità del canto la struggente melodia donizettiana, di cui il compositore è maestro. Si: dall’ardir degli empi sferra notevole squillo negli acuti. E nuovo tormentoso strazio lo fa provare in Da quel dì che lacerato , dando un altro intenso momento di canto tenorile in Io trar non voglio. Con Morte, morte Enea Scala spazia in acuto in sciabordante maestria, disponendo di un’ottava alta privilegiata e sonora. Lusignano di Vito Priante mostra già al suo apparire, con Credi che dorma, o incauto la corposità di voce piena e rotonda, ben proiettata, ricca di sfumature. Da che a sposa Caterina sfoggia eccellenti qualità d’interprete, variegato fraseggio e lo stesso dicasi nello svelamento a Caterina Ah, non turbarti. Profondamente intenso, anche sdraiato su un lettino operatorio, in Ah, sposa mia tu piangi. Mocenigo era Riccardo Fassi, dal piacevole timbro; Dell’empia Cipro è resa con proprietà e ancor più per azione scenica. Credibile in Sei bella o Cipro. Il doppio ruolo di Strozzi e Cavaliere del re era affidato a un efficace Francesco Lucii, mentre Fulvio Valenti era Andrea Cornaro dal timbro un po’ ruvido e ondeggiante. Completava il cast Vittoria Vimercati, Matilde. Riccardo Frizza ha diretto l’Orchestra Donizetti Opera con vigoroso impeto, ma alla lunga in visione monocroma, senza accensioni o voli, povera nei coloriti orchestrali, salvo nei momenti più accorati e teneri in cui ricava sfumature. Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Donizetti, una coproduzione con il Teatro Real di Madrid. La regia di Francesco Micheli opera su due livelli, che stentano a connettersi e che mai giungono a fondersi. L’inane ansia di spiegare e commentare con frasi proiettate il sorgere dei contrastanti sentimenti negli animi dei personaggi, principalmente della protagonista svia e spezza l’unità dell’opera già di per sé non compatta. Quell’introduzione parlata, moderna, un inutile preambolo. Scene di Matteo Paoletti Franzato dal forte contrasto fra la spazialità degli antichi spezzoni d’archi veneziani e l’asettica parete ospedaliera. Costumi molto ricchi, quelli d’epoca, per passare agli anonimi contemporanei, di Alessio Rosati. Bene il Coro dell’Accademia Teatro alla Scala, diretto da Salvo Sgrò. Festeggiatissima la compagnia di canto e il direttore, ma sonore contestazioni finali per il regista e per il dramaturg Alberto Mattioli. Al Teatro Donizetti di Bergamo. In cartellone altre recite previste il 22 e 30 novembre.
gF. Previtali Rosti

